La Fed chiuderà i rubinetti, ma non si sa quando

I verbali dell’ultima riunione

Il consenso c’è, le tempistiche non ancora. È quanto, in estrema sintesi, emerge dai verbali (minutes) dell’ultima riunione (31 luglio scorso) del Federal open market committee, (qui la sintesi del Wsj) organismo della Federal Reserve, la banca centrale Usa, che si occupa di decidere la politica monetaria della banca centrale americana. La terza fase del quantitative easing, il programma di riacquisto di bond governativi deciso dal governatore Ben Bernanke rallenterà, ma non è chiaro quando. Sicuramente entro la fine dell’anno ci saranno delle modifiche, ma per la fine completa sarà necessario attendere il 2014. Sempre che i fondamentali economici Usa migliorino. All’interno del Fomc le posizioni si dividono tra chi ritiene sia giunto il momento di rallentare e quanti invece predicano prudenza. 

L’attesa per i minutes ha fatto segnare ieri e oggi le montagne russe ai listini mondiali, piuttosto nervosi anche nella seduta odierna. Piazza Affari, dopo essere risultata la peggiore ieri in Europa (-1,41%) assieme a Madrid (-1,99%), oggi ha chiuso a -0,72% sulla scia di Londra (-0,72%), con Francoforte e Parigi intorno a -0,2 per cento. Tra i peggiori titoli Fondiaria Sai (-3,55%), ancora Finmeccanica (-3,03%) – dopo essere stata sospesa ieri più volte per eccesso di ribasso dopo la richiesta di danni avanzata dalle ferrovie belghe per 20 milioni di euro per guasti ai treni forniti dalla controllata Ansaldobreda – e Telecom Italia (-2,20%). Per quanto riguarda i bancari, che ieri hanno trascinato al ribasso il Ftse Mib, oggi non hanno brillato né Mediolanum (-2,14%) né la Popolare di Milano (-1,92%). Sul fronte del reddito fisso, i bond decennali del Tesoro sono tornati a quota 249 punti base di rendimento in più rispetto ai titoli di Stato tedeschi di pari durata dopo essere scesi nei giorni scorsi a 230 punti base, con un rendimento del 4,37%, +1,39% rispetto alla seduta di ieri. 

«Tapering», ovvero rallentamento. È questa la parolina magica che agita le sale operative delle banche d’affari e dei fondi hedge. Si tratta della progressiva uscita dal quantitative easing (Qe), il programma non convenzionale di riacquisto di titoli governativi Usa tramite il quale la Federal Reserve ogni mese immette 85 miliardi di dollari di liquidità sul mercato. La fine del Qe, agganciata dal presidente uscente Ben Bernanke al mantenimento dell’inflazione sotto controllo sotto al 2% e soprattutto alla discesa del tasso di disoccupazione al 6,5%, sembra dunque avvicinarsi. A luglio scorso l’asticella si è abbassata al 7,4%, il livello più basso dal dicembre 2008, ma i dati del Labour Department indicano una situazione variegata: dal luglio 2012 è sceso in 36 Stati e salito in 9, mentre ad esempio lo scorso maggio è sceso in “solo” 25 Stati, erano 40 in aprile.

In generale, secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), l’economia statunitense crescerà dell’1,9% nell’anno corrente, per poi crescere del 2,7% nel 2014 e del 3,5% nel 2015. L’inflazione sarà sotto controllo, compresa fra un tasso dell’1,8% previsto per il 2013 e un tasso del 2,2% stimato per il 2017. In calo, invece, il tasso di disoccupazione: dall’8,1% fatto segnare nel 2012 si scenderà fino al 5,4% nel 2018.

La droga monetaria diminuirà, questo è ormai certo. Il che da un lato è un bene in quanto implica un miglioramento dell’economia reale statunitense ma dall’altro spingerà gli investitori in un terreno maggiormente scivoloso. Se finora il buy american ha prevalso, come dimostrano i massimi storici raggiunti nei giorni scorsi da Wall Street, ora la ricerca del rendimento andrà affinata. Una situazione potenzialmente vantaggiosa per i nostri conti pubblici. A una condizione: tagliare gli sprechi e non lasciare che sia soltanto l’export a migliorare i fondamentali dell’Italia.

Molti operatori sul mercato si aspettano infatti un riaggiustamento delle piazze europee in autunno. È ormai passato un anno da quel 26 luglio 2012, quando Mario Draghi a Londra pronunciò il fatidico «La Bce è pronta a tutto per preservare l’euro. E credetemi… sarà abbastanza». A dicembre invece saranno due anni dalla prima misura straordinaria decisa dall’ex governatore di Bankitalia: l’asta di rifinanziamento Ltro con tasso all’1 per cento. Nel mezzo tanti annunci ma mai nessun taglio vero alla spesa pubblica. Per questo Piazza Affari rischia grosso, ancora una volta.

Twitter: @antoniovanuzzo

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