La moda del cinema di Locarno: fare film in coppia

I nove film in coppia al Festival

Al festival di Locarno si consolida una tendenza che va affermandosi sempre più nel cinema: il gioco delle coppie. L’individualismo a volte sfrenato dell’autorialità si scompone nella doppia firma, e spesso si allarga a una condivisione creativa con tutta la squadra.

Il gioco delle coppie, spesso dovuto alla fratellanza (tratto primordiale della settima arte: in fondo tutto inizia con i vecchi cari Lumière), può scaturire da un legame sentimentale che diventa artistico, o magari porsi come iniziativa esclusivamente creativa che nasce e si chiude col singolo film. Il gioco delle coppie è trasversale ai generi e alla geografia. Anzi, mettendo in fila i 9 film a doppia firma di questo Locarno 2013 che ne presenta complessivamente 51 tra le sezioni Piazza Grande, Concorso Internazionale, Cineasti del Presente e Fuori Concorso, vien fuori un piccolo atlante del cinema contemporaneo. Che talora dà delusioni cocenti, talaltra magnifiche sorprese. Questa è la mappa cine-geografica del gioco delle coppie ticinese. In rigoroso ordine di proiezione.

EL MUDO
 

Perù, Fratelli Daniel e Diego Vega, Concorso Internazionale

Apologo morale sulla fatalità e la fallibilità della giustizia. Protagonista un giudice di Lima che da automa meccanico delle leggi si trasforma in vittima di un colpo di pistola accidentale che lui è convinto sia in realtà un attentato. Perde la voce. Occorre un colpevole. E poi tutto si sistema. Assai ben girato dai due fratelli (uno insegna cinema, l’altro lavora nella pubblicità), il film sembra uscito dalla testa di un Elio Petri sudamericano. Con un grande protagonista: Fernando Bacilio.

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A SPELL TO WARD OFF THE DARKNESS

Nord Europa, di Ben Rivers e Ben Russell, Fuori Concorso

Tre momenti della vita di un uomo: quando vive in una comune su un’isola dell’Estonia, con gente sommersa di chiacchiere senza costrutto; quando se ne va in giro da solo nel paesaggio austero e spopolato della Finlandia del Nord, cercando un rapporto senza parole con gli elementi della natura; quando fa esplodere la sua anima selvaggia da cantante di un gruppo metal neopagano in un concerto dentro un locale della Norvegia. Cinema estremo, fatto di molte lungaggini e qualche momento geniale, come la stupenda panoramica iniziale su un paesaggio tra l’acquatico e il boschivo, cogliendo nel crepuscolo il passaggio dall’ultima luce al buio: i diversi aspetti della personalità travagliata dell’uomo sono tutti nelle sfumature di quella natura dall’atmosfera mutevole.

Il trailer

PAYS BARBARE

Italia e Africa, di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, Concorso Internazionale

Produzione francese per un film sul colonialismo fascista italiano, firmato da due celebri videoartisti italo-svizzeri. Si attendeva una grande opera, il film è del tutto sbagliato. Chiacchierume ideologico “sinistro”, ridicole voci narranti (e cantanti), analisi incredibilmente terra terra di quella vergogna che fu la campagna mussoliniana, realizzazione da saggio d’accademia pur con qualche guizzo interessante. Delusioni barbariche.
 

CHAMELEON

Azerbaijan, di Elvin Adigozel e Ru Hasanov, Cinema del Presente

Visto che l’Azerbaijan sta pure nell’agenda agostana del nostro premier Enrico Letta, non possiamo che occuparcene. Film intimistico-edilizio sulla casa come spazio sentimentale: da prendere, da vivere, da lasciare, esattamente come si fa in amore. Realizzato con pochi mezzi, ha avuto buon riscontro nella platea della critica, ma se nel procedere della storia succedesse qualcosa in più e con più spirito, non sarebbe male. Giovanissimi i due autori (classe 1987 e 1989), gioventù azera del tutto post-sovietica ma con qualche strascico di cupezza socialista. Si sente.

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MANAKAMANA

Nepal, di Stephanie Spray e Pacho Velez, Cinema del Presente 

L’abbiamo scritto subito, e l’opinione potrebbe ulteriormente consolidarsi se venisse aiutato nella circolazione e nella premiazione: un film immenso, con i crismi del capolavoro. Nato dalla sensibilità etnografica (Spray) e più strettamente visuale (Velez) dei due autori, è il racconto con rigorosi occhi occidentali del microcosmo orientale di una cabinovia che scorre sopra la foresta del Nepal. Nell’abitacolo passa varia umanità (e non solo: anche un gruppo di caprette), diretti al tempio della dea Manakamana, che non vedremo mai. La ripresa dura tanto quanto il tratto della discesa e della salita, circa 10 minuti, che è lo stesso tempo di ripresa consentito dalla macchina da presa caricata a 16 millimetri. Raffinata operazione sul cinema come presa sulla realtà, visione ostica se non ci accetta il radicalismo delle scelte autoriali: è vero che due ore con l’occhio fisso in una cabinovia possono essere devastanti, ma superata la prima mezz’ora si entra nell’estasi di un racconto potenzialmente infinito. Strepitoso per quanto povero l’uso del suono che spezza la contemplativa e quasi metafisica atmosfera dentro la cabina, puntellata da qualche dialogo e dallo scorrere dei cavi, con l’ingresso nella piattaforma di cambio del tragitto, dove il buio della struttura si somma al rumore meccanico, duro, violento, quasi industriale dell’impianto. Assolutamente geniale. Prodotto dagli autori del superlativo Leviathan, Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel (e così entriamo nell’ancor più raffinata categoria della doppia coppia).

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L’ETRANGE COULEUR DES LARMES DE TON CORPS

Belgio, di Hélène Cattet e Bruno Forzani, Concorso Internazionale

La lezione formalista del miglior Dario Argento partorisce questo pasticcio di thriller liberty completamente da dimenticare. I due autori si erano fatti notare qualche anno fa con Amer, un piccolo culto nel circuito off osannato da Quentin Tarantino (li accomuna l’amore folle per il giallo italiano anni ’70). Ci si attendeva molto da questo loro secondo lungometraggio, che però delude cocentemente. Un’estetica chic talmente leccata da essere tamarra, architetture e interni art noveau di Bruxelles e Parigi che rimandano allo splendido romano quartiere Coppedè (dove è ambientato – oltre a qualche set argentiano – il più terrorizzante film italiano di sempre, Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli), le musiche d’annata di Nicolai, Morricone e fratelli De Angelis abusate per questa storia di un uomo che cerca la moglie sparita nel nulla. Confusione senza emozione. In fase di sceneggiatura si consiglia alla coppia Cattet-Forzani un bel ménage à trois con Dardano Sacchetti (per dirne uno).

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MOUTON

Francia, di Gilles Deroo e Marianne Pistone, Cinema del Presente

Una storia giovanile individuale che evolve in un piccolo affresco collettivo. La provincia francese, «gente di mare che se ne va» in Piccardia dopo un fatto di sangue che ammutolisce, e soprattutto «il mare d’inverno, un concetto che il pensiero non considera». I due autori invece questo mare di Normandia lo considerano eccome, ne fanno lo sfondo permanente di questo lungometraggio d’esordio per entrambi. Niente di trascendentale, ma lo spirito è sincero, gli attori funzionano, l’ambientazione fuori stagione ha un suo fascino che è molta parte dell’efficacia del film. Promossi.

THE UNITY OF ALL THINGS

Stati Uniti vissuti da cinesi, di Alex Carver e Daniel Schmidt, Cinema del Presente

L’anima divina di Chris Marker si starà rivoltando nella tomba per questo obbrobrio chiaramente ispirato al suo lavoro nella miscela di ricerca linguistica sul mezzo cinematografico, scienza sperimentale (si parla di acceleratori di particelle nucleari per scoprire l’origine dell’universo), culture che si incontrano-scontrano (una scienziata cinese espatriata negli Usa è raggiunta dai figli), riflessione sul futuro a partire dal passato. Pretenziosità debordante, pochezza di risultati imbarazzante. Questi due esordienti americani hanno l’aria dei nerd che si danno arie. Come sarebbe provvidenziale per loro un acceleratore di umiltà.

FORTY YEARS FROM YESTERDAY

Stati Uniti, di Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck, Cinema del Presente

Una famiglia americana viene sconvolta dalla morte della madre, a esserne maggiormente colpito è il baffuto consorte, che resta solo dopo quarant’anni di vita assieme. Il film è in sostanza il racconto delle sue prime annichilite ore vedovili. Realismo raggelato in sintonia col contesto, rotto da squarci lirici commoventi, e sorretto dall’interpretazione misuratissima di Bruce Graham. Con finale sorprendente sulla ferita emotiva del protagonista, e un omaggio alla vita che nonostante tutto va avanti. Una sorpresa che arriva dal Sundance Film Festival, tra le migliori opere viste a Locarno. Il cinema indipendente statunitense si conferma una splendida inesauribile miniera di nuove storie e nuovi autori, singoli accoppiati o scoppiati che siano. God bless America.

Il trailer

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