Opportune et importuneL’enciclica Lumen Fidei: a cosa serve la fede nel 2013?

L’enciclica di Bergoglio e Ratzinger

«La fede», scriveva George Bernanos, «è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi». Oggi viviamo un tempo di ossessioni, coltiviamo l’illusione che tutto si può “controllare” e regolare: dalla sessualità agli affetti, dalla malattia alla morte. L’uomo, però, è abitato da un’alterità irriducibile che continuamente lo interroga e lo inquieta. Un’alterità verso l’Altro, verso il prossimo e nei confronti di se stessi, della propria interiorità. La scena umana è sempre drammatica perché non siamo soli, c’è anche l’altro.

Spesso anche la fede cristiana, proprio per quest’ossessione di controllo che è divenuta la cifra autentica del nostro tempo, è ridotta a puro moralismo, ad un mero elenco di divieti, ad una sorta di moralismo negativo: «Non fare questo, non fare quell’altro». È davvero così? La fede è solo per gente castrata e in fuga dal mondo, capace non di pensare ma solo di obbedire ad un pacchetto di precetti? La risposta è no ed è uno dei punti di maggiore interesse contenuti in Lumen Fidei, la prima enciclica di papa Francesco scritta a quattro mani con Benedetto XVI.

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La fede, prima virtù teologale, non si può ridurre solo a regole e divieti – una tentazione, questa, assai ricorrente in una parte del mondo cattolico che ha reso il Vangelo una fredda precettistica e Cristo un guru del senso comune – ma è esattamente l’opposto di quella che spesso si predica dai pulpiti e all’ombra di certe sacrestie. Credere non significa auto castrarsi e la fede non è per pusillanimi e gente frustrata. Non ha a che fare con il “no” ma con il “sì” alla vita, che è la forma più grande di libertà che ognuno di noi può esercitare perché richiede coraggio e audacia, spirito libero e dimensione personale.

Emblema di questo atteggiamento dinamico e creativo, secondo il Papa, sono i Magi che lasciano i loro saperi e le loro certezze per farsi pellegrini rischiarati dalla stella di Betlemme. «L’uomo religioso», scrive, «è in cammino e deve essere pronto a lasciarsi guidare, a uscire da sé per trovare il Dio che sorprende sempre. Questo rispetto di Dio per gli occhi dell’uomo ci mostra che, quando l’uomo si avvicina a Lui, la luce umana non si dissolve nell’immensità luminosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore».

La fede, insomma, è la risposta più alta alla chiamata di Dio che invita l’uomo a lavorare e dire la sua nel mondo, a «coltivare e custodire» (Gen 2,15) il giardino, per dirla col linguaggio biblico.
L’uomo, infatti, creato a immagine e somiglianza di Dio, è fin dal principio chiamato dal Creatore a contribuire alla creazione. Anzi, secondo il Logos biblico, unico tra le tutte le creature, l’uomo assurge addirittura alla dignità di «co-creatore». Ecco perché l’enciclica afferma che «la fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita».
Essa, scrive il Papa, «fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà a Dio, più forte di ogni nostra fragilità».
Con il credere, ecco l’ardire della proposta cristiana, l’uomo non solo trova Dio – il cui dono grande, sottolinea il Papa, è proprio quello di «farsi trovare» a chi lo cerca – ma anche il meglio delle sue capacità, riscopre cioè la sua vocazione ultima che è quella di essere all’altezza del proprio desiderio.

La modernità, a partire dall’Illuminismo, ha ridotto invece la fede a puro sentimentalismo o, al più, a un modo ingenuo e infantile di vedere il mondo. Superato e quasi ridicolo al cospetto delle grandi scoperte scientifiche, dell’avanzare della tecnologia, dell’autonomia individuale sempre più esibita e rivendicata anche come diritto. Non a caso, Nietzsche affermava che credere è l’opposto del cercare e che la fede toglie alla vita dell’uomo novità e avventura.
Se così fosse, scrive il Papa, la fede «sarebbe come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani». E per questo, anziché essere percepita come luce che illumina tutto il percorso della nostra vita, è stata associata al buio, all’oscurantismo, una camicia di forza che castra e costringe solo ad un obbedienza cieca e meccanica.
«Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare», si legge nell’enciclica, «lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino».

La modernità nella sua contrapposizione tra fede e ragione afferma poi che la fede è solo un puro assenso dottrinale.
Non è così, risponde l’enciclica evidenziando uno dei punti più importanti del pontificato di Ratzinger. La fede, invece, ha una dimensione antropologica perché alla sua luce si possono riconoscere e vivere in verità le dimensioni essenziali dell’umano: gli affetti, le relazioni, il dolore, la sessualità, la morte. A questo proposito, nel quarto capitolo, il Papa fa l’esempio degli innamorati e della famiglia: «Promettere un amore che sia per sempre», scrive, «è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata. La fede poi aiuta a cogliere in tutta la sua profondità e ricchezza la generazione dei figli, perché fa riconoscere in essa l’amore creatore che ci dona e ci affida il mistero di una nuova persona».

C’è chi dice che la nostra società sia diventata una società anestetica, che ha paura della passione e ne prende continuamente le distanze. «La fede», ricorda invece Kierkegaard, «è la più alta passione dell’uomo. Ci sono forse in ogni generazione uomini che non arrivano fino ad essa. Ma nessuno va oltre». Quest’enciclica ha il merito di far risplendere la bellezza di questa passione invitando a viverla senza paura e senza censure. Da uomini veri, insomma.

Twitter: @AntonioSanfra

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