L’Italia è una Repubblica fondata sul mattone

Difesa contro un potere pubblico ostile

Silvio Berlusconi lancia tuoni e fulmini: la casa non si tocca e non si tassa (almeno la prima). Con questa promessa che gli ha evitato una cocente sconfitta a primavera, si dichiara pronto a tornare al voto in autunno. E molti italiani, stando ai sondaggi, sono disposti a credergli di nuovo. Carisma del Cavaliere? Anche, ma soprattutto un tabù intoccabile. Casa dolce casa e in questo Berlusconi c’entra poco, ancor meno il suo contratto con gli italiani. La vera colpa, se colpa c’è, risale a Epicarmo Corbino. Pochi oggi ricordano uno dei maggiori economisti italiani del secolo scorso, che vinse la cattedra senza essere laureato, non per raccomandazione, ma per merito. Eppure, di lui Alcide De Gasperi diceva: «Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo». Insieme a Luigi Einaudi mise le basi della ricostruzione, l’uno al ministero del Tesoro e l’altro alla banca centrale. E sull’Italia del Dopoguerra era uno dei più lucidi tra i padri costituenti.

Nato in un’umile famiglia siciliana, mentre il fratello Orso Mario fa carriera nella fisica teorica fino a diventare il maestro di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna, Epicarmo, diplomato in ragioneria, comincia a lavorare in una ditta privata, ma coltiva la dottrina, tanto che nel 1923, a 33 anni, insegna economia a Napoli (era ancora possibile nell’Italia che sfornava cervelli da premio Nobel). Orso si fa fascista, invece Epicarmo rimane un fervente liberale e in quanto tale, consumata la sconfitta, viene eletto all’Assemblea Costituente. Palmiro Togliatti ha un’altissima considerazione di lui anche se (o forse proprio perché?) si oppone al cambio della lira proposto da Mauro Scoccimarro, comunista ortodosso, allora ministro delle Finanze, contribuendo così, con la stabilizzazione monetaria, a bloccare l’inflazione, la tassa peggiore per le masse popolari, come dice Corbino. Brillante, dotto, ostinato, Epicarmo non è fatto per suscitare consensi. Nel 1953 contrasta la legge truffa ed esce dal Pli per formare un altro partito, Alleanza Democratica Nazionale, che non ha alcun successo elettorale. Lasciato il Parlamento, torna all’insegnamento e diventa presidente del Banco di Napoli. Muore nel 1984, dimenticato dai più. Ma non dai proprietari di casa.

Quando Amintore Fanfani nel 1948 lancia il suo piano, esaltato anche di recente in tv e considerato un modello di welfare state, Corbino si oppone duramente. La sua argomentazione è che lo stato non avrebbe mai potuto costruire tutti gli alloggi dei quali avevano bisogno gli italiani usciti dalla guerra e in marcia verso le grandi città, dunque meglio una buona esenzione venticinquennale per le nuove costruzioni e il graduale sblocco degli affitti. Passa lo statalismo fanfaniano, ma il tempo darà ragione al caustico Corbino che commentava:

«Io ho l’impressione, signori, che le sole case che si costruiranno con il Piano Fanfani saranno quelle per gli uffici amministrativi che servono a raccogliere i fondi per costruire le case».

Perché il progetto non è gratis, ma va finanziato con i contributi sociali. Il liberale perde contro il corporativista, però su grande scala l’Italia segue il compromesso liberista: meno tasse e più palazzine. Dove non lo fa, come con gli affitti sottoposti all’equo canone e a continui blocchi, deprime il mercato provocando la scarsità dell’offerta e prezzi eccessivamente alti.

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Gianni Berengo Gardin, Milano anni Settanta (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)

La questione degli alloggi non è stata mai risolta su base collettiva. Tanto meno con il contributo degli industriali. Gianni Agnelli e Guido Carli, giunti all’età dell’autocritica, riconobbero che proprio questo era il vulnus maggiore del miracolo economico. Il paese si è adattato, ha costruito pagando poche imposte e in barba a piani regolatori, inesistenti o sistematicamente violati. La ferita in questo caso è stata inferta al territorio e a quell’equilibrio ecologico al quale lo stesso Corbino si è convertito in tarda età. Ma questo spiega perché, ogni volta che spunta una tassa sulla casa scoppia la rivolta da destra, mentre ogni aumento delle imposte sul lavoro viene ingoiato bon gré mal gré, senza troppi sussulti, da una sinistra ormai da tempo paradossalmente convinta che “pagare è bello”.

Tassare e tartassare l’abitazione principale, insomma, rompe il patto post-bellico tra lo stato e i cittadini. Naturalmente gli accordi sono fatti per essere rispettati, ma anche cambiati. Tuttavia, andrebbe discusso chiaramente e fino in fondo, così come fece Corbino nel suo contrasto con Fanfani. Grazie a questo liberismo per necessità, gli italiani hanno concentrato sulla casa i loro risparmi, non fidandosi di una borsa che è sempre stata in mano ai soliti noti per poi passare alle grandi banche. È una delle maggiori differenze tra l’Italia e altri paesi. Anche se la realtà, vista da vicino, appare più sfaccettata di quel che si dice.

Se prendiamo le indagini della Federal Reserve sui patrimoni delle famiglie americane, vediamo che per tre quarti sono composti di proprietà immobiliari. La differenza è che la casa negli States è una merce non un rifugio. In Francia, dove castelli e terreni formano ancor oggi il nerbo delle più grandi ricchezze, si tratta di eredità e potenza. In Svezia non si tassa la residenza se si tratta di un appartamento, mentre vengono colpite case e ville. Per la Spagna il boom edilizio ha coinciso con il balzo nel benessere post-franchista (in realtà s’è rivelato un triplo salto mortale). Per l’Italia rappresenta la stabilità contro l’instabile storia e soprattutto il baluardo contro l’ostilità non solo e non tanto del destino, ma di un potere pubblico lontano e sostanzialmente nemico del benessere privato. Ogni paragone razionale tra i tributi in Italia rispetto agli altri paesi, s’infrange contro questo totem socio-culturale più che economico, per abbattere il quale non si può certo dire basta, abbiamo scherzato.

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Ciò non significa premiare con i condoni i palazzinari che hanno messo “le mani sulla città” come nel film sullo scempio di Napoli girato da Francesco Rosi. O tirare una pennellata di bianco sulle escrescenze nei centri urbani, sugli orrori delle periferie o la devastazione delle coste. Ma bisogna chiedersi innanzitutto perché ogni tentativo di fare una politica edilizia s’è rivelato un fallimento. Lo sono stati i piani regolatori del primo centro-sinistra negli anni Sessanta, veri libri dei sogni. Così come il ritorno al natio borgo selvaggio negli anni Ottanta. Il catasto non è stato mai aggiornato, solo moltiplicato: una vergogna e una ingiustizia. Ma lo è anche il conservatorismo di chi si oppone a ogni proposta di “risanamento urbano”: non è passata quella di Berlusconi ed è abortito anche il progetto accarezzato da Mario Monti. Chi tocca la casa muore, dunque. Perché si vuol interrompere un benign neglect che dura da sessant’anni o perché l’immobilismo è il miglior alibi per chi fa quel che gli pare. Meglio dividersi sulle tasse lanciando campagne popolari, che prendere di petto il corpaccione molle e massiccio della società italiana.

Twitter: @scingolo

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