Perché si muore in montagna

Diemberger in vetta ha perso la compagna

«Ho 81 anni, sono diventato anziano con il proverbio delle vecchie guide: “Chi va piano va sano e lontano”. Lo dico ai giovani che vogliono sempre correre. E, poi, rispettate le montagne. Soprattutto in alta quota sono altri mondi. Non siamo noi i padroni, né dell’Himalaya né delle Alpi». Kurt Diemberger, alpinista austriaco ma bolognese d’adozione, è uno dei grandi della storia dell’alpinismo. È l’unico scalatore vivente ad avere all’attivo due prime ascensioni assolute di vette oltre gli ottomila metri. Il Dhaulagiri (8.167 metri) nel 1960 e il Broad Peak (8.051 m) tre anni prima.

Quando racconta pesa ogni parola, soprattutto quando le sue memorie arrivano in vetta e si fanno quasi liriche. Un poeta della montagna che lavora per sottrazione più che per accumulazione, ma non dimentica le emozioni. Siano felicità o dolore. Come quando sul K2 morì, vicino a lui, la sua compagna Julie Tullis, con cui aveva condiviso fino a quel momento «il film team più alto del mondo». Con cinepresa e microfono avevano documentato le loro salite sull’Himalaya. Diemberger, esploratore, alpinista e regista, è vincitore del prestigioso Piolet d’Or alla carriera 2013, ricevuto nel 2010 da Reinhold Messner e l’anno precedente da Walter Bonatti, a cui, dopo la morte, è intitolato lo stesso premio.

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Com’è cambiato l’alpinismo negli ultimi anni?
Molto. Perché è più facile andare sulle grandi cime. Il meteo è diventato efficiente, consultabile anche in alta quota. Questo progresso sia tecnico che scientifico è un aiuto incredibile all’alpinismo. Però, questa, è una storia che nasconde il piede del diavolo. Metti che al campo base dell’Everest si concentrino 500 tende, che corrispondono a un migliaio di persone di ogni nazionalità. Un numero alto, troppo. Tutte dotate di telefono satellitare e computer. Cosa aspettano queste persone? Attendono che i meteorologi dicano quando ci sarà una finestra di bel tempo. E quando arriva il giorno prescelto, questa mandria di persone si butta verso l’ascesa. È di per sé una condizione pericolosa.

Perché? 
Succede che fino a 300 persone salgono lunga una corda fissa, vogliano arrivare lo stesso giorno. Chi della catena detta il tempo medio? Il più lento, così ogni persona che dovrà cambiare la bombola d’ossigeno starà ferma per un po’. E tra questa massa di gente che sosta nei punti più critici, solo una piccola parte è acclimatata bene. L’alpinista Simone Moro mi ha raccontato l’affollamento nel maggio del 2012, negli stessi giorni in cui sull’Everest morirono diverse persone. Ormai, è turismo di massa, sono state installate corde parallele sulle vie normali, Nord e Sud, ma rimane comunque la montagna più alta. Sempre difficile. Stare fermi due ore consumando ossigeno è pericolosissimo. Si rischia l’edema polmonare, complicazioni cerebrali, per non parlare delle dita congelate. Nel 1981 con il collega, regista e alpinista, David Breashears abbiamo percorso la parete Est, detta Kangshung. Un percorso che non fa quasi mai nessuno. Fuori dal turismo, ma certo non facile. Con le riprese realizzammo un film che ha vinto un Emmy.

Nel 1986 fu coinvolto in una drammatica spedizione sul K2. Com’è, ora, la situazione sulla seconda vetta più alta del mondo?
Non è come l’Everest, ma anche sulla via normale del K2 iniziano i segni della massificazione. Il K2 è ancora più pericoloso, perché sulla via normale c’è un canalone a collo di bottiglia con appese migliaia di tonnellate di ghiaccio. Non si sa quando verranno giù. Lì, nel 2008 morirono 11 persone. Nel 1986 ci salvammo solo in due, su sette della spedizione. Ma quella volta non fu colpa della caduta di ghiaccio, bensì di una tempesta, durata parecchi giorni. Rimanemmo imprigionati nelle tende, a 8mila metri. A quell’altezza, o meglio dai 7800 metri in su, si colloca la cosiddetta «zona della morte», dove la respirazione non fornisce ossigeno sufficiente e le cellule cominciano a morire. La vita brucia su una fiamma sempre più piccola. Normalmente nessuno resiste oltre i tre giorni. Julie, la mia compagna, non ce la fece. 

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Ma se gli ottomila sono invasi, quali sono ancora le montagne da scoprire?
Ecco, appunto, oltre a quelle 14 vette, ci sono ancora tante montagne vergini. Bisognerebbe concentrarsi su quelle. Ma per le cime sotto gli ottomila non si trovano sponsor. E le spedizioni costano. Nel 1960 per la nostra spedizione, guidata dallo svizzero Max Eiselin, verso la cima del Dhaulagiri raccogliemmo i finanziamenti attraverso l’invio di 16 mila cartoline, a cui corrispondeva una tariffa. Avevamo progettato un ufficio postale a quasi seimila metri, un aereo avrebbe dovute portare lì le cartoline. Il governo del Nepal si oppose, ma l’aereo, seppur senza le cartoline, seguì per un tratto la spedizione. Era un’idea pionieristica, però con un lato debole. Il motore del velivolo (un Pilatus PC-6, ndr), durante l’avvicinamento esplose e il mezzo si schiantò. I membri dell’equipaggio riuscirono fortunatamente a salvarsi. I resti dell’aereo sono, invece, rimasti lì in alta quota.

Nonostante l’incidente aereo la spedizione sul Dhaulagiri ebbe successo. 
Perfettamente. Il 13 maggio 1960, con gli stivali di renna, arrivammo in cima alla grande montagna bianca dell’Himalaya (Diemberger fu il primo, ndr). Una vetta in genere caratterizzata dal tempo orribile, ma quel giorno non ci fu la tempesta. Fu un’emozione incredibile, ci abbracciammo sulla cresta affilata. Gli dei dell’Himalaya ci avevano benedetto. La nostra era una cordata internazionale, anzi europea. Avevamo anticipato l’Unione europea. Nella spedizione a guida svizzera, oltre a me, austriaco, c’erano, infatti, due polacchi e un tedesco. Tredici uomini in tutto.

Quali sono le buone regole per evitare rischi in montagna? 
Consiglio a tutti, specialmente ai giovani, che vogliono sempre correre, la semplice regola con cui sono diventato vecchio, il proverbio delle guide: «Chi va piano, va sano e lontano».

Ha parlato dei pericoli dell’Himalaya, ma in questi mesi si susseguono morti sulla catena che circonda il Nord Italia. Che montagne sono le Alpi?
Non è facile spiegare i motivi delle morti sulle Alpi. Il Monte Bianco rimane pericoloso, ma c’è una via normale percorribile, bisogna, però, stare però molto attenti alle condizioni meteorologiche. Soprattutto consiglio più rispetto per le montagne. Bisogna allenarsi maggiormente prima di scalarle, scoprirle e conoscerle. Ci sono scuole di alpinismo, corsi. Bisogna frequentarli. Ci vuole tempo prima di considerarsi un alpinista. Certo, può essere importante una certa dose di fortuna. Ma non conta solo quella. Non sono diventato vecchio grazie alla fortuna.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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