Quanto vale un ricercatore italiano? 10mila euro

Corea del Sud al primo posto

Quanto vale sul mercato del business internazionale un ricercatore? Può sfiorare i 100mila dollari in Corea. In Italia solo 14mila e 400 (poco più di 10mila euro), ma c’è chi sta peggio: il povero ricercatore irlandese non raggiunge quota 8.500 dollari.

Le università della Corea sono quelle che ricevono più soldi per realizzare innovazione commissionata dalle aziende, che finanziano così la ricerca privata. Le imprese coreane investono una media di 97.900 dollari per ogni ricercatore, così come riporta uno studio recentemente pubblicato da THE, Times Higher Education.

Sarà forse a causa dell’ultimo contratto che la Samsung ha firmato con il Korea Institute of Science and Technology per aver creato un robot con sembianze umane, collegato a una connessione internet wireless, che svolge le faccende domestiche? Il tema è legato ormai strettamente alla ripresa, con uno sguardo al medio termine: emergeranno in ambito internazionale quei Paesi che saranno competitivi per quanto riguarda le nuove tecnologie, le nuove forme di economia sostenibile, e l’innovazione che davvero potrà cambiare la vita delle persone e delle generazioni. L’attenzione è puntata su chi oggi sta lavorando concretamente per produrre risultati, nelle università, nei grandi centri di ricerca del mondo. I Paesi attirano investimenti esteri anche sulla base di queste tematiche, da imprese lungimiranti che controllano gli investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Altre istituzioni universitarie virtuose agli occhi delle multinazionali e delle imprese più importanti si trovano a Singapore e nei Paesi Bassi. I ricercatori delle migliori università di questi Stati ricevono rispettivamente 84.500 e 72.800 dollari per ogni scienziato. Times Higher Education, nella pubblicazione dei famosi ranking dei migliori atenei nel mondo, ha valutato le università di 30 Paesi in base al rapporto tra il reddito d’impresa e il profitto derivato dalla ricerca privata, e tenendo conto del contesto.

I risultati che fotografano gli investimenti della ricerca privata (nelle università pubbliche o private che siano, ma finanziate dai privati) offrono un panorama interessante, e mostrano che a certi livelli esiste competizione delle migliori università del mondo per il finanziamento della ricerca da parte dell’industria. Il Summit Innovation Index è stato prodotto da dati Thomson Reuters utilizzati da THE World University Rankings. Sarà presentato in occasione del prossimo vertice mondiale delle università che si svolgerà nel mese di ottobre a Singapore, in cui si discuterà proprio del rapporto tra le grandi imprese e le università. L’indice ha valutato proprio il reddito di ricerca che centinaia d’istituzioni in tutto il mondo stanno ricevendo da parte dell’industria. 

Al primo posto la Corea del Sud con i suoi studiosi sui quali investire quasi 100mila dollari ciascuno. Segue Singapore, al secondo posto, con una media di 84.500 dollari per ogni accademico, i Paesi Bassi al terzo posto (72.800) e il Sud Africa in quarta posizione (64.400). L’Europa ha quattro posti nella Top Ten, con il Belgio al quinto posto (63.700), Svezia all’ottavo posto (46,100) e la Danimarca al nono con 43.600 dollari per ricercatore.

Risultati che hanno sorpreso gli stessi analisti di THE: a dispetto del prestigioso patrimonio accademico secolare del Vecchio Continente, i Paesi europei che emergono in termini qualitativi (nel merito dell’investimento fatto su ogni ricercatore) sono pochi e non sono quelli classici della tradizionale eccellenza universitaria europea. La Francia e la Germania sono rispettivamente al 19esimo e al 21 esimo posto, mentre il Regno Unito si piazza al 26esimo posto e attrae solo 13.300 dollari per ricercatore. 

L’Italia è presente in 24esima posizione, su trenta (ultima l’Irlanda). È stato calcolato investimento che i privati e le aziende della business community internazionale hanno fatto sui ricercatori delle università presenti nel ranking delle 400 migliori istituzioni, dove l’Italia è classificata, ma purtroppo nelle retrovie, nella fascia che va dalla 251esima posizione sino agli ultimi posti. Le università valutate sono 14: quelle messe meglio sono la Statale di Milano, Milano Bicocca, seguono l’università di Trieste di Padova, Bologna, Trento, Torino, fino agli atenei che sono valutati da quota 301 a 400.

Il risultato italiano non sembra però troppo negativo, in un Paese dove le università private si contano sulle dita di una mano e dove l’investimento in ricerca e sviluppo è fermo all’1,26% del Pil, contro la media Ue del 2 per cento. Il ricercatore italiano, però, per le imprese vale di più di un ricercatore inglese. La ricerca nel settore manifatturiero italiano fa i suoi progressi, esistono reti che producono innovazione che qualche volta nascono nelle università, altre che partono da iniziative extra accademiche. Basta pensare ad Arduino, il micro controller Open Source che ha un padre italiano importante come Massimo Banzi, creato alla scuola di Ivrea. 

Sono i Paesi che occupano la prima metà della classifica a fare la differenza in un ambito internazionale: il Sud Africa, il Belgio, Taiwan, la Cina, la Svezia, la Danimarca, l’India, la Russia. Gli analisti di Times Higher Education hanno fatto notare che «negli ultimi anni, vi sia stato un aumento globale dell’entusiasmo per il progresso tecnologico e l’informatica, e tutto ciò ha portato il grande business a spostare la propria attenzione verso l’est, verso l’Asia, una regione nota per il suo forte settore manifatturiero e con orientamento accademico tradizionale su queste tematiche».

E gli esempi non mancano: come il robot Mahru-Z, con i suoi ultimi aggiornamenti, realizzato dall’istituto coreano KIST Cognitive Robot Centre, che pare potrà fare il suo ingresso in ogni casa entro il 2020. Sarà in grado di caricare la lavastoviglie, occuparsi del bucato e condire una buona insalata. Una tecnologia sofisticata che sarà importante nelle telecomunicazioni per migliorare la sicurezza nel trasferimento delle informazioni è “il mantello dell’invisibilità” della Nanyang Technological University di Singapore: una piccola scatola ‘magica’ di pannelli di vetro di dimensioni capillari, in grado di far sparire gli oggetti al suo interno deviando i raggi di luce. Altra invenzione che ha fatto storcere il naso a molti è primo hamburger costruito in laboratorio partendo solo da alcune cellule. Presentata il 5 agosto scorso a Londra da Mark Post, lo scienziato dell’università di Maastricht che l’ha realizzata col suo team, è stata finanziata dal cofondatore di Google Sergey Brin, nella visione che l’allevamento di bestiame non è un bene per l’ambiente, e soprattutto non basta a soddisfare la richiesta di cibo in molte parti del mondo. Un’invenzione che molto probabilmente ha aumentato il valore di un ricercatore delle università olandesi, che nella classifica di THE sono al terzo posto e valgono dollari 72.800 dollari d’investimento da parte delle imprese. 

Twitter: @loliva2011

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