Roger Waters accusato di antisemitismo, si difende così

L’ex Pink Floyd e il suo spettacolo

Certo, non serve fare appello a Roberto Calderoli per leggere il maiale in prospettiva semantica. Certo, il passo è breve, qui un muro della psiche, là un muro di cemento, quello che separa Stato ebraico e West Bank. E poi Roger Waters indubbiamente non è un campione della causa di Israele, su quel muro scrisse frasi che non avevano bisogno di un manuale di ermeneutica per essere interpretate: “Hey, Olmert, leave that land alone”. Prese di posizione tipiche di una certa sinistra, espresse in molteplici appelli pro-Palestina e nell’invito al boicottaggio anti-israeliano, con tanto di adesione esplicita alla campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions). Accostare l’antisemitismo ai Pink Floyd, però, pare un’operazione assai ardita.

Riassunto delle puntate precedenti. Dal 2010 Roger Waters, bassista e cantante dei fu Pink Floyd, porta sui palcoscenici di tutta Europa uno spettacolo tratto da uno dei concept album più noti della storia del rock, “The Wall”. Uno show fantasmagorico, formidabile sinestesia di immagini e musica. Dai contenuti politici tutt’altro che neutri.

Quindici giorni fa Alon Onfus Asif, un israeliano che vive in Belgio, ha pagato il biglietto per assistere allo spettacolo di Waters. Location, il festival di Werchter, vicino a Bruxelles. Verso la fine della (strepitosa) esibizione il cielo è stato solcato da una sorta di dirigibile, le cui forme erano, inequivocabilmente, quelle di un maiale. Il seguito è noto. Il suino, marchiato da una serie di simboli, tra cui la stella di David, non fa una bella fine. Come il muro, peraltro.

Alon ha diligentemente ripreso il maiale con il proprio iPhone, lo ha messo in rete ed ha contattato un quotidiano israeliano, lo Yediot Ahronot. Il corollario è la consueta polemica, con i consueti protagonisti e i consueti argomenti: la libertà dell’arte, le politiche dello Stato d’Israele, il sionismo e l’antisionismo. Il rabbino Abraham Cooper, decano del Centro Simon Wiesenthal, non ha usato giri di parole e ha sentenziato: antisemitismo. La polemica ha fatto tappa anche a Roma, dove alcune persone di religione ebraica hanno abbandonato per protesta lo spettacolo.

Questa volta però Waters ha preso carta e penna, ha scritto una lettera al rabbino Cooper e ha fatto l’avvocato di se stesso, per ribaltare accuse definite “selvagge e bigotte”. Prima imputazione, l’essere antisemita. Testimone a difesa: la dichiarazione della Anti Defamation League, secondo cui “l’utilizzo della stella di David da parte del Signor Waters è inopportuna, ma priva di qualsiasi intento antisemita”. Altra prova a discarico: il fatto che sul suddetto maiale comparissero nell’ordine: il crocifisso, la falce e il martello, la Mezzaluna rossa e alcuni loghi che nell’immaginario collettivo fanno rima con capitalismo (Shell, Mc Donald’s e Mercedes, oltre all’immancabile dollaro).

Secondo capo di accusa, odiare gli ebrei. Qui Waters cade nel solito ritornello. “Ho molti amici ebrei”. Cita il nipote dello stesso Wiesenthal, nonché la propria nuora (come se non si potesse avercela con la nuora). La difesa non viene ulteriormente argomentata.

Terza imputazione, le simpatie naziste. In questo caso Roger Waters, figlio del luogotenente Eric Fletcher Waters, morto il 18 febbraio del 1944 nello sbarco di Anzio – obiettivo militare, la svastica – diventa un fiume in piena. Ricorda il trauma di un’adolescenza senza padre e un’educazione post-bellica in cui il nazista era l’emblema del Male. Descrive in vari modi il Muro, per quello è (libertà, dialogo, cooperazione, pace, diritti) e per quello che non è (guerra, colonialismo, autoritarismo, fascismo, apartheid, dogma). Invita a non confondere l’antisemitismo con la critica alle politiche dello Stato d’Israele.
Anche Waters verbalmente usa la clava, definisce lo Stato ebraico una “teocrazia” e parla apertamente di “apartheid”. E l’accostamento ai mullah iraniani e ai Fratelli Musulmani d’Egitto, fatto dal rabbino Cooper? Ridicolo, sostiene l’artista. Anzi, “un affronto personale, per chi si batte da anni per la separazione tra Chiesa e Stato” (conseguenza: la colpa è di Israele, che confonde un simbolo religioso con uno statuale).

L’antisemitismo è affare serio e negli ultimi anni in Europa si sono colti segnali inquietanti. Ci si è dimenticati con troppa leggerezza di Mohammed Merah, il giovane francese, di origini algerine, che nel 2012 fece irruzione in una scuola rabbinica di Tolosa e uccise quattro persone. Ma uno spettacolo che pure concede molto al dogma del politicamente corretto – l’anticonsumismo, per fare un esempio – è andato in scena ben 193 volte senza mai rappresentare una reale minaccia, a dispetto del rabbino Cooper.

In un ipotetico processo, analogo a quello che Pink, il protagonista di The Wall, subisce alla fine dello spettacolo, Waters potrebbe portare a propria difesa non solo le ripetute glosse alla immagine del maiale – è il governo errante, simbolo di repressione, ha detto più volte l’artista – ma il testo stesso dell’opera. Dove non ci limita a seguire l’inesorabile costruzione del muro, mattone dopo mattone – educazione repressiva, madre invadente, società prona al mito del consumo, incapacità di relazionarsi al prossimo – ma viene messo alla berlina l’autoritarismo politico, Adolf Hitler è satireggiato come un artista fallito e l’allucinazione estrema di Pink, apice di quel percorso che si vuole abbattere, assume le forme di un dittatore nazista, che vuole “tagliare i rami secchi”, “ripulire la città”, “sterminare i deboli”, “accendere i forni” per “le checche, i negri, i rossi e gli ebrei”. Il pubblico capisce e il muro, crac, va giù.

Twitter: @vannuccidavide

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter