Sulle fusioni tra popolari 30 miliardi di dubbi

Il credito difficile e l’economia reale

Sui conti delle grandi popolari pesano 32,3 miliardi. È il complesso dei crediti deteriorati netti iscritti a bilancio da Ubi, Bper, Bpm e Banco popolare nei primi sei mesi del 2013, in aumento del 14,5% rispetto a fine 2012, quando hanno toccato i 28,2 miliardi. Un giro di boa alquanto complesso anche a guardare i corsi borsistici: Bper -4,26%,Ubi Banca -0,83%,Popolare di Milano -26,9% e Banco Popolare -19,07%, mentre il Ftse Mib, il principale listino di Piazza Affari, è salito del 6,61% nello stesso lasso di tempo. Tant’è che nell’ultimo scorcio d’estate si è tornato a parlare di aggregazioni.

Secondo quanto risulta al Sole 24 Ore , ci sarebbe qualcosa di più di semplici voci: i vertici della Popolare di Milano sarebbero stati destinatari di contatti esplorativi e richieste informali da parte degli altri istituti. Difficile però si concretizzi alcunchè. Le prossime mosse di Bpm sono tracciate nella nota che accompagna i conti: entro il 23 settembre l’istituto invierà alla Banca d’Italia le osservazioni sul rapporto ispettivo concluso lo scorso luglio con esito parzialmente sfavorevole, poi sarà rivisto il piano industriale, la governance, e l’aumento di capitale. Tanta, troppa carne al fuoco per pensare a fusioni. 

Nelle Considerazioni finali dello scorso maggio, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, aveva sottolineato che il modello mutualistico «può risultare oggi inadeguato per intermediari di grande dimensione, operanti a livello nazionale o anche internazionale, quotati in borsa, partecipati da investitori istituzionali rappresentativi di una moltitudine di piccoli risparmiatori che hanno finalità e interessi diversi da quelli cooperativi». Una moral suasion senza mezzi termini, che potrebbe sfociare – è il ragionamento del quotidiano di Confindustria – in un imperativo a rafforzarsi. 

«Le due condizioni per parlare di aggregazioni sono: o l’economia va molto male o va molto bene. Finché rimane in linea di galleggiamento non vedo nulla all’orizzonte», dice a Linkiesta un banchiere di uno degli istituti che ha pubblicato i conti ieri, sotto garanzia di anonimato. Aggiungendo velenoso: «C’è qualcuno come Mediobanca che ha interesse a mettere in giro spifferi di questo genere». Non stupirebbe: è stato proprio Alberto Nagel, amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, a garantire l’appoggio della banca ad Andrea Bonomi nella sua corsa ai vertici della Popolare di Milano ed entrare – per poi uscirne a fine aprile per evitare conflitti d’interesse (Bpm è tra i creditori dell’editore) – nel consiglio d’amministrazione di Rcs, società editrice del Corriere della Sera.

Certo, la dimensione rimane fondamentale per competere. «Più probabile», riflette ancora il top manager, «assistere ad acquisizioni di soggetti italiani da parte di investitori esteri che un consolidamento del sistema per vie interne». In questo senso, la riflessione sul modello mutualistico non è esclusiva di Bpm. Tanto Ubi quanto Bper stanno infatti considerando di adottare una governance moderna, tagliata sulle esigenze degli investitori istituzionali presenti nell’azionariato. Insomma, il medesimo percorso che negli anni ’90 ha portato alla nascita dei campioni nazionali – Intesa Sanpaolo e Unicredit – non sembra replicabile.

A guardare i conti dei tre istituti, il refrain è sempre lo stesso: l’attività operativa langue, il margine d’interesse si contrae anche per via dei tassi Bce ai minimi storici a 0,5%, e quindi si cerca di mantenere gli utili tagliando i costi e aumentando le commissioni. Tutti sulla stessa barca anche per quanto concerne i crediti deteriorati in aumento. Al 30 giugno scorso le sofferenze di Ubi Banca hanno raggiunto i 3,2 miliardi (2,95 miliardi a fine 2012, lo stock lordo dei crediti deteriorati è di 11,8 miliardi) con un tasso di copertura sceso al 41,8% rispetto al 42,6% di dicembre 2012. «La crescita dello stock netto nel secondo trimestre (circa 200 milioni) è da ricondursi quasi totalmente all’iscrizione in sofferenza di un’unica posizione (precedentemente classificata ad incaglio) pari a circa 153 milioni di euro: su tale esposizione non sono state effettuate rettifiche a fronte della previsione di un recupero integrale del credito», si legge nella nota stampa.

Il riferimento, come ha spiegato in conference call l’amministratore delegato Victor Massiah – che nega alcun contatto con Bpm – riguarda l’Istituto dermopatico dell’Immacolata di Roma. Cala la raccolta da clientela retail a 77,9 miliardi, -2,5 miliardi rispetto a dicembre 2012 a causa «della contrazione del comparto relativo ai “conti correnti e ai depositi” e ai “depositi vincolati”». Salgono le rettifiche a 383,9 milioni, contro i 334,4 milioni del primo semestre 2012. Diminuiscono invece gli impieghi: 91,3 miliardi rispetto ai 92,9 miliardi di dicembre 2012. Prosegue, come previsto, il taglio dei costi, scesi a quota 1 miliardo (-5,7% su giugno 2012). Le commissioni nette salgono del 2,8% sul primo semestre 2012 a 602,2 milioni. I proventi operativi – 1,6 miliardi – arretrano dell’8% rispetto al medesimo periodo del 2012, e il margine d’interesse si ferma a 845,4 milioni (-13,7%). Risultato: utile a 52,9 milioni rispetto ai 159,5 del primo semestre 2012.

Bpm ieri ha festeggiato il ritorno all’utile per 105,6 milioni di euro (-131,3 milioni al 30 giugno 2012) e la crescita dei ricavi a 866 milioni (+11,6%) e commissioni nette a 278 milioni (+16,3%), mentre come per Ubi scende la raccolta diretta retail a 37,8 miliardi (-1,8%) e gli impieghi a 34 miliardi (-2,2%). Anche dalle parti di Piazza Meda la qualità del credito peggiora: i crediti dubbi si assestano a 4,8 miliardi (+14% su dicembre 2012), con le sofferenze lorde in salita di 279 milioni in sei mesi e un tasso di copertura al 63,5 per cento. Ampiamente visibile sul patrimonio netto – sceso a 3,5 miliardi (-10,5% sul 2012) – l’impatto del rimborso dei Tremonti bond per 500 milioni.

Utili in salita anche per il Banco popolare, che al 30 giugno evidenzia un risultato netto di 156 milioni rispetto ai 29 milioni dello stessso periodo del 2012, con commissioni nette a 744 milioni (+9,8% sul 30 giugno 2012) e oneri operativi a 1,11 miliardi (-4,6% sul giugno 2012). Sostanzialmente stabili la raccolta diretta a 94,9 miliardi (+0,5% su dicembre 2012) e gli impieghi lordi, 95,4 miliardi (+0,8%). Il complesso dei crediti deteriorati lordi, invece, aumenta dell’11,6% anno su anno, a 16,8 miliardi – 12,5 netti – con rettifiche per 4 miliardi, sofferenze a 7,7 miliardi, con un tasso di copertura complessivo stabile al 36,7 per cento.

Infine c’è Bper, che ha archiviato i primi sei mesi dell’anno in rosso per 19,9 milioni di euro, a causa di un tax rate del 230%, «condizionato dall’indeducibilità Irap delle rettifiche sui crediti e dal costo del personale», recita il comunicato stampa. Pesanti le rettifiche sui crediti: 467,8 milioni (+51,8% su fine 2012), per via dei criteri più conservativi adottati nella classificazione e accantonamento dei crediti “sospetti”, e svalutazioni dirette su posizioni in sofferenza per 1,5 miliardi e tasso di copertura al 54,8 per cento. L’ammontare dei crediti deteriorati netti sale a 6,3 miliardi (+20,9% da fine 2012), con sofferenze a 2,3 miliardi (+20,9%). La raccolta diretta da clientela scende a 46,3 miliardi (-2% su dicembre 2012) e i costi operativi (-4,9%) a 598 milioni di euro. Curiosamente si riducono le commissioni nette a 346,8 milioni (-1,9%), ascrivibili alle novità introdotte dal decreto “Salva Italia” sulla diversa allocazione contabile delle commissioni attive.

Twitter: @antoniovanuzzo

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