Una sentenza europea annulla le sanzioni contro l’Iran

I rapporti fra Teheran e l’Occidente

Più che la politica, poté il diritto: i tribunali europei rischiano di smantellare l’impianto delle sanzioni contro l’Iran, varate in risposta al programma nucleare, a causa di contraddizioni e falle giuridiche che lo rendono facilmente attaccabile.

Nell’ottobre 2012, a tre mesi e mezzo di distanza dall’entrata in vigore dell’embargo europeo contro l’import di greggio, il Consiglio Europeo ha votato l’ennesimo pacchetto di misure punitive, colpendo l’élite imprenditoriale iraniana e prendendo di mira, oltre alla Banca Centrale, istituti di credito ed aziende legate al piano atomico: asset congelati, visti rifiutati, divieto di affari tra compagnie europee e società di Teheran, salvo qualche eccezione per gli aiuti umanitari, gli acquisti di cibo e medicine.

La campagna dissuasiva nei confronti del regime, però, rischia di arenarsi di fronte a un ostacolo imprevisto, le corti giudiziarie del Vecchio Continente. L’istituto di credito iraniano Bank Mellat potrebbe avere aperto una breccia nella strategia di accerchiamento studiata da Bruxelles. Si tratta di uno dei maggiori istituti creditizi iraniani, accusato di finanziare l’arricchimento dell’uranio e colpito nel 2010 dalle sanzioni del Consiglio Europeo, con conseguente blocco di una serie di asset. La banca ha fatto ricorso, sostenendo che non vi fossero prove del legame con il programma atomico. A gennaio 2013 la Corte di giustizia dell’Unione Europea, con sede in Lussemburgo, le ha dato ragione.

Il dilemma è di difficile soluzione: per sanzionare chi concorre a realizzare il nucleare iraniano sono necessarie le prove, ma i governi sono restii a fornirle (e a quindi a renderle pubbliche), perché le informazioni di intelligence devono restare segrete, in modo da non compromettere le operazioni contro il programma del regime. Senza il conforto dei fatti, i provvedimenti adottati dai governi dell’Unione sono una tigre di carta.

La ragion di Stato contro le ragioni del diritto, insomma. Le sanzioni contro la Bank Mellat sono state sospese, in attesa dell’appello presentato dalle autorità europee contro la decisione della Corte, ma le posizioni dei due fronti appaiono difficilmente conciliabili. Da una parte l’Unione, secondo cui «non è ammissibile condividere informazioni, rendendole pubbliche» come riferisce un diplomatico di stanza a Bruxelles; dall’altra il tribunale, per il quale ogni Paese «ha il dovere di presentare contro qualsiasi accusato le prove a suo carico». I legali della banca iraniana vedono nel pronunciamento lussemburghese «una vittoria dei diritti umani» e nell’atteggiamento dell’Unione, che ha evaso le ripetute richieste di documenti “compromettenti”, una «violazione del diritto di difesa». Lo scorso giugno, poi, la Corte Suprema del Regno Unito, nell’accogliere un altro ricorso della banca, ha addirittura definito le misure punitive «arbitrarie e irrazionali».

C’è il concreto rischio di una slavina giudiziaria in grado di abbattere l’intero sistema delle sanzioni. Dopo la Bank Mellat, anche la Bank Saderat, altro istituto creditizio privato, ha avuto un analogo giudizio favorevole. A maggio l’azienda Iran Transfo, accusata di avere partecipato alla costruzione dell’impianto di Fordow – uno dei siti sospetti – ha vinto una causa anti-sanzioni in Lussemburgo, per mancanza di prove. A settembre nel Granducato bisognerà discutere i casi di Europaeisch-Iranische Handelsbank AG (EIH), Post Bank e Persia International Bank. Anche la Banca Centrale Iraniana, assieme a molte compagnie della navigazione e del settore petrolifero, è pronta alla sfida legale.

Un vero e proprio Comma 22 per l’Unione, chiamata a predisporre una strategia per evitare che l’arma delle sanzioni si riveli spuntata. Funzionari britannici e avvocati di Bruxelles sono in contatto con i giudici lussemburghesi, affinché venga raggiunto un compromesso, che consenta ad alcuni magistrati di accedere alle informazioni riservate.

Secondo alcuni analisti, occorrerebbero misure più mirate e più circostanziate. I provvedimenti del Consiglio europeo vengono adottati all’unanimità su proposta di uno o due Paesi (di solito Francia e Gran Bretagna, mentre la Germania, più interessata all’export verso l’Iran, è decisamente più restia). Gli altri membri si limitano ad esprimere la loro fiducia.
Perdere la battaglia giuridica con le banche iraniane sarebbe un duro colpo per la comunità internazionale e Washington, che ha varato sanzioni ancora più restrittive di quelle europee, ne è pienamente consapevole. L’Unione è ora chiamata a superare gli interessi nazionali per esprimere una visione e una strategia comune. Con l’auspicio che l’avvento a Teheran dell’era Rohani, inaugurata ufficialmente da poco, sia sinonimo di moderazione e pragmatismo.

Twitter: @vannuccidavide

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