Al Assad, il leader che provò a riformare la Siria

La storia degli Assad

La ribellione siriana, prima pacifica e poi armata, ha già mietuto 100 mila morti, 2 milioni di rifugiati e circa 5 milioni di sfollati. Da quando l’America di Obama è entrata prepotentemente in scena minacciando di bombardare obiettivi del regime di Damasco, questa ennesima tragedia mediorientale è rientrata nelle prime pagine dei giornali e dei telegiornali di tutto il mondo. «Obama bombarderà la Siria», oppure «Obama rimanda il bombardamento della Siria», sono i titoli “standard” che incontriamo sempre più frequentemente in queste ultime settimane. Ma sono titoli sbagliati, o quantomeno imprecisi. Questi ultimi due anni hanno sancito definitivamente il fatto che esistono oramai “due Sirie”: una, quella dei ribelli, divisa fra laici, fondamentalisti, esiliati, idealisti e, spesso, opportunisti; l’altra, quella degli Assad, la famiglia che da oltre quarant’anni tiene in mano i destini della Siria, e che con questa ribellione sta attraversando quello che è di gran lunga il momento più difficile del proprio lungo dominio.

Ma chi sono gli Assad? Come sono giunti al potere? E cosa li ha resi capaci di resistere così a lungo rispetto a regimi che sembravano almeno altrettanto solidi come quelli di Gheddafi o Mubarak, e che invece si sono squagliati nel giro di poche settimane o pochi mesi?

Le origini umili

I due Assad, Hafez e Bashar, sono prima di tutto due figure assai diverse. Hafez, il padre dell’attuale dittatore, nasce nella Siria ancora sotto occupazione francese nel 1930. Nono di undici figli, Hazef appartiene a una umile famiglia alawita che risiede nel villaggio di Qardaha. Per tutta la vita Assad padre è andato assai orgoglioso delle sue umili origini, attribuendo ad esse le sue doti di politico duro e astuto. È il primo della famiglia a frequentare la scuola superiore ma, nonostante si fosse distinto in più occasione per le sue doti intellettive e per la sua intraprendenza, la mancanza di mezzi gli impedisce di coronare il suo sogno, ovvero conseguire la laurea e intraprendere la professione medica. Opta invece per l’esercito, carriera sicura e dai molti possibili sbocchi, soprattutto politici.

Già dal liceo, infatti, il giovane Hafez è entrato a far parte del partito Baa’th (rinascita), formazione politica di ispirazione laica, socialista e panaraba. Insieme al nasserismo, con cui condivide numerosi principi, il Baa’th è l’espressione più popolare e riconosciuta del “panarabismo”, l’ideologia che, dagli anni Cinquanta, per circa vent’anni ha dominato il mondo arabo predicandone una unione di tipo nazionalista e laico in forte rottura con le ex-potenze coloniali occidentali. I partiti laici come il Baa’th in questi anni vanno molto di moda tra i giovani delle minoranze religiose siriane, proprio in virtù dei loro valori di uguaglianza e di laicità. Essi si contrappongono a quelli propugnati dai partiti e dalle organizzazioni sunnite come la Fratellanza musulmana, che in quegli anni è la formazione di riferimento dei giovani borghesi sunniti. Questi ultimi fanno parte della setta che costituisce la maggioranza del Paese e che ha da sempre detenuto il potere politico ed economico, confinando le altre numerose minoranze etnico-religiose nelle zone più impervie del Paese, come quella delle montagne del nord-ovest che ospitano, appunto, gli alawiti. 

Ma il vento ha cominciato a cambiare con l’occupazione francese. Gli ufficiali europei, per tenere a bada la riottosa maggioranza sunnita, hanno riempito l’esercito siriano di ufficiali e soldati appartenenti alle minoranze, soprattutto alawiti. Tale caratteristica dell’esercito rimarrà tale anche dopo l’indipendenza e sarà uno dei fattori determinanti che porterà la Siria a caratterizzarsi come uno dei Paesi più instabili della regione mediorientale (che è tutto dire), con numerosi colpi di Stato e con periodi di democrazia parlamentare alternati a periodi di dittatura militare.

È in questa Siria instabile e debole e in questo esercito in cui le minoranze hanno grande potere che il giovane Hefez si farà strada iniziando come pilota – secondo molte fonti spericolato – di caccia militari. Egli cavalcherà i successi (e gestirà abilmente gli insuccessi) del partito Baa’th, il quale prenderà il potere nel 1963 con un colpo di Stato facilmente riuscito nel caos che era seguito alla fine dell’infelice unione con l’Egitto di Nasser nel 1961.

Hafez al Assad, leader scaltro e temuto

È lui il ministro della Difesa nel 1967, quando la Siria, insieme a Giordania ed Egitto, attraversa il disastro della Guerra dei Sei Giorni, la più cocente sconfitta mai subita dagli eserciti arabi contro il nemico israeliano. Ma Hafez è abile, ai molti che ne chiedono le dimissioni, risponde con una offensiva propagandistica che scarica le responsabilità totalmente sulla leadership politica, assolvendo i militari e, quindi, se stesso. Dal 1967 al 1970 minerà con grande abilità le fondamenta del potere dei leader del partito, non guardando in faccia a nessuno; nemmeno a colui che fino a poco tempo prima era stato il suo mentore politico: il generale alawita Salah Jadid. La cura e la pazienza infuse nella preparazione di ogni manovra politica lo porteranno nel 1970 a prendere definitivamente il potere senza dover sparare nemmeno un colpo, iniziando un dominio che durerà oltre la sua morte – eventualità assai rara per un dittatore arabo – le cui basi erano state gettate con scaltrezza e abilità già negli anni precedenti la presa del potere. 

La furbizia e l’abilità di Assad padre l’hanno reso prima di tutto un leader temuto fuori e dentro la Siria e rispettato perfino dai suoi (molti) nemici. Col tempo, comunque, egli diventerà anche ammirato – e non solo temuto – da una buona parte della popolazione. Ciò è dovuto, oltre alla serrata propaganda da vero e proprio culto della personalità, soprattutto alla stabilità che Assad è riuscito a dare ad un Paese in precedenza squassato dalle crisi politiche e all’immagine di potenza politica e militare regionale che la Siria ha guadagnato durante il suo dominio. L’ampliamento e la modernizzazione dell’esercito, la “vittoria” (o “non sconfitta”) contro il nemico israeliano nel 1973, e, soprattutto, l’avventura quasi “imperialista” in Libano (in cui le truppe siriane entreranno durante le guerra civile libanese nel 1976 e in cui rimarranno fino al 2005 rendendo il piccolo Paese dei cedri una sorta di protettorato de facto) hanno conferito ai siriani un certo orgoglio nazionalista che non era mai stato presente dall’indipendenza del Paese. Tali sentimenti, però, hanno pervaso solo in superficie la gran parte della maggioranza sunnita, la quale dal 1979 al 1982 scatenerà una ribellione sotto la guida della Fratellanza musulmana siriana. Essa si concluderà con lo spaventoso eccidio di Hama, ultima roccaforte dei ribelli, in cui dalle 10 alle 30 mila persone rimarranno uccise sotto le bombe dell’artiglieria e dei caccia del regime.

Bashar al Assad, e le riforme mancate

È nell’ombra di questa figura enorme e controversa della storia siriana che si inserisce il personaggio di Bashar al-Assad, il “dittatore per caso”*. Il soprannome, diffusosi al tempo della sua ascesa al potere, è dovuto al fatto che per molto tempo il delfino del padre Hafez era stato il figlio maggiore Basil, educato all’interno degli ambienti militari e del Baa’th, ma prematuramente morto nel 1994 in un incidente automobilistico (sul quale ovviamente non mancano le dietrologie). Bashar, che in quel periodo frequentava la specializzazione medica in oftalmologia in Gran Bretagna, era stato fino a quel punto una personaggio riservato e molto defilato, apparentemente lontano da qualunque aspirazione politica. Ma immediatamente dopo la morte del fratello il giovane oftalmologo viene richiamato d’urgenza in patria e spedito in fretta e furia nell’accademia militare di Homs dove nel giro di pochi mesi ottiene il grado di tenente colonnello. Nonostante sia ormai chiaramente designato come nuovo delfino, anche in questo periodo Bashar continua a mantenere un profilo defilato. Sarà il padre che si occuperà di eliminare uno dopo l’altro tutti i possibili rivali del figlio alla sua successione, tra i quali il potente capo di stato maggiore dell’esercito Hikmat Shihabi e lo zio “traditore” Rif’at al-Assad2.

È quindi un leader “per caso” o “per altrui volere”, senza alcuna esperienza politica e senza alcun rimarchevole risultato personale, il giovane leader che si affaccia al vertice dello stato siriano alla morte del vecchio Hazef al-Assad, stroncato da un attacco di cuore il 10 giugno del 2000. In quei mesi lo “slogan informale” che circola a bassa voce per le strade siriane per descrivere la sua successione al potere è un semplice “ma fii gheiyrhu”, “non c’è nessun’altro”3. Il giovane Bashar eredita uno stato stabile, un esercito fra i più potenti della regione, e l’efficiente entourage del padre; ma non la sua autorità. Ha bisogno di guadagnarsi un proprio personale prestigio, e sa che gran parte della “vecchia guardia” lo ha accettato perché giovane e capace di dare al regime un’immagine nuova e riformatrice nel nuovo millennio.

Nel suo discorso di apertura il giovane presidente promette riforme radicali sia in campo politico che economico, e nei suoi primi atti sembra sinceramente determinato a mantenere le promesse. Nel primo anno della sua presidenza vengono allentati notevolmente i cordoni della censura e del controllo sociale. Nuove idee fioriscono, si parla di democrazia e intellettuali e attivisti sono lasciati liberi di firmare petizioni per una maggiore apertura e democratizzazione. Ma dura poco. Quella che secondo la “vecchia guardia” doveva essere solo una manovra di facciata, rischia di diventare un vero movimento politico e sociale in grado di cambiare la struttura stessa dello stato. Questo è inaccettabile per i vertici del partito e dell’esercito, e mette in dubbio il sostegno alla presidenza del giovane Assad, il quale deve a quello stesso sistema corrotto e nepotista che cerca di cambiare la sua ascesa al potere per “diritto di nascita”.

La repressione

Il concetto viene probabilmente spiegato molto chiaramente al nuovo presidente, il quale sembra comprendere perfettamente le conseguenze della perdita del sostegno dei gangli vitali del sistema fondato dal padre. La campagna di repressione viene rapidamente lanciata, migliaia vengono arrestati o finiscono in esilio, mettendo bruscamente e tragicamente fine a quella che era stata battezzata la “Primavera di Damasco”.
Bashar, scottato da tentativo di mettere mano alle riforme politiche, ci riprova ben presto con quelle economiche. Per prima cosa liberalizza il sistema bancario, ma i risultati sono lenti e perlopiù deludenti. Le liberalizzazioni, timide, hanno poca capacità attrattiva verso gli investitori stranieri, preoccupati dall’alto livello di corruzione e statalismo che continua a caratterizzare il sistema siriano. Le prime banche private si insediano molti anni dopo la liberalizzazione, e dei numerosi progetti che vengono lanciati da investitori stranieri ben pochi riguardano ingenti e cifre e ben pochi arrivano al completamento, spesso lasciando sul territorio enormi mostri architettonici incompiuti.

L’altissimo livello di corruzione e clientelismo finisce per rendere le liberalizzazioni perlopiù un mezzo per arricchire velocemente una ristretta cerchia di “nuovi ricchi” che sostituiscono ben presto al vertice del sistema economico la tradizionale alta borghesia sunnita urbana – naturalmente per niente soddisfatta di tali sviluppi – e che fanno capo al cugino del presidente Rami Makhlouf. Nel frattempo il petrolio estratto nel Paese, da sempre poco, deve essere sempre più usato a scopo interno per sostenere i consumi della numerosa popolazione che lo acquista a prezzi fortemente sussidiati. I ricavi delle esportazioni petrolifere, per quanto modesti, son da sempre la spina dorsale delle entrate statati e del pletorico sistema pubblico. Gli enormi interessi clientelari ad esso legati ne hanno reso impossibile la riforma nonostante il continuo calo delle entrate; ciò ha fermato gli investimenti statali e costretto a scelte impopolari come il taglio dei sussidi. Nonostante questo, qualcosa in campo economico in questi anni si è mossa. Importanti investimenti sono stati fatti soprattutto sui due grandi centri urbani Damasco ed Aleppo, ma a discapito delle campagne che sono state interessate da una progressiva desertificazione senza che lo Stato facesse alcun intervento infrastrutturale per porvi rimedio. Molti degli ex abitanti delle nuove zone desertiche abitano, forse non a caso, i sobborghi miseri di Daraa, la città del sud dove è cominciata la ribellione.

Anche in politica estera i risultati di Assad sono controversi. È vero che, dopo il respingimento dell’invasione di Israele nel sud del Libano da parte di Hezbollah con il sostegno di Damasco, Bashar al-Assad risultava il leader più amato dalle masse arabe. È vero anche, però, che la maldestra mossa di assassinare il premier libanese Rafiq Hariri nel 2005 – di cui Assad, se non responsabile diretto, era almeno a conoscenza – aveva costretto Damasco un anno prima a ritirare le proprie truppe dal territorio libanese, mettendo fine ad una quasi-occupazione che durava da quasi trent’anni.
Insomma, è un “dittatore ereditario” dagli scarsi e controversi successi personali quello che dal 2011 sta affrontando una delle ribellioni più gravi della storia della Siria. Un dittatore strettamente legato al sistema creato dal padre e di cui è riuscito a riformare ben poco – in questi 13 anni molti nomi di vertice sono cambiati, ma quasi sempre sostituiti con personaggi più giovani provenienti dagli stessi ambienti – sia dal punto di vista politico che da quello economico.

Nonostante ciò, nel 2011 ancora molti sia in Siria che in Occidente continuavano ad avere fede nella sua volontà di riformare il Paese, e la patina di leader giovane e riformista era ancora pressoché intatta (risale a pochi mesi prima della rivolta il lungo servizio dedicato da Vanity Fair alla moglie Asmaa al-Assad, che si vociferava essere anche amica personale di Carla Bruni). A Bashar sarebbe probabilmente bastato concedere ben poco per soddisfare la popolazione che nel marzo 2011 aveva cominciato a manifestare per le riforme (non per la fine del regime), e che tutto sommato vedeva ancora in lui una “promessa ancora da mantenere”.
Nessuno potrà mai dire se la decisione di rispondere col pugno di ferro sia stata sua – nella volontà di somigliare al padre che nel 1982 rispose con altrettanta ferocia alla ribellione della Fratellanza musulmana – oppure imposta dalla “vecchia guardia” ansiosa di non perdere nessuno dei privilegi a lungo conservati.

Di sicuro c’è solo che, in qualunque modo si concluda questa lunga tragedia siriana, la promessa può dirsi ora definitivamente tradita.
 

*Massimo Tibaldi, La politica e la fortuna

**Gary C. Gambill, The Assad family and the succession in Syria, Middle East journal, 2000

***Eyal Zisser, Does Bashar al-Assad rule Syria?, The Middle East journal, 2003