Ecco come Bernabè ha gestito male la “preda” Telecom

Sei anni al timone dell’ex monopolista

Aggiornamento del 27 settembre. Franco Bernabè è pronto a rassegnare le dimissioni da presidente di Telecom Italia sei anni dopo il suo arrivo, nel dicembre del 2007. La crisi legata al fallimento di Lehman Brothers, il debito monstre ereditato dalla precedente gestione e la progressiva saturazione di un mercato come quello italiano, che vale per il 60% del fatturato dell’ex monopolista, non hanno aiutato il manager di Vipiteno a portare a casa un progetto di risanamento. Lui ci ha messo del suo, complice anche un azionariato composto da Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo – oltre a Telefonica, ora maggiore azionista – tutte alle prese con la crisi dei debiti sovrani, le nuove regole macroprudenziali e le minusvalenze legate alle partecipazioni “di sistema” restio ad aprire il portafoglio e dotare la società delle risorse finanziarie necessarie a finalizzare un progetto industriale utile al Paese. Bernabè ha distribuito lauti dividendi, ma proprio per questo ha bruciato cassa e riserve. Quasi sette anni dopo, perso l’appoggio di quella Intesa Sanpaolo che nel 2007 ha fortemente sponsorizzato il suo arrivo alla guida di Telecom, e dopo l’ennesimo niet all’ipotesi di un aumento di capitale che eviterebbe il pericoloso declassamento al livello junk, spazzatura, del debito da 40 miliardi, Bernabè starebbe dunque per rassegnare le dimissioni alla prima finestra utile, ovvero giovedì prossimo, alla presentazione di un piano industriale che necessariamente nasce già da aggiornare in virtù del passaggio del timone agli spagnoli di Telefonica e delle probabili barricate, via golden rule, dell’esecutivo Letta.

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Il settore è frizzante. Il colosso Usa Verizon ha deciso di sborsare 100 miliardi di euro per acquisire il 45% di Verizon Wireless attualmente in mano a Vodafone. Il miliardario messicano Carlos Slim, numero uno di America Movil, ha puntato sull’olandese Kpn, di cui è già azionista al 30%, e alla sua controllata tedesca E-Plus, terzo operatore del Paese, finito nel mirino di Telefonica Deutschland – divisione della spagnola Telefonica – che lo ha valutato 8,5 miliardi. Slim nel frattempo ha offerto 7,2 miliardi per il rimanente 70% di Kpn, ma l’operazione sembra per ora bloccata dall’annuncio, da parte della fondazione indipentente che presidia gli interessi di Kpn, di aver esercitato un’opzione per comprare azioni pari al 50% dei diritti di voto. Hutchison Whampoa, protagonista nei mesi scorsi per l’interessamento a una fusione tra 3 Italia e Telecom, ha invece acquistato O2 Irlanda proprio da Telefonica per 850 milioni di euro.

Banche d’affari e società di consulenza si sfregano le mani, ingolosite da questo inaspettato fermento delle telecomunicazioni. Uno dei comparti che ha risentito di più, assieme alle utilities, della doppia recessione e del progresso tecnologico, tirando bruscamente il freno a mano nell’attività operativa e ritrovandosi attivi frutto di acquisizioni a prezzi divenuti improvvisamente fuori mercato. Ad esempio, secondo un calcolo di Deutsche Bank, fatto 100 il valore del titolo nel 2000, Telecom Italia oggi vale 8.

Proprio l’ex monopolista è considerato la prossima preda, in attesa di capire le mosse del patron di Telefonica, Cesar Alierta (prendere o lasciare in Telecom Italia?). Gli operatori sono ormai convinti che America Movil presenterà un’offerta irrinunciabile per Tim Brazil, per competere direttamente con Telefonica – socio forte di Telco, la holding in odor di smembramento al 22,45% di Telecom Italia – nel gigante sudamericano, per una cifra stimata in 6 miliardi di euro. Il doppio del suo valore di mercato. Un ritorno al passato: Slim voleva prendersi Telecom nel 2007, all’epoca c’era ancora Tronchetti Provera, e proprio gli spagnoli di Telefonica intervennero per bloccarlo. Di lui Franco Bernabè ha detto: «Nelle sue operazioni non ha mai distrutto valore».

E Bernabè? «Mi ricordo la telefonata che Roberto Colaninno mi fece il giorno che i suoi soci gli annunciarono di avere venduto a Tronchetti, mi disse “non sono mai stato più ricco ma non sono mai stato più incazzato”. Lui a suo modo aveva un piano industriale però era assieme a finanzieri che avevano come unico scopo il capital gain», ha raccontato lo scorso dicembre Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, aggiungendo che l’errore fu lasciare la società a un «gruppetto di capitalisti che voleva comandare senza metterci i soldi». Trovarsi con 40 miliardi di debiti da gestire riduce inevitabilmente i margini di manovra, tuttavia dal 3 dicembre 2007, quando è tornato in Telecom da amministratore delegato, il titolo ha lasciato sul terreno il 78%, Deutsche Telekom il 35%, Telefonica ha invece guadagnato il 3,9% e Vodafone il 10 per cento. La Borsa però è solo una faccia della medaglia.

L’altra sono i conti dell’azienda. Nel suo Licenziare i padroni? (Feltrinelli, 2004) Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corriere oggi senatore Pd, confrontando i conti 1997 con quelli del 2001 (pre e post privatizzazione), scriveva:

«I manager pubblici reperiscono le risorse per il 94,6% dall’autofinanziamento, per l’8,3% da aumenti di capitale e per il 7,1% attraverso la vendita di beni del gruppo. I privati si finanziano solo per il 47,3% attraverso la gestione operativa, per l’8,4% ricorrono ad aumenti di capitale, per il 13,5% usano il ricavato della cessione di pezzi di patrimonio e per un’allarmante 30,8% fanno ricorso alle banche. Questi andamenti di medio periodo ci dicono che quattro anni di gestione privata non hanno rafforzato l’azienda Telecom Italia».

E Bernabè? Nel bilancio 2008 , il primo da presidente esecutivo, gli investimenti industriali (Capex) si sono assestati a 5,36 miliardi di euro, il 18% dei ricavi (28,7 miliardi). Nel 2012 scendono a 5,19 miliardi, 17,6% dei ricavi (29,5 miliardi). Sale invece la la generazione di cassa (free cash flow netto): 5,4 miliardi nel 2008 ma 6,4 miliardi nel 2012. Nell’anno del fallimento di Lehman Brothers l’ex monopolista distribuisce dividendi per 1,6 miliardi, con un grasso payout (la percentuale dell’utile destinata ai dividendi, ndr) del 70%, in discesa dall’iperbolico 86% del 2007 (2,8 miliardi), anno del passaggio del controllo da Olimpia a Telco.

L’anno scorso alla remunerazione degli azionisti sono andati 900 milioni (-23% sul 2011), sebbene l’esercizio 2012 si sia chiuso in perdita per 1,2 miliardi (2,2 miliardi di utili nel 2008). Tant’è che le riserve, nel giro di quattro anni, si contraggono da 15,4 a 8,7 miliardi di euro – 6,7 miliardi, 1,6 miliardi l’anno in media – e il patrimonio netto da 26,3 a 23 miliardi. Fortunatamente scende anche l’indebitamento netto: 34 miliardi nel 2008, 29 nel 2012. Tuttavia, scorporando il dato, si scopre che i debiti nei confronti delle banche (correnti e non) si assestano a 11,2 miliardi rispetto ai 10,5 miliardi del 2008. Significa che l’esposizione nei confronti degli istituti di credito sull’indebitamento passa dal 30 al 38% del totale. Tornando all’analisi di Mucchetti, la dipendenza di Telecom dalle banche, alcune delle quali – Mediobanca (in uscita dal patto parasociale) e Intesa Sanpaolo – sono azioniste in Telco, aumenta dell’8% complessivo, 2 punti percentuali l’anno. Inutile calcolare il peso del debito sull’ebitda (pari a 11,3 miliardi nel 2008, 11,6 nel 2012), in quanto la società gode dell’invidiabile privilegio di non avere covenant (clausole vincolanti, ndr) finanziari, ma soltanto sul rating.

Non che sia un bene, anzi. Gli analisti di Standard & Poor’s a inizio agosto hanno confermato il rating a BBB- ma con prospettive negative, il che significa un temuto declassamento in territorio junk, al di sotto dell’investment grade – che trasformerebbe 30 miliardi in high yield – entro il 2014. «Il declino dell’Ebitda organico nella prima metà del 2013 è stato del 6,8%, e del 10,9% sul mercato domestico», ha scritto S&P. Che spiega: «Le prospettive negative riflettono la possibilità di un abbassamento del rating di lungo termine di un notch nei prossimi 12 mesi se il rapporto tra debito ed Ebitda supererà le 3,3 volte». E se Telecom non riuscisse ad alzare il rapporto tra generazione di cassa e debito al 24-26% dall’attuale 18 per cento.

Con la perdita di marginalità in Italia, il rallentamento di Brasile e Argentina, il congelamento delle trattative con la Cassa depositi e prestiti per lo scorporo della rete anche in seguito alla decisione miope – peraltro contestata da Bruxelles – dell’Agcom di abbassare le tariffe di affitto all’ingrosso dell’ultimo miglio della rete in rame, la missione è quasi impossibile. Dopo le bufale Naguib Sawiris e Li Ka Shing, Bernabè cerca un altro cavaliere bianco. Senza però avere i risultati dalla sua.

Twitter: @antoniovanuzzo