Emancipazione femminile? Impariamo dall’Africa

Women in Business and Society

Dall’Africa possiamo imparare tanto. E dobbiamo toglierci dalla mente l’immagine che ne danno i media europei. È l’idea emersa nella prima edizione italiana del “Women in Business and Society – Superare i confini” che si è svoltaa Milano. E se superare i confini significa cambiare gli stereotipi, andare oltre le delimitazioni geografiche e culturali, le donne protagoniste dell’incontro ce l’hanno fatta. Le protagoniste sono Leyham Gbowee, liberiana premio Nobel per la Pace 2011, ed Esperança Bias, ministro delle Risorse minerarie del Mozambico. La loro testimonianza ha tratteggiato un’Africa diversa dal solito, un’Africa a portata di donna.

«Siamo abituati a vedere le donne africane stanche e affamate che portano sulle spalle bambini altrettanto stanchi e affamati», dice Gbowee. «Ma l’Africa non è solo questo, le donne non sono solo così». E soprattuto l’Africa non è un continente monolitico, ma un patchwork di diverse realtà, come quella del Mozambico, uno tra gli Stati più interessanti dell’Africa dal punto di vista politico e sociale. Nel corso della sua visita a Maputo di maggio lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva riconosciuto questa peculiarità: «Il Mozambico è sulla buona strada, registra un buon progresso economico e sociale ma deve affrontare la grande sfida dell’elevato tasso di povertà». E sembra che le donne siano la risorsa su cui puntare per uscire da questa condizione, innanzitutto dando loro spazio nelle posizioni di potere.

Nel Parlamento mozambichese, su 250 deputati 106 sono donne e il governo conta sette ministre in posti di alta responsabilità, come Esperança Bias, alla guida delle Risorse minerarie del Paese. «Nella parità di genere, o almeno nella rappresentanza femminile nelle istituzioni, il Mozambico ha molto da insegnare all’Africa e al mondo», ha precisato il segretario generale dell’Onu. Tra le priorità del governo, spiega Bias, l’educazione femminile è al primo posto, è «una chiave per il futuro: investire nell’istruzione, in particolare delle adolescenti, significa investire nello sviluppo del nostro Paese». Un progetto esemplare che colloca il Mozambico tra gli stati africani più virtuosi per quel che riguarda l’emancipazione femminile, dopo il Ruanda, il Senegal e il Sudafrica.

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Nell’Africa Subsahariana la media delle donne elette nei parlamenti è del 22 per cento. Gli Stati Uniti, la Francia e il Giappone si fermano al 19 per cento. Simbolo di questa rivoluzione in rosa è Ellen Johnson Sirleaf, diventata nel 2005 la prima presidente donna della Liberia. E, come riporta Il Sole 24ore, è anche grazie a donne come loro, a queste “women in business” che, stando alla Banca Mondiale, l’Africa sta per decollare, come è capitato alla Cina 25 anni fa e all’India 15 anni fa.

Ma la condizione lavorativa della donna può senza dubbio migliorare. In molti paesi dell’Africa Sub-Sahariana, Mozambico in primis, l’agricoltura è la principale fonte di sostentamento e gran parte delle donne lavora in questo settore. È difficile però trovare dei dati che possano dare un quadro preciso della condizione lavorativa femminile perchè molte di loro (“la gran parte”, come diceva anche Bias) lavora in nero. I dati dell’International labour organization del 2012 (Ilo) riflettono questa situazione. Le donne hanno molte più probabilità degli uomini di occupare un “posto vulnerabile”, caratterizzato da precarietà, bassi salari, rischio di povertà: nel Nord Africa 55% contro il 32%, nell’Africa Sub-Sahariana 85% contro il 70%, dove meno di una donna su 5 riceve uno stipendio regolare. E anche per quelle poche che possono contare su un’entrata fissa, è improbabile che questa possa offrire una via di fuga dalla povertà. La paga si aggira attorno a 1 dollaro per giorno. L’unica possibilità per loro è quella di seguire un percorso scolastico che insegni loro un mestiere le le renda competitive anche per i mercati esteri.

La questione riguarda anche l’Europa. A Cernobbio, in occasione del forum The European House – Ambrosetti 2013, Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario europeo, ha sottolineato l’importanza della componente femminile per il rilancio dell’economia europea: «L’investimento migliore per creare lavoro sono programmi di istruzione per le giovani donne». 

Ma le donne africane, secondo Leymah Gbowee, hanno un valore in più: la consapevolezza di appartenere a una collettività: «Se si ha un problema, in Africa, si va dal vicino a chiedere aiuto. In Europa, e in Italia nello specifico, le persone sono più individualiste e pensano più “al proprio orto”». Ritrovare una dimensione sociale porterebbe solo benefici alle donne e di riflesso all’intera società. 

Twitter @mezanini
 

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