Fukuyama: l’austerity è contro la democrazia

Parla l'autore de La fine della Storia

«In Italia e in Grecia si è già realizzata una recessione della democrazia dovuta all’austerity. Questi paesi devono applicare misure economiche prendendo ordini da… soggetti esterni». Francis Fukuyama, l’intellettuale conservatore che vent’anni fa divenne celebre con il suo saggio “La Fine della Storia”, si ferma un istante prima di decidere di rimanere sul vago. Non è un caso: alla lecture per l’apertura dell’anno accademico della “Hertie School of Governance” a Berlino quasi tutta la platea è tedesca.

Si è trattato probabilmente solo di cortesia. Fukuyama sta seguendo attentamente la situazione europea, ed è convinto che l’origine del problema italiano sia puramente domestica: «la Democrazia Cristiana per anni ha comprato il suo consenso nel Sud con un sistema clientelare di erogazione di denaro pubblico, per battere i comunisti alle elezioni. Silvio Berlusconi ha semplicemente rinnovato il sistema, ma i fondamentali non sono cambiati». In particolare, per la crisi «Grecia e Italia hanno incrementato il proprio debito pubblico, e tutti hanno accusato l’euro. Senza dubbio la moneta unica ha facilitato la possibilità d’indebitarsi, ma la necessità d’indebitarsi dipende dalla mancanza di riforme centrali. Il modello è ancora il clientelismo».

Parlando di soluzioni per uscire dall’impasse, Fukuyama sorprende il pubblico con un punto di vista che rompe con la tradizione neoliberale americana: «Non esiste una correlazione diretta tra dimensione dello stato nell’economia, e risultati dell’economia. I paesi con un settore statale ridotto non crescono di più rispetto a quelli nei quali lo stato è molto presente. L’aspetto importante è che il settore statale funzioni. Il vero fattore determinante è la qualità dello stato». Per l’Italia, «l’inefficienza è dovuta al fatto che l’impego pubblico è visto troppo spesso come sistema clientelare per guadagnare consenso elettorale – e ciò impedisce le riforme». Il titolo della lecture parla proprio di questo: “Perché l’amministrazione pubblica non viene rispettata, ma dovrebbe”.

Fukuyama ricorda poi l’esperienza americana: «Non dovremmo perdere attenzione sul fatto che l’attuazione di una politica pubblica è importante tanto quanto la sua progettazione – anche se la tentazione di perdere di vista questo aspetto è molto forte. Negli anni Venti il governo americano finanziava scuole di amministrazione pubblica per educare addetti a livello federale e locale, ma nei settant’anni successivi quasi tutte sono diventate scuole di public policy».

Il discorso di Fukuyama è sembrato testimoniare il raggiungimento di una nuova linea di pensiero da parte del celebre “public intellectual” statunitense. Vent’anni fa Fukuyama, al crollo dell’Unione Sovietica, aveva individuato e descritto un periodo di “sospensione del dibattito ideologico”, con una vittoria – mai assoluta e mai permanente – del pensiero neoliberale, arrivando a parlare di “fine della storia”. Seguendo poi il pensiero di Samuel Huntington, aveva raccontato nella prefazione dell’edizione 2006 di “Political Order in Changing Societies” di come gli scienziati politici americani si fossero sempre illusi della “necessarietà della democrazia”: «senza ordine politico, lo sviluppo economico e sociale non si può realizzare. Le diverse componenti della modernizzazione devono essere realizzate in sequenza. Incrementi prematuri nella partecipazione politica – come elezioni subito – possono destabilizzare sistemi politici fragili». 

Adesso Fukuyama parla dell’importanza della “struttura” nel creare ordine politico, e ripete con maggiore convinzione rispetto al passato l’idea dell’”autoritanianismo modernizzatore” come guida per lo sviluppo economico. Cita come esempio l’esperienza mediorientale, e la necessità di una guida politica per riorganizzare le società. Per Fukuyama il benessere politico e sociale si regge su un equilibrio: la recessione economica provoca un decadimento della democrazia, ma la democrazia può essere difesa – in alcuni casi – dall’autoritarianismo. Se allora la democrazia in Italia è in recessione a causa della crisi, è forse l’austerity la sorta di “autoritarianismo” cui Fukuyama si riferisce?  

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