“I registi italiani se la tirano troppo”

L’ultimo libro di Steve Della Casa

Scrivere una storia (inconsueta) del cinema italiano e fermarsi a vent’anni fa. “Un po’ per non suggerire paragoni tra l’oggi e l’epoca d’oro, per esempio gli anni Sessanta, quando eravamo la seconda cinematografia del mondo e facevamo almeno cinque capolavori a stagione. Un po’ perché non c’è molto da dire. Troppi nostri registi si sentono autori senza esserlo, se la tirano troppo…”. Steve Della Casa ha da poco dato alle stampe il saggio “Splendor” sul nostro Novecento cinematografico ed è a lavoro per il Roma Fiction Fest, che si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre, di cui è direttore artistico.

Programma ancora segreto sulle anteprime e gli incontri, ma qualcosa già è trapelato: la fiction in tre parti della Hbo “Burning bush” di Agnieska Holland su Jan Palach, lo studente che si diede fuoco nel gennaio 1969 a Praga per protestare contro la repressione sovietica; le anticipazioni della nuova stagione di “Una mamma imperfetta” di Ivan Cotroneo, trasmessa via web (sito del Corriere della Sera) e tv (Rai 2); il film per la televisione “L’assalto” di Ricky Tognazzi con Diego Abatantuono nei panni di un imprenditore milanese strozzato dalla ’ndrangheta; la masterclass del grande regista armeno-canadese Aton Egoyan, presso l’università di Viterbo. E mentre è in preparazione anche l’altro festival romano, quello del cinema firmato (forse per l’ultima volta?) da Marco Müller, rimbalzano le voci di accorpamento tra le due manifestazioni.

Della Casa, cosa pensa di questa eventuale fusione?
Ha presente patate con fragole? Ecco, è un’accoppiata piuttosto indigesta. Unire fiction e cinema senza un progetto vuol fare del male sia all’una che all’altro: alla prima perché diventerebbe un’ancella, al secondo perché rischia di apparire troppo nazional-popolare. Secondo me si può tranquillamente realizzare una sinergia, unendo le strutture amministrative, dall’ufficio stampa a quello ospitalità, dall’area documentazione alla segreteria. Ma non fonderei i due campi, a meno che non si progetti un’iniziativa diretta al mercato dell’audiovisivo, che promuova il prodotto italiano ma non solo. Una cosa del genere in Italia non c’è e Roma avrebbe tutte le chance per diventare il cuore del progetto. Ma occorre una riflessione profonda e un investimento di almeno tre anni, sennò siamo sempre al “vorrei ma non posso”.

A proposito di prodotto italiano, sorpreso dal Leone d’Oro al Sacro Gra di Gianfranco Rosi?
Sì, e anche molto contento per un documentario originale e assai bello, che tra l’altro premia una precisa scelta artistica della Biennale, che è quella di aprirsi verso un cinema che alla Mostra non c’era mai stato. Non ho condiviso molte scelte di programmazione dell’ultimo festival di Venezia, ma tutto si può dire meno che sia privo di personalità.

Come giudica il cinema italiano contemporaneo?
Vedo in giro del talento: per esempio su tutti Michelangelo Frammartino, o anche i fratelli De Serio, o Daniele Gaglianone. La rivoluzione digitale potrebbe favorire la nascita di una leva di nuovi autori che sappiano dare slancio alla nostra produzione, che spesso è appiattita su alcuni filoni narrativi e sui soliti meccanismi di finanziamenti. Prima o poi, per esempio, scriverò un saggetto sui titoli di testa del nuovo cinema italiano, che sembrano ormai la tazzina dell’elemosina con i soldi di una miriade di finanziatori: dalla film commission al Comune fino alla salumeria che ha fornito il pranzo per un paio di giornate… Io confido in una nuova generazione di autori che sappia proporre nuove storie e anche avere un carisma. Ma devono stare attenti a non finire in una riserva indiana. Certo non li aiuta il sistema-cinema che non funziona come dovrebbe. Ma credo ci sia anche una questione culturale. Fino a tutti gli anni Settanta il cinema è stato un collettore di interesse popolare straordinario, tra l’altro molto sentito anche nel dibattito politico. Oggi è finito in cantina.

Nel libro Sbatti Bellocchio in sesta pagina lei ricostruisce come il cinema occupasse con grande rilievo le pagine dei giornali e delle pubblicazioni del Movimento, tra polemiche fratricide contro i nostri Bellocchio e Bertolucci e passioni sorprendenti come quelle per Arthur Penn o il “reazionario” Peckinpah. Un ruolo inimmaginabile oggi.
Per noi, noi del Movimento ma anche chi stava fuori, il cinema era fondamentale. Nel cineclub che fondammo a Torino, il Movie Club, arrivammo a 15mila aderenti, e certo non avevano tutti l’eskimo e il barbone. C’era l’idea di essere colti e popolari attraverso il cinema, non a caso quando nel 1976 con altri cineclub – ma pagavamo noi di Torino perché eravamo i più ricchi, è bene precisare – decidemmo di fare un volume collettivo per la riscoperta di un autore, scegliemmo Raffaello Matarazzo: non un venerato maestro, ma il regista di “Catene” e “I figli di nessuno”. Dalla critica considerato robaccia, per noi un grande autore di melodrammi. Quel libro su Matarazzo per me è memorabile, anche perché ci scrissero critici non ancora noti al pubblico, di nome Adriano Aprà, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, Marco Giusti, Alberto Farassino, Aldo Grasso: insomma l’”operazione Matarazzo” fu una grande palestra per una generazione cinefila che ha avuto poi qualche rilievo. Peraltro in Matarazzo mi sono imbattuto qualche tempo fa passeggiando per Trastevere: su un manifesto del Pd dedicato a un incontro su non so a cosa, leggo “coordina Raffaello Matarazzo”. Mi viene un colpo, poi scopro che è il nipote, fa il segretario di sezione del partito. Mi ha chiesto se gli raccontavo qualcosa del nonno, sapeva poco pure lui, forse dovremmo ripubblicare quel libro…

Oggi un’operazione Matarazzo su quale autore la farebbe?
Probabilmente Sergio Corbucci. Un regista che ha lavorato molto e in diversi generi. Secondo me certi suoi western, penso a “Vamos a matar compañeros”, sono più belli di quelli di Leone.

Da critico di lungo corso, impegnato tra libri, festival, la radio con Hollywood Party e infinite altre iniziative, che pensa della critica oggi?
Internet ha dato slancio a molte pubblicazioni in rete, ma confesso che molti articoli che leggo non li capisco, sembrano tesine di semiotica per pochi eletti. Anche la critica, come i nostri autori, dovrebbe provare a parlare di più al pubblico, sintonizzarsi meglio con i gusti. Secondo me c’è una terza via tra certo elitarismo culturale del web e la critica dei giornali fatta distribuendo palline e stellette, una pratica che io associo all’acne giovanile, a una nostalgia dell’immaturità, più che alla attività giornalistica. Poi è chiaro che i problemi grossi sono altri.

Cioè?
Lo strapotere della televisione ha ucciso le sale, e questo è un discorso ormai annoso, ma il vero problema oggi è la pirateria, che a un film piccolo toglie anche quel margine minimo di guadagno che serve per non far morire la produzione. La politica dovrebbe intervenire, dietro questo ci sono gli interessi delle compagnie telefoniche. Mi ricordo che una ventina d’anni fa una nota marca di sigarette fu scoperta a fare affari col contrabbando, smerciando clandestinamente in Italia le sigarette che venivano dalla Svizzera e risultavano in vendita in Montenegro. Il governo vietò di vendere quelle sigarette per un certo tempo anche nelle tabaccherie, l’azienda capì la lezione e il contrabbando finì. Ecco, solo una soluzione drastica può mettere fine alla pirateria.

Occupandosi di fiction, crede che stia prendendo il posto del cinema nel racconto della società?
La fiction è un universo molto composito, dipende molto anche dalle nazioni. La fiction italiana è stata a lungo come certo nostro cinema di mezzo secolo fa, familiare e rassicurante. Ma qualche movimento comincia a vedersi: Lino Banfi nei panni di Nonno Libero con una figlia lesbica sarebbe stato impensabile un decennio addietro. La fiction, come i fenomeni di massa, agisce da spugna, assorbe tutto e lo restituisce. In questo senso, probabilmente racconta la società con più continuità rispetto al cinema. Ma io credo che il cinema non sia affatto finito, un certo racconto solo il cinema riesce a farlo, ma occorre un cambiamento profondo: il nostro cinema deve trovare una sua strada, deve riuscire a parlare al suo pubblico.

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