Il Congresso salverà Obama dall’imbarazzo siriano

La crisi in Siria

Il presidente americano Barack Obama ha deciso di sottoporre la decisione d’intervento militare in Siria all’approvazione del Congresso per svincolarsi da una scomoda impasse. Se ottiene la fiducia, scarica la responsabilità dell’attacco sul Congresso. Se non ottiene la fiducia, ha una scusa per non intervenire. Questa levantina strategia si colloca peraltro in un panorama quanto mai incerto in merito alla votazione, vista la distribuzione dei seggi nelle due camere che costituiscono il Congresso. Il senato è a maggioranza relativa democratica (52 democratici, 46 repubblicani e due indipendenti), mentre nella House of Representatives la maggioranza è repubblicana (233 contro 200).

Perlopiù, i partiti non hanno orientamenti univoci, e lo speaker della House John Boehner ha dichiaratamente rinunciato a cercare di coordinare le posizioni dei partiti, lasciando per ora deputati e senatori liberi di far ciò che preferiscono. A fine agosto, mentre la patata bollente rotolava inarrestabile verso le porte del Congresso, il repubblicano Boehner aveva mandato una lettera al presidente chiedendo – tra le altre cose – «Che risultato l’amministrazione vuole ottenere con l’operazione» e «Qual è l’effetto sperato degli attacchi militari». Boehner domanda anche: «Se gli attacchi non raggiungono l’effetto sperato, quali altri attacchi verranno condotti?». Tra tutte le domande – in totale sono quattordici – una lascia intendere anche quali siano i limiti della strategia obamiana: «L’amministrazione ha un piano di contingenza per impedire o rispondere in caso Assad risponda con attacchi a interessi o alleati statunitensi nella regione?». 

Al di là della percezione comune, in realtà gli Stati Uniti sono in guerra contro gli Assad da tempo. Washington è alleata con i paesi dell’area che fin dall’inizio della ribellione stanno fornendo assistenza agli insorti. Bashar al-Assad, pedina iraniana sciita nell’area, è inviso ad Arabia Saudita e Giordania (paesi sunniti), mentre i Paesi a guida sunnita più piccoli del golfo conservano una posizione “neutrale” – prevalentemente per questioni di rischio militare, vista la vicinanza con l’Iran (Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar). La Turchia ha ospitato il primo centro di coordinamento delle forze ribelli, prima che il miglioramento della situazione tattica consentisse di spostarlo direttamente in Siria. Lo scorso giugno gli Stati Uniti hanno poi prestato direttamente aiuti ai ribelli per circa due miliardi di dollari, mentre l’alleato più diretto di Washington, Israele, ha ultimato una mezza dozzina di attacchi aerei contro trasporti militari in territorio siriano.

A che servirebbe un attacco americano diretto? Le domande di Boehner non sono peregrine. Con la strategia attuale, gli Stati Uniti hanno ottenuto un ricompattamento del blocco sunnita in chiave anti iraniano-russa, il crollo di un regime teocratico in potenza in Egitto, e anche un certo grado di ritorno della Turchia verso l’egida occidentale. 

Una decisione così estemporanea come quella di un attacco può avere solo motivi militari. Gli Usa sono già in guerra in Siria, e sanno che il sostegno del blocco politico dietro al regime – Russia e Iran – sta vincendo, prestando aiuti, rifornimenti e finanziamenti. La logica è quella del conflitto dello Yom Kippur nel 1973, con gli Stati Uniti che rifornivano Israele, e la Russia che rifornivano la Siria. Allora Kissinger negoziò la pace a Mosca, ma aveva il vantaggio che le forze in guerra, fatti tacere i fucili, potevano tornare dietro i propri confini (o ciò che ne rimaneva). Anche per questo, il prezzo della guerra era più alto rispetto a una pace possibile, e la guerra si è fermata.

In Siria è diverso, perché in assenza di confini politici definiti tra le diverse componenti della popolazione, l’unico risultato di una guerra per commissione è quello di un conflitto lunghissimo e altre migliaia di morti – come nel caso, per esempio, del primo periodo nella guerra civile in Angola, dal 1975 al 1991. Un intervento servirà per render chiaro a Mosca di aver raggiunto il limite di quanto può conquistare in Siria. Se un attacco sia la soluzione migliore, lo deciderà il Congresso. C’è da sperare solo che Obama in Medio Oriente si dimostri almeno tanto furbo quanto lo è in patria.

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