Il Pd entra in “crisi”: Letta-bis o governo di scopo?

Le reazioni sparse in casa democratica

A metà mattina dell’ultima domenica di settembre, costellata da una crisi del governo delle «larghe intese», i parlamentari del Pd ricevono un sms che non lascia dubbi ad interpretazioni: «Annullare ogni impegno e missione e garantire presenza da martedì. Seguiranno più precise notizie a seguito evoluzione della crisi». Da quel momento si susseguono telefonate, incontri di «corrente». Largo del Nazareno, sede nazionale dei democratici, è in filo diretto con Palazzo Chigi. Martedì il premier Enrico Letta si recherà alle Camere per richiamare il Pdl e Silvio Berlusconi alle proprie responsabilità.

Ma in casa Pd si guarda avanti. Si guarda a ciò che succederà subito dopo: Letta-bis, governo di «scopo» o direttamente il voto nel caso non si trovasse alcuna soluzione? I governisti del Pd, leggi alla voce Dario Franceschini, ritengono e lo hanno detto chiaro e tondo che ci siano i margini per un Letta-bis che possa durare fino alla primavera del 2015. «So che ci sono persone che hanno seguito Berlusconi in questi venti anni e che adesso si stanno interrogando su cosa fare, se scegliere fino in fondo la fedeltà al proprio leader o al proprio Paese», tuona dalle colonne di Repubblica il Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Il quale in queste ore avrebbe attivato i canali di comunicazioni con i «moderati» del Pdl, ovvero con “i diversamente berlusconiani”, per usare un’espressione di Angelino Alfano. O con chi, come Gaetano Quagliariello, si è ricucito in questi mesi un profilo da «colomba».

Ad ogni modo al Nazareno ci si affida al «compagno Giorgio», certi che Napolitano «qualsiasi cosa decida la farà nell’interesse del Paese», spiega il veltroniano Walter Verini. Ovvio che il dialogo e il governo delle «larghe intese» con Berlusconi e con il Pdl «sia stato un grave errore che gli elettori potrebbero non perdonarci». Ma da qualche settimana, si ragiona a taccuini chiusi in casa Pd, «Enrico ha tenuto la barra dritta, e il profilo recuperato in queste ore da antiberlusconiano di ferro di certo piacerà alla base». Già, la «base», la stessa che nel corso delle Feste democratiche si sarebbe lamentata con lo stato maggiore per l’operato dell’esecutivo Letta, reo di «essersi piegato ai diktat di Berlusconi».

A questo punto, è la vulgata che circola fra i maggiorenti del Partito Democratico, «il congresso può attendere, diventa secondario, noi siamo responsabili: la nostra priorità è il Paese». «Il partito è compatto sul governo, su Berlusconi, e sulle regole», sbotta il renziano Federico Gelli. Verini si affida ad un’immagine cinematografica per spiegare cosa starebbe succedendo in questo momento: «Sembra un po’ la scena di quel film di Chaplin, il grande dittatore, che giocava con il mappamondo. Il Pdl gioca con il Paese». Per i democratici, si chiamino essi Pippo Civati, Rosi Bindi, Massimo D’Alema, Beppe Fioroni o Matteo Renzi, «il Paese viene prima di ogni altra cosa». Ecco perché da un paio di giorni a questa parte uomini di partito come l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, o come il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo – «di fronte al Paese il congresso diventa secondario» -, avrebbero ripetuto l’altro ieri entrambi al Cinema Farnese. Del resto, afferma a Linkiesta il bersaniano Nico Stumpo, «se uno vuole comprare un vestito e scopre di avere un problema di salute va prima in ospedale e poi in negozio».

Di «primario» in questo momento ci sarebbe «soltanto» la risoluzione della crisi di governo. Se Napolitano affiderà il mandato sempre ad Enrico Letta o a chi altro, per «un governo di scopo», non è dato sapere. Di certo, prima di tornare alle urne – «non sono passati nemmeno dieci mesi dalla politiche del febbraio scorso» – le due priorità del prossimo governo saranno la legge stabilità e la legge elettorale. Lo ha ribadito lo stesso segretario Guglielmo Epifani, ospite nel salotto di Lucia Annunziata: «Per il Pd ci sono due questioni che si pongono qualora il governo entrasse in crisi formalmente: la legge di stabilità e la legge elettorale». Altrimenti, continua Verini con Linkiesta, «sarebbe la morte del Paese». In questo contesto si dovrà trovare una maggioranza alternativa. C’è chi mostra sicurezza come il vice Ministro all’Economia Stefano Fassina: «Esiste la possibilità reale di un Letta-bis, il ritorno alle urne sarebbe deleterio: con l’attuale legge elettorale avremo un Parlamento impallato e questo succederebbe con 200-300 punti di spread in più rispetto ad oggi e con la Troika a fare la legge di stabilità». E c’è chi si affida a twitter, come il veltronian-renziano, Paolo Gentiloni su un eventuale «maggioranza variabile» con transfughi del Pdl: «Berlusconi fa l’ultimo danno all’Italia. Ora nessuno pensi a maggioranze scilipotiche. Solo da un’alternativa può venire stabilità».

Le distanze all’interno della galassia democratica si acuiscono però sulla durata del prossimo esecutivo. In queste ore il sindaco di Firenze è preoccupato – sta sempre attaccato al cellulare, pare abbia un filo diretto con Epifani e con alcuni lettiani – perché pensa che i suoi detrattori vogliano approfittare della crisi di governo per far saltare il congresso. Per questo motivo uno come il palermitano Davide Faraone, renziano della prima ore, dice a Linkiesta: «D’accordo su un governo che faccia la legge elettorale e la legge di stabilità. Ma bisogna evitare i soliti giochini». “Giochini” che potrebbero far saltare il congresso. Ecco perché i renziani spingono per un governo che duri fino a febbraio in modo che a marzo si torni alle urne. «Sarebbe lo scenario perfetto», mormorano. In questo modo «si svolgerebbero le primarie dell’8 dicembre e da lì uscirebbe il prossimo segretario che sarebbe anche il candidato premier del 2014», spiegano. Ma fonti del Nazareno, assicurano a Linkiesta, che «Letta non accetterebbe un incarico per soli tre mesi». Del resto, «conosce gli equilibri parlamentari e le posizioni dei partiti sulla legge elettorale: ne uscirebbe a pezzi». E se fosse questo lo scenario – governo di «scopo» della durata di tre mesi – Letta si sfilerebbe, il governo verrebbe affidato ad un figura esterna, e l’attuale premier proverebbe a giocarsi il match della leadership del centrosinistra proprio con il corregionale Matteo Renzi. Da una posizione di forza perché, assicurano, «l’apparato da D’Alema a Franceschini si schiererebbe con lui». E non è un caso che il comunicato diffuso ieri abbia avuto un taglio da «antiberlusconiano» della prima ora. Tuttavia è ancora presto: è ragionevole attendere fino a martedì. Ad oggi la «priorità» in casa Pd resta il Paese. Poi si vedrà.


Twitter: @GiuseppeFalci 

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