Portineria MilanoLa secessione veneta: via dall’Italia (e dai lombardi)

Post Bossi, la Liga riscopre l'autonomia

«Si sente lo spirito indipendentista del ’92». Fabrizio Comencini, ex leghista, ora segretario di Liga Veneta Repubblica, cacciato da Umberto Bossi nel ’98 dopo aver chiesto l’indipendenza della Liga dalla Lega Lombarda e del Veneto dall’Italia, è radioso mentre attende che nell’aula del consiglio regionale di «Venessia» votino sul referendum «secessionista» sostenuto dal governatore Luca Zaia. «Stiamo tornando, siamo tutti uniti. È qualcosa di trasversale che non riguarda sinistra e destra: forse possiamo finalmente farcela. Mi sorprende che il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo non abbia nulla da dire in merito».

E non fa niente se a fine serata il risultato in consiglio sarà nullo perché il provvedimento dovrà passare ancora in commissione. Il risultato c’è: in Veneto si inizia a parlare e fare sul serio in termini di «distacco» dallo stato «padrone italiano» al grido «Viva el leon che magna el teron». A Venezia c’erano più di mille persone per le calli a protestare e chiedere «Veneto libero». Allo stesso tempo, caso vuole, la Liga veneta, inizia a impegnarsi nella secessione pure da via Bellerio e dal Carroccio lombardo: il progetto di Comencini di fine anni ’90 potrebbe finalmente diventare realtà.

«È evidente che in tempi di crisi economica di spazi per la cooperazione ce nesiano sempre di meno» spiega Stefano Bruno Galli, ideologo leghista, professore alla Statale di Milano e consigliere regionale in Lombardia. «É nella natura delle cose, direi inevitabile quindi che le spinte indipendentiste del lombardo-veneto siano sempre più forti. E tutto questo – conclude – passa attraverso la realizzazione della macroregione». Eppure, mentre la Lombardia è ancora in attesa di sapere se il governatore Roberto Maroni avvierà il processo per il referendum indipendentista, il progetto Color44 resta ancora sulla carta, in Veneto iniziano a fare sul serio. Soprattutto dal punto vista politico. “Bobo” ha bollato le loro proposte come «provocatorie», ma c’è il rischio che diventino più di una semplice boutade.

Il partito del governatore Zaia e del sindaco Flavio Tosi ha incominciato a plasmare qualcosa di nuovo sotto il cielo della politica italiana, in attesa della caduta di Silvio Berlusconi e la scomparsa dell’antiberlusconismo. Forse più di un progetto politico, pronto chissà in occasione delle prossime elezioni europee quando si voterà, se tutto andrà per il verso giusto, pure il referendum sull’indipendenza. Prima la mozione per far fuori Bossi dal partito, al momento stoppata da Maroni, ma comunque ancora in auge («Ne parleremo al congresso» dice Zaia); poi un’altra mozione, questa volta per dire addio al Popolo della Libertà e a Berlusconi, con la scelta di favorire invece le alleanze con le liste civiche e i movimenti indipendentisti. Dalle parti del primo cittadino di Verona si minimizza, ma le spinte dei leghisti veneti iniziano a farsi sentire. E potrebbero esplodere già questo fine settimana a Mestre, durante l’assemblea federale dove Maroni rassegnerà le dimissioni da segretario. 

Il congresso federale dovrebbe essere fissato per il prossimo 15 dicembre. Non è chiaro se Bossi si ricandiderà. Di fatto c’è che il Senatùr fu capace di tenere unite le leghe dei lombardi, dei veneti e dei piemontesi, a costo anche di espulsioni eccellenti come quella di Comencini. Ma ora il vecchio Capo non c’è più. Per contrastare Tosi si limita a insultarlo, tanto da non ricevere indietro neppure una replica. Specchio di una Lega Nord che al momento non esiste più. E che presto potrebbe cambiare faccia, tra chi seguirà il Senatùr in Padania Libera o chi si affiderà alle nuove idee politiche di Maroni che vorrebbe pescare in quei voti dispersi del Pdl, dopo la rinascita di Forza Italia.

Nel frattempo i veneti, da sempre a malpartito con i lombardi, si portano avanti col lavoro. Molti lo avevano predetto: dopo Bossi, nessun leader sarà in grado di tenere insieme popoli diversi. Sembra essere questo il vero significato del tentativo federalista: prima ancora che una secessione dall’Italia, una separazione dai cugini lombardi. Il rinvio in commissione della proposta di referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto, infatti, «non è la tomba del provvedimento» avverte Zaia, che auspica un rilancio della stessa proposta discussa in Consiglio regionale del Veneto. «Prendo atto che le regole del Consiglio prevedono anche il rinvio in commissione. Ma questo – sottolinea Zaia – non significa buttare via il provvedimento e dimenticarlo. Sono sicuro che tra qualche giorno la trattazione ritornerà in commissione e io ci andrò personalmente per parteciparvi. Dopodichè la proposta tornerà sicuramente in Consiglio, dove registrerà un nuovo slancio», ha concluso Zaia.  

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