Non solo flop: quando il crowdfunding funziona davvero

I casi di successo: da Pebble a Form 1

Quando si parla di crowdfunding, una delle storie più recenti che viene alla mente è quella di Canonical. L’azienda britannica che cura lo sviluppo di Ubuntu, una delle più diffuse distribuzioni del sistema operativo Linux, aveva lanciato a cavallo fra luglio e agosto una campagna di raccolta fondi sul portale IndieGoGo. Obiettivo: raggiungere i 32 milioni di dollari di finanziamento per costruire Ubuntu Edge, un cellulare con Android e Ubuntu insieme. Non ce l’ha fatta, e ha dovuto ridare indietro i soldi; ma, con 12 milioni raggiunti, ha stabilito all’epoca un nuovo record, sottolineando una volta di più le grandi potenzialità del crowdfunding, il fenomeno di donazioni spontanee “dal basso” che, pur non rappresentando una novità assoluta – i giornali, ad esempio, hanno sempre lanciato forme di raccolta fondi in occasione di particolari calamità o per sostenere iniziative benefiche – ha conosciuto una nuova giovinezza grazie al Web.

La formula è nota: chi ha bisogno di soldi per realizzare un prodotto o un’opera dell’ingegno – un film, un disco – lancia un “appello” in Rete ai propri fan, di solito tramite una o più piattaforme specializzate, promettendo in cambio la consegna gratuita di uno o più esemplari di quanto realizzato e altri benefit che variano in funzione dell’ammontare del finanziamento ricevuto. Kickstarter, la piattaforma più nota e più frequentata, seppur se riservata a progetti provenienti da Usa, Canada e Regno Unito, ha fatto spesso notizia in tutto il mondo per i numerosi casi in cui i fondi raccolti tramite il suo sito hanno superato anche le più rosee aspettative dei proponenti.

Come è accaduto, per esempio, nel caso dello smartwatch Pebble, un computer–orologio da polso – antesignano di tutta una serie di wearable devices che vedremo comparire sul mercato nei prossimi anni – la cui messa in cantiere la società Pebble Technology non era riuscita a finanziare coi metodi tradizionali. Determinato a non mollare, il ceo Eric Migicovsky ha deciso di tentare la carta Kickstarter. Dopo due ore dalla messa online del progetto, era già stato raggiunto il tetto minimo di 100.000 dollari. In sei giorni la somma raggiunta aveva superato i 4,7 milioni di dollari, e dopo un mese, allo scadere del bando, era stata oltrepassata la soglia dei dieci milioni di dollari, cifra che ha fatto diventare il Pebble il progetto di maggior successo (fra quelli finanziati in toto) nella storia di Kickstarter.

Istruttiva e rivelatoria di come il crowdfunding possa servire a supportare progetti di grande spessore, in qualche caso addirittura anticipatori delle tendenze del mercato, è un’altra vicenda: quella di Form 1, stampante 3D progettata da alcuni ricercatori del Mit Media Lab in maniera tale da poter essere immessa sul mercato a prezzi accessibili anche al consumatore medio. In un solo mese, fra il settembre e l’ottobre 2012, l’idea è stata sponsorizzata su Kickstarter da oltre duemila persone, raccogliendo la ragguardevole cifra di 2 milioni 945mila dollari. A dimostrazione non solo della bravura degli scienziati di Cambridge nel comunicare e promuovere il progetto, ma anche di un genuino interesse per la stampa in tre dimensioni, un settore che molti esperti di tecnologia ritengono destinato a rivoluzionare l’attuale sistema produttivo, favorendo la nascita di un nuovo “artigianato” digitale.

Non sempre i soldi raccolti tramite il crowdfunding vengono destinati a scopi produttivi o industriali. IndieGogo è una piattaforma simile a Kickstarter, ma a differenza di quest’ultima, consente di raccogliere fondi anche per “bisogni personali”. Da qui nascono storie sbalorditive come quella di Karen Klein, sessantottenne autista di un pulmino scolastico nella città di Greece, vicino a New York. Un video della donna mentre veniva molestata e insultata verbalmente dai giovani passeggeri del mezzo, pubblicato nel luglio 2012, aveva suscitato scalpore e indignazione in Rete. Parte allora una raccolta fondi su IndieGoGo per offrire alla povera guidatrice una meritata vacanza e la cosa sfugge un po’ di mano agli organizzatori, tanto che invece dei 5.000 previsti, di dollari ne sono stati messi insieme più di 700.000. Che la brava Karen, sia detto in suo onore, non ha usato solo per farsi la vacanza dei sogni, ma anche per lanciare un fondazione contro il bullismo.

Al sistema basato sulle donazioni, si va affiancando di recente un’altra forma, più “istituzionale” di raccolta fondi: “l’equity crowdfunding”, pensato soprattutto per aiutare le giovani startup a raccogliere capitale da piccoli investitori, che ne diventano di fatto azionisti.

Ad aprire la strada in questo settore è stata proprio l’Italia. La Consob ha infatti approvato a luglio il primo regolamento europeo in materia di equity crowdfunding, che conteneva diverse disposizioni volte a proteggere i risparmiatori e definiva i soggetti autorizzati a raccogliere capitali per conto delle imprese. Fra i punti più rilevanti, la definizione di alcune soglie di rischio: i privati potranno investire al massimo 1.000 euro l’anno e le persone giuridiche al massimo 10.000. Fino a 500 euro la sottoscrizione del capitale sociale potrà avvenire online, tramite la compilazione di un apposito questionario; oltre questa somma bisognerà appoggiarsi a una banca o a una società di gestione del risparmio, che dovrà redigere un profilo del potenziale cliente valutandone la solidità patrimoniale e l’effettiva propensione al rischio.

L’Italia ha battuto sul tempo gli Stati Uniti, in cui una normativa sull’equity crowdfunding era stata abbozzata da tempo, tramite il cosiddetto Jobs Act (Jumpstart Our Business Startups Act), entrato in vigore il 5 aprile 2012. L’effettiva implementazione del provvedimento, per quanto riguarda la raccolta fondi da piccoli investitori, è stata però più volte rimandata, via via che la Sec, l’organo di controllo della Borsa, ne limava e affinava i parametri. Da ultimo è stato raggiunto l’accordo su alcuni elementi fondamentali; per quanto riguarda l’ammontare complessivo di capitale che le aziende potranno finanziare tramite crowdfunding, è stato fissato il tetto massimo di 1 milione di dollari. Per quanto riguarda invece le quote sottoscrivibili dagli investitori, sono state fissate diverse soglie in funzione del reddito. Qualora il reddito del potenziale investitore sia inferiore a centomila dollari, la somma massima finanziabile corrisponderà al valore più alto fra 2.000 dollari e il 5% dei redditi personali qualora inferiori. Nel caso si dichiarino più di centomila dollari, tali cifre salgono invece al 10% dei redditi o 100.000 dollari al massimo.

Dal 23 settembre, inoltre, la Sec ha autorizzato il ricorso alla cosiddetta “general solicitation”; in sostanza, imprenditori e startupper potranno pubblicizzare presso il grande pubblico la possibilità di investire nella loro azienda, cosa in passato vietata (si poteva promuoversi solo attraverso alcuni organismi accreditati). Non mancano le perplessità: da un lato la novità rappresenta una grossa opportunità per le imprese per raccogliere rapidamente capitali, dall’altro si aprono potenziamente le porte ad abusi di vario tipo. Per le imprese c’è il pericolo di attrarre falsi sponsor: maghi del raggiro pronti a raccogliere gli utili e a scappare lasciando con un pugno di mosche i soci non appena le cose si mettono male; per gli investitori quello di incappare in specchietti per le allodole, progetti magari bellissimi sulla carta ma che una volta arrivati al dunque si rivelano carta straccia. È il bello e il brutto del passaggio da un sistema finanziario chiuso, con tutte le rigidità ma anche le garanzie che questo implicava, a un sistema più aperto. Sulla carta, i benefici superano di buon margine i rischi. Ma per averne la riprova, occorrerà attendere il test del mercato.  

Twitter: @fede_guerrini

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