Prato e Biella, dove le fabbriche sono solo nei musei

Archeologia industriale

Là dove c’era una fabbrica ora c’è un museo. Là dove c’era il via vai frettoloso dei lavoratori, ora c’è il passo tranquillo dei turisti. È una riconversione forzata, unita alla voglia di non dimenticare la vocazione del territorio e di non gettare al vento la propria cultura industriale, quella che ha portato Biella e Prato a trasformarsi in musei a cielo aperto. Il distretto laniero piemontese e quello tessile toscano hanno vissuto negli ultimi anni una storia in parte simile, pur con le loro caratteristiche peculiari: territori operosi, con poche grandi industrie e numerosissime piccole imprese, messe in difficoltà prima dalla concorrenza globale, poi dalla crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Distretti dove la crisi è piombata addosso alle famiglie, portando a chiusure a cascata, perché quando calano gli ordini manca il lavoro alla tessitura, alla tintoria, alla rifinizione, aziende legate tra loro in una catena che è allo stesso tempo la forza e la debolezza dei distretti.

La Strada della lana

L’eccellenza dei tessuti e soprattutto delle lane che nascono nel biellese (il cashmere, l’alpaca, il mohair e via dicendo) permette di reggere in parte alla concorrenza mondiale, anche se accanto ai colossi come Loro Piana, recentemente passato in mani francesi, Zegna, Fratelli Piacenza e Visconti ci sono 800 aziende (erano 1.300 prima della crisi) e 13mila addetti (erano 40mila dieci anni fa) che soffrono, con cali di fatturato costanti. Per capire cosa era Biella basta percorrere la strada che si snoda nella Valle Strona e la Valsessera, dove è nata l’industrializzazione tessile.

La Fabbrica della Ruota, a Biella

Cinquanta chilometri che si snodano tra Biella e Borgosesia, tra antichi lanifici (alcuni ancora attivi), ciminiere e la Fabbrica della ruota, ovvero l’ex lanificio Zignone che oggi ospita una mostra permanente sulla storia industriale tessile. Campionari, formule chimiche di tintura, ordini e fatture sono diventati oggi “fondi” che il centro di documentazione dell’industria tessile sta digitalizzando per non disperdere il lavoro e l’esperienza di tessitori, tintori o rappresentanti. Una mano tesa al passato, mentre lo sguardo è concentrato sul presente e rivolto (preoccupato) al prossimo futuro.

Il Museo del tessuto

Va ancora peggio, se possibile, a Prato, il distretto tessile più importante d’Europa, la città del cardato che è stata capace di trasformare i suoi “cenci” (i tessuti di scarto) in materia nobile, diventando uno dei più importanti centri a livello mondiale per la produzione di filati e tessuti per l’abbigliamento, l’arredamento e gli impieghi industriali. Una città dove, secondo le ultime stime della Camera di commercio, 15 anni fa si contavano 13mila telai e oggi ce ne sono meno di 2mila, così come negli ultimi dieci anni le aziende tessili si sono ridotte da 5.800 a 2.900 (quasi tutte microimprese) e il fatturato, oggi di circa 3 miliardi, è calato di 1,6 miliardi. Qui il declino è cominciato ben prima del 2009, l’anno nero della crisi, già con il via libera alle importazioni dalla Cina (entrata nel 2001 nel Wto).

L’esterno del Museo del Tessuto di Prato

Lo splendore di quello che Prato sa fare lo si ritrova rinchiuso nel Museo del Tessuto, costruito nell’ex cimatoria Campolmi, a ridosso delle mura del centro storico. Qui, accanto a pezzi di archeologia industriale come il telaio Jacquard (portato a Prato da Giovanbattista Mazzoni nella prima metà dell’Ottocento) ci sono i tessuti che hanno fatto la fortuna della città, dal cardato rigenerato al mix di lurex e pura seta che ha vestito Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo. Ma nel difficile mercato globale l’eccellenza da sola non basta e, davanti a cupe previsioni, l’archeologia industriale avanza.

Museo del Tessuto, Prato

Twitter: @eeleonora