Quando i classici rinascono con una nuova traduzione

La rubrica Genio del Male

Abbiamo visto cosa è successo quando Gianni Celati ha ridato una nuova pelle all’Ulisse di Joyce. Per questo siamo felici che un neonato editore triestino (“Nonostante”) e un’amante di Marguerite Duras (Rosella Postorino) permettano al pubblico italiano di (ri)leggere in una nuova traduzione “Moderato cantabile”.

Nonostante il testo sia ben collocato nella storia del nouveau roman e la scrittura della Duras sia abbastanza lontana dalle corde del lettore contemporaneo – e lo mostra anche la difficile reperibilità dei suoi testi, a parte “L’amante” – pochi mesi ci separano dalla celebrazione del centenario della nascita della scrittrice francese. E vista la generale crisi dell’editoria, questo sembra un coraggioso segnale di avvicinamento.

Che si tratti peró di un avvicinamento ad una terra avvolta in una fitta nebbia lo aveva già messo in luce Maurice Nadeau (scomparso lo scorso giugno) all’apparizione del romanzo. Al suo occhio d’editore “Moderato Cantabile” rivelava un vera e propria arte della scrittura inconcludente: in queste poche pagine non sappiamo bene cosa sia successo e neppure quello che accadrà, come se tutto fosse eternamente sospeso ad un ritmo cullante e ripetitivo. Quello che però al lettore medio pare un tratto irritante, a Nadeau suona come una nota d’eccezione. E dal momento che tradurre ha in comune con questa storia d’adulterio l’aspetto della indicibilità, la traduzione della Postorino amplifica l’inconcludenza della prosa, permettendole di giungere ad una nuova sovrapposizione tra lingua e stile.

Il non detto nel mondo femminile incrocia poi uno dei temi cari alla Duras che è quello della musica. Se non finisce direttamente nei titoli delle sue opere, come in questo caso e in “India Song”, la musica funge sempre da schermo per il desiderio latente e da referente strutturale per una narrazione quasi astratta che tuttavia riguarda delle foreste, dei boschi, delle case, delle stanze e degli oggetti precisi.

In una conversazione con Michelle Porte (“I miei luoghi”, edizioni Clichy), la Duras si confida:

«Mi piace molto questa stanza perché è completamente trasparente, e poi è in fondo alla casa, è l’ultima, è molto isolata… Ma è anche questo, non essere separati dal pianoforte. È poterlo toccare con mano. Insomma, è vero, è sempre un dolore, per me, sentir suonare bene; quando qualcuno suona molto bene, sono allo stesso tempo incantata, affascinata e disperata».

Una preziosa confidenza ma anche un utile avvertimento: mettiamo in conto che quando celebreremo il centenario di Marguerite Duras in tutta la produzione letteraria e cinematografica resteremo inevitabilmente incantati, affascinati, ma anche un po’ disperati.