Quirico tornato in Italia: «Rivoluzione tradita»

Rapito in Siria lo scorso 9 aprile

Domenico Quirico è stato liberato. Poco prima della mezzanotte di domenica 8 settembre è atterrato all’aeroporto di Ciampino l’aereo che trasportava il giornalista de La Stampa e lo studioso belga Pier Piccinin, rapito insieme a lui 5 mesi fa in Siria. Ad accoglierlo c’era il ministro degli Esteri Emma Bonino. «Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito. Non è piu’ la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un’altra cosa», ha detto subito dopo l’atterraggio. 

Quirico è apparso in buone condizioni, anche se provato. Alla domanda di come fosse stato trattato durante la prigionia, ha risposto «non bene». L’inviato ha poi ammesso di «aver avuto paura» e di essere vissuto per cinque mesi «come su Marte».

Si chiude una vicenda durata cinque mesi. Era entrato in Siria il 6 aprile e tre giorni dopo se ne erano perse le tracce. Dopo, solo un breve contatto telefonico con la moglie. Era partito per realizzare una serie di reportage nella zona di Homs.

Prima di rendere pubblica la sua sparizione, la famiglia ha aspettato a lungo. Sono abituati ai suoi silenzi durante i viaggi: come sostiene lo stesso Quirico, l’uso della tecnologia è il modo più veloce per farsi scoprire e per questo motivo tende a farne il minor uso possibile per evitare pericoli.

Nessun commento è venuto dal ministro Bonino sui dettagli del rilascio del giornalista. «Ci saranno i tempi e i modi. Stasera è il momento di essere contenti», ha spiegato la titolare della Farnesina, intervistata da SkyTg24.

Dalla testata de La Stampa scompare oggi il giallo nastro di solidarietà a Quirico, che campeggiava dal giorno della notizia del rapimento. «Ci abbiamo sempre creduto», scrive il direttore del giornale, Mario Calabresi, nel suo editoriale. «Crederci – scrive – significa non lasciarsi sprofondare nello sconforto e non perdere la testa. Giulietta (la moglie di Quirico, ndr) e le figlie sono state capaci di farlo, anche con un velo di ironia, tanto che per scaramanzia non avevano voluto tagliare l’erba del prato di fronte a casa: era un lavoro del papà e spettava a lui tornare a farlo. Adesso Domenico – conclude Calabresi – potrà raccontarci questa lunga storia, ma prima di tutto dovra’ tagliare l’erba. 

Per festeggiare il suo rientro, vi proponiamo alcuni dei suoi storici reportage

In fuga dalla Tunisia: la mia odissea 
di 22 ore su una barca di 10 metri

(pubblicato il 16 marzo 2011)

Io l’ho odiato subito, il battello senza nome, ho odiato le sue fiancate di carapace arrugginito, i suoi dieci metri sudici e scrostati, appena dieci metri, che perfino in porto sembravano troppo fragili per sfidare il mare. Forse è stato davvero un peschereccio un giorno, tanto tempo fa, forse davvero è scivolato sicuro tra le onde. Chissà. Ma le cose esistono se hanno un nome, esistono nelle sillabe che pronunciamo. Altrimenti sono niente.

E invece il barcone no, chiedevi al pilota, ai passeur che ti avevano venduto il posto, ai centoedodici tunisini che con me erano a bordo, e ti rispondevano sguardi vuoti: «Non so, un nome? Perché dovrebbe avere un nome? Una barca». E tu, Karim e gli altri, a ripetermi, scanzonati: no, il battello è buono e il pilota ha già fatto la traversata, non temere amico, arriveremo a Lampaduza in un baleno». 

È vero, Karim, noi non abbiamo fatto lo stesso viaggio. Anche se siamo partiti dallo stesso porto, se eravamo a bordo della stessa barca e il prezzo che abbiamo pagato era eguale. E abbiamo rischiato tutti e due di morire. Io non avevo apparentemente nulla più di te, non il giubbotto salvagente, non il telefono satellitare che funziona anche in mare aperto quando quei piccoli miracoli che voi continuamente palpeggiate e fate suonare restano muti. Lo avete fatto per tutto il viaggio, accaniti, senza successo, perché è bella la modernità quando in fondo costa poco e la si può comprare. Il tuo e quello dei tuoi compagni non è stato il mio viaggio; perché portavate con voi qualcosa che io non avevo, qualcosa di impalpabile e prezioso, la speranza che rende leggeri e cancella la paura e qualche volta oscura anche la ragione.

«Sarà una barca grandissima»
Nei giorni in cui siamo rimasti chiusi nella casa dei trafficanti di uomini in attesa che il maltempo finisse e si potesse partire, continuamente parlavamo del «grande battello» su cui avremmo navigato fino a Lampedusa. Era quello un modo per rassicurarci, la traversata la faremo con una bella barca, e ci sentivamo fieri e sicuri, non come quei disgraziati che si affidano a gusci di noce e poi capisci perché affondano e muoiono in mare. Il nostro sarebbe stato, dunque, un battello grande; e giorno dopo giorno si era trasfigurato, lievitava, da peschereccio era diventato immenso come un transatlantico e una portaerei. E invece eccolo, un battello senza nome, dieci metri di metallo liso come una tela, il motore che ronfa a sussulti come se chiedesse a ogni passaggio aria per respirare. La morte qualche volta si attacca alle cose, te ne accorgi; e il battello senza nome era una nave destinata a morire. Comunque sarebbe stato questo il suo ultimo viaggio, a Lampedusa era condannato al sequestro, e poi gettato su qualche spiaggia fuori mano per arrugginire in pace. Il viaggio che noi clandestini avevamo pagato era la sua agonia.

Non credo nel Caso, mi sforzo di restare poveramente avvinghiato all’illuministico conforto della ragione. Ma so che talvolta il Destino gioca con noi, perfidamente ci allunga o ci stringe i suoi lacci. E io non avrei mai dovuto imbarcarmi su quel barcone. Avevo pagato il passeur per un altro, più grande davvero, diciassette metri, con duecento persone a bordo. Domenica sera è arrivata la telefonata: vieni, è il giorno, il mare è calmo e il vento non spirerà per due giorni. Zarzis, il porto dei trafficanti di uomini, era tutto in faccende, macchine cariche di ragazzi, i bar fitti di passeur che a gran voce fissavano luoghi e ore, i telefonini in fraseggio continuo. Forse era così quando da qui partivano le flotte dei barbareschi e nell’aria c’era già il profumo del bottino.  

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Nella Tunisia dei salafiti
“Velo, lavoro e preghiera”

(Pubblicato il 04/02/2012)

È il modo in cui lo dicono che preoccupa, che mette in guardia. «Gli islamisti? tutto va bene, sono moderati, ragionevoli. Fanno le loro prove al potere». Però la voce si abbassa, e si guardano attorno, il segno di una segreta geografia spirituale che sta germogliando. Poi un amico, un tunisino gauchiste, di quelli che si sono sempre destreggiati con spirito e dignità per la laicità, visto che la democrazia era loro vietata proprio dal dittatore amico della Francia, mi ha suggerito «vai a dare una occhiata a Sejnane, il primo emirato salafita, vedrai cosa diventerà il Nord Africa tra un po’, li hanno già il veleno dell’islamismo nel sangue. A Sejnane ormai comandano loro». Sabato lui è andato in piazza a Tunisi per gridare «non rubateci la rivoluzione».

Non davano, i manifestanti, una impressione di energia; semmai c’era nella loro dedizione qualcosa dell’atteggiamento di coloro che preparano nei particolari il proprio funerale, dirigono la costruzione della propria tomba. La morte di un sogno non è meno triste della vera morte e lo sconforto di coloro che lo hanno perduto è profondo come un lutto. Quando ho visto l’imam di Sejnane ho pensato a quei preti giovani appena usciti dal seminario che popolano i romanzi di Bernanos, perduti tra le miserie del mondo a cercare di dipanare l’intricato gomitolo del peccato e della grazia. Ajemmen ha occhi obliqui da gatto malandrino, e dimostra ancor meno dei suoi 22 anni. In città raccontano che lo hanno imposto i salafiti, con le brusche, dopo aver cacciato il predecessore « c o m p r o m e s s o con la dittatura». L’imam indossa sul barracano la mimetica e si muove nell’ombra di un manipolo di piissimi con muscoli e grinte da lottatori. La sua moschea vigila un paesaggio di colline eteree dalla luce incontaminata del sole e dalla dolcezza soprannaturale del verde che sboccia in dicembre. Ma la città, 50 mila abitanti, è zeppa di disoccupati e di bambini, e un’aria di rovina e di vecchiaia che sembra consumarli. 

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