Siria ed Egitto: le tv che raccontano doppie verità

Al Jazeera, Al Ahram e altri media

IL CAIRO – In Siria poco dopo le prime manifestazioni contro il regime di Assad è nata una doppia narrativa. Da una parte, lo stato e i media pubblici controllati hanno iniziato ad ignorare le manifestazioni, dall’altra, i ribelli e l’Esercito libero siriano parlavano di morte e distruzioni catastrofiche. Da quel momento è partita una doppia rappresentazione degli eventi, una doppia verità per la quale ognuno è tenuto a schierarsi per l’una o l’altra parte: i buoni o i cattivi. Lo stesso sta avvenendo in altre forme in Egitto. È in corso una distinzione nella rappresentazione degli eventi tra televisioni pubbliche e private da una parte, e canali islamisti e filo-islamisti, dall’altra. La privata Ontv, o le televisioni pubbliche mandano in onda le stazioni di polizia assaltate, i jihadisti che consegnano armi ai manifestanti, con la scritta in sovraimpressione «L’Egitto lotta contro il terrorismo». La voce dei Fratelli Musulmani è invece rappresentata da Al-Jazeera, la televisione filo-islamista del Qatar. E così, non si contano le accuse reciproche di usare immagini o foto taroccate per raccontare le stragi delle ultime settimane, facendo ricorso a documenti di repertorio del conflitto siriano.

I leader della Fratellanza: come trofei di guerra

Dopo la fioritura di canali islamisti e salafiti, con il colpo di stato del 3 luglio scorso è arrivata la censura. Sono state oscurate 14 reti televisive, tra cui le emittenti Misr 25, fondata dopo le rivolte del gennaio 2011 e due canali salafiti molto popolari: al-Nas (la gente) e al-Hafez (il guardiano). Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione anche nella sede del Cairo di Al-Jazeera, arrestandone il personale. Mentre anche il ministro dell’Informazione Doreya Sharaf si è pronunciata per la chiusura degli uffici egiziani del canale del Qatar perché sprovvisto di permesso governativo. E così la copertura degli eventi di Rabaa è stata assicurata da canali giordani, turchi e del Qatar, ma non dalle tv egiziane.

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Proprio in merito alla censura dei media islamisti, il leader nasserista delle opposizioni e giornalista, Hamdin Sabbahi in un’intervista a Linkiesta ha criticato l’operato delle autorità ad interim, in merito ai limiti alla libertà di informazione. «Vorrei che le televisioni islamiste venissero riaperte. È vero che questi canali televisivi avrebbero dovuto guidare verso Dio, invece hanno diffuso valori contrari alla tolleranza religiosa: hanno distribuito odio e discriminazione – prosegue Sabbahi – Talvolta dicevano di colpire cristiani e altre minoranze: è pericoloso e anti-islamico. Per questo, vorrei che questi canali riaprissero secondo un codice etico. Fin qui, la copertura mediatica degli eventi ha difeso solo una parte e questo non rispetta gli standard professionali minimi».

Per questo, dopo lo sgombero, le centinaia di arresti di leader e affiliati della Fratellanza sono stati raccontati attraverso gli schermi egiziani come la fuga rocambolesca di leader terroristici. Nei giorni scorsi è stato mostrato come un trofeo di guerra dalla televisione pubblica l’ormai ex guida suprema Mohammed Badie. Anche il predicatore Safawat Hegazy è stato arrestato al confine con la Libia. L’uomo che più ha motivato le proteste di Rabaa al-Adaweya con i suoi sermoni è stato descritto come in possesso di valuta di sei diversi Paesi (tra cui dollari, euro, rial sauditi, dinari kuwaitiani, ghinee egiziane e 17 carte di credito). Mentre, secondo la stampa locale, Murad Ali, portavoce di Libertà e giustizia, è stato arrestato senza barba e con jeans mentre prendeva un volo per l’Italia. In generale, per i media egiziani è una corsa a tagliare la barba e appendere la tunica da parte dei principali politici islamisti: insomma sono descritti come dei maestri di trasformismo.

La stretta sui giornalisti stranieri

E la guerra mediatica si fa anche a colpi di sondaggi. Secondo un centro di ricerca citato dal quotidiano filo governativo Al-Ahram, il 67% degli egiziani era favorevole allo sgombero di Rabaa el Adaweya. Un sondaggio del Centro di informazione egiziano parlava invece nei giorni scorsi di una popolarità dei Fratelli musulmani ancora al 69%. E così la guerra di cifre incontrollate e la doppia verità continua.
Non solo, le autorità, come dopo la destituzione di Mubarak e in occasione delle elezioni presidenziali del 2012, hanno diffuso sentimenti di odio verso gli stranieri. Ma questa volta hanno reso più netta la distinzione tra spie e giornalisti. E i primi a pagare sono proprio reporter e fotografi, come se fossero tutti dipendenti di Al-Jazeera. Ma anche i giornalisti egiziani, come nel caso di Tamer Abdel Raouf del quotidiano filo-governativo Al-Ahram, ucciso in una sparatoria nella provincia di Bahereia, per non aver rispettato il coprifuoco, nonostante sia riconosciuto sulla carta ai giornalisti il diritto di muoversi anche di notte. Non si conta poi il numero di fotografi malmenati e consegnati dai comitati popolari all’esercito nei giorni scorsi. Tra loro, il corrispondente del Guardian, Patrick Kingsley, del Washington Post, Abigail Hauslohner, de The Independent, Alastair Beach, del Wall Street Journal, Matt Bradley e le giornaliste Rai, Maria Gianniti, e Mediaset, Gabriella Simoni.

Mentre i filmmaker canadesi John Greyson e Tarek Loubani sono stati arrestati mentre tentavano di raggiungere Gaza. Uno dei due, nonostante sia conosciuto per le sue pellicole estreme e anti-religiose, è stato paradossalmente accusato di essere un islamista. Infine, il noto comico americano John Stewart, coinvolto nella querelle al fianco del comico egiziano Bassem Youssef che aveva criticato l’ex presidente Mohammed Morsi, è stato tratto in arresto di fronte alla stazione di polizia di Azbakeya, presa d’assalto nei giorni scorsi, mentre faceva delle riprese. E come se non bastasse il Servizio di informazione ha emesso una nota in cui accusa i media stranieri di «non fare riferimenti alle vittime delle forze armate», di «essere orientati a favore dei Fratelli musulmani» e di «ignorare che la Fratellanza chiede il sostegno di Al-Qaeda».

I Fratelli musulmani si sono appropriati della simbolica pagina Facebook R.n.n. che aveva raccontato la rivoluzione del 2011. È qui che vengono postate le immagine più cruente degli scontri e delle stragi. E così gli islamisti sono tornati ai margini, non solo nell’occupazione dello spazio pubblico dopo aver lasciato Tahrir per Rabaa el-Adaweya, ma anche nei media egiziani, che continuano la rappresentazione televisiva dello scontro politico come di una lotta al terrorismo, per giustificare ogni misura di emergenza. Mentre, accusate di raccontare un’altra verità, le telecamere della stampa estera si stanno già spegnendo per schierarsi sul fronte siriano: proprio da dove è partita la doppia verità nel rappresentare le rivolte in Medio Oriente.

Twitter: @stradedellest

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