Thuram: “Neri non si nasce, si diventa”

Il calciatore al Festivaletteratura

Correva l’anno 2008 e all’inizio di novembre fu impossibile, per l’insegnante di una scuola media, non portare il discorso sull’elezione di Barack Obama. L’evento era universale: di quelli che avrebbe girato una pagina di tutti i libri di storia e la discussione sul primo presidente afro-americano viaggiava tra i ragazzi sul filo dell’entusiasmo. Finché l’insegnante non si inserì con una domanda: «Chi fu – chiese – il primo presidente biondo?» Non era un’interrogazione, non c’era un voto a minacciare la media, ma nessuno alzò la mano per rispondere. Nemmeno io, che assistevo. Non lo so, chi fu. Non si sa. E non è perché le foto di quel dì erano in bianco e nero e il colore dei capelli di tutti pareva più grigio che altro: proprio non aveva alcuna importanza ai fini dell’elezione. Non servì aggiungere altro, a quell’insegnante, per farsi capire.

L’ho raccontata in questi giorni a Lilian Thuram, la storia del presidente biondo, inserendomi tra tutto quello che mi raccontava lui, guadagnandomi un sorriso. È nero, Lilian, nerissimo. Ha i capelli neri, indossa una maglietta nera, pantaloni e scarpe nere, gli occhiali neri e un cappello da Blues Brother. In quel momento il suo sorriso illuminò il tutto.

Però io lo vedevo a colori: biancorosso, gialloblù, bianconero, blaugrana o bleu, come la maglia della nazionale di Francia. E anche se eravamo per strada, per me stava correndo sul verde di un prato.
Ha scritto un libro, Lilian (Le mie stelle nere, Add editore), come capita a tanti suoi colleghi dal nome famoso, donando la propria, di fama, e l’impegno, alla lotta contro il razzismo. Una raccolta intrigante e inaspettata di stelle nere: atleti, scrittori, scienziati, attivisti e donne sedute sull’autobus, che abbiano spinto il mondo verso una direzione un po’ meno sbagliata, girando a loro volta qualche pagina di storia. Quattrocento pagine intense per mettere, nero su bianco, una bella serie di puntini sulle i.
Mi svela di essere diventato nero a nove anni e io, pallido, spero che si spieghi meglio, oppure avrei chiesto all’insegnante del 2008. A quell’età lasciò la Guadalupa per trasferirsi in Europa, scoprendo appunto di essere nero, tra i bianchi, che non ci impiegarono molto a farglielo capire. Adesso è lui che prova a far capire a noi qualche concetto che va più in là del quattro tre tre.

Mi parla del razzismo inconsapevole di chi razzista non è, ma a volte ci inciampa. Di chi sente un brivido quando incrocia il passo con una persona di colore, magari di sera, preferendo forse qualcuno di biondo. Che in fondo è di colore pure quello: giallo paglierino, per la precisione, come un bicchiere di Gewürztraminer; e poi c’è chi è rosso, o rosa, o marrone, o quello che vuoi, persino bianco. Come se il colore, in questi casi, fosse una macchia che sporchi il tuo candore… E a pensarci ti senti meno candido.
Mi parla dei ruoli nei film, dove spesso lo stereotipo viene più assecondato che scalfito. E se pensi all’altro stereotipo, quello dei calciatori con il cervello nelle unghie dei piedi… ascolti Lilian e capisci che non è sempre così.
È certo che non sono i calciatori neri a doversi sentire offesi e a interrompere l’azione, quando allo stadio parte un buuu contro il Balotelli di turno. Sono gli altri che devono fermare il mondo e scendere. Si chiama gioco di squadra e se quel buuu non lo senti un po’ contro di te, è come se fossi anche tu a strillarlo di lassù. È da questi particolari che si giudica un giocatore. E un uomo.

Cammini accanto a Thuram e speri di non arrivare mai. Non solo perché da ragazzo tifavi per lui, ma perché è una finestra che ti si apre sul mondo. E alla fine ti accorgi che non gli hai chiesto nulla di quando giocava, di quanto pesa la coppa del mondo, di quanto sono forti Del Piero e Zidane, di quel goal al Milan, ma in fondo che importa…
I ragazzi che incontriamo lo fermano, chiedono autografi e scattano fotografie e, soprattutto quelli delle altre squadre, ci tengono a dirlo: sono blucerchiato, o dal cuore granata, ma un campione è un campione… Il cameriere milanista lo corrompe con un piatto di prosciutto della sua Parma, io guardo i suoi occhi sereni e quelli rasserenati di chi gli sta accanto.
Era il 2008, quando Lilian Thuram appese le scarpette al chiodo, girando una bella pagina della propria, di storia. Non un anno qualsiasi davvero: chiedere all’insegnante di quella scuola media, per avere conferma. Oggi non fa l’allenatore né il dirigente; guarda qualche partita ogni tanto, in tivù, con suo figlio sulle ginocchia e gli spiega come funziona, che il quattro quattro due è un po’ fuori moda, che il fuorigioco è sempre più difficile da segnalare e che quel giocatore biondo che corre dietro al pallone, in realtà non è biondo, ma di tutti colori come lui, che è nero, ma nero non è.

È ambasciatore dell’Unicef, ha una bella famiglia, una fondazione contro ogni razzismo, che porta il suo nome. Ha coraggio, altruismo e fantasia e gira il mondo, nelle scuole e nei festival, con il libro delle sue stelle nere tra i polpastrelli.
E se qualcuno lo sa, chi fu il primo presidente biondo, negli Stati Uniti d’America, me lo scriva, che poi vado a scuola e faccio bella figura. Non è una questione di razza o chissà che: è solo una mia curiosità.

Twitter: @andreavalente