Cicchitto, il Joker dissidente del berlusconismo

Cambi di maschera tra fiction e politica

Fabrizio Cicchitto temerario che alla Camera alza il dito, e chiede inascoltato la parola, dopo l’intervento-fiume di Silvio Berlusconi. Fabrizio Cicchitto che litiga furibondamente con Alessandro Sallusti a Ballarò: «Dirigi un giornale umoristico, con me caschi male, sei solo uno stalinista!». Fabrizio Cicchitto a Matrix che – al contrario – si commuove parlando con (l’ex) compagno di partito Maurizio Gasparri, un tempo non lontano compagno di battaglia: «Maurì, dopotutto quello che abbiamo passato, non è che adesso possiamo stare qui a litigare». Cicchitto muto, inquadrato in primo piano, con luci teatrali che disegnano sul suo volto una maschera tragica. Cicchitto che scuote la testa «No-No-No!». 

Abbiamo assistito in poche ore a questa incredibile mutazione, a questo velocissimo cambio di ruolo a cui solo la politica e la fiction possono abituarci: uno dei più solidi caposaldi del Pdl, oggi è diventato un oppositore tenace, infaticabile e determinato della Nuova Forza Italia. In questi giorni trovi Cicchitto in Transatlantico, circondato dalla folla di cronisti delle grandi occasioni, poi sulla prima pagina del Corriere della Sera poi lo vedi su Sky, mentre esterna in tempo reale, poi sulle agenzie, seguito dalla silenziosa e disciplinatatissima portavoce, Monica Macchioni (detta “caterpillar”, uno dei segreti della sua epifania mediatica, perché dietro un grande leader c’è sempre un grande ufficio stampa).

Cicchitto lo trovi impegnato in questa sua battaglia, superati da poco i settant’anni, quasi rigenerato, e ti chiedi quale sia il motivo, come mai proprio lui, in questo momento, sia diventato il simbolo della lacerazione del Pdl, il volto che buca lo schermo. La prima risposta è che Cicchitto viene da lontano, dal partito socialista, da storie antiche, dalla corrente lombardiana del partito socialista, prima ancora dalla militanza nel movimento del Sessantotto nel catino infuocato della Sapienza («Ahó – diceva ai colleghi forzisi che venivano da An – io le botte da voi fasci le ho prese davvero»), da una rapida e giovanile stagione trotzkista, e persino da una dimenticata candidatura nelle liste dei progressisti nel 1994 (quando era contro Berlusconi).

Insomma, Cicchitto – come si diceva un tempo – viene da lontano e va lontano, conosce benissimo la lingua novecentesca della battaglia politica, le categorie del dissenso, dell’ingiuria, e quindi della sopravvivenza in cattività, a cui i suoi colleghi della generazione berlusconiana non sono abituati. Il secondo motivo, se possibile, è persino antropologico: Cicchitto è colto, dialetticamente ferrato, ha prontezza di spirito, ha – insomma – la presenza scenica che occorre per reggere il fronte della battaglia quando le cose si mettono male.

Non tutti sanno, poi, che in questo periodo, l’ex capogruppo era vicinissimo a Berlusconi, lavorava a una riedizione del suo libro sui guai della giustizia italiana, un nuovo editing che si sarebbe innervato di chiose e di postille, una specie di flusso di coscienza in cui aveva raccolto il racconto dei drammi del Cavaliere, la sua invettiva e la sua battaglia estiva contro i magistrati. Insomma, Cicchitto era insieme una costola del berlusconismo, ma anche una costola della storia della sinistra socialista post-socialista, e questo aumenta la potenza della contraddizione che rappresenta anziché ridurla. Cicchitto può avere dunque la temerarietà di affermare: «Io sono contro Berlusconi, per salvare Berlusconi», senza che questo suoni subito grottesco o cacofonico all’orecchio di chi lo ascolta. Se è vero infatti che siamo dentro una sorta di telenovela del potere italiano, c’è un problema: l’altro grande oppositore di ieri, Carlo Giovanardi, ha un volto che allude a Fernandel e quindi ti fa precipitare direttamente nella commedia all’italiana.

Mentre Cichitto ha un volto che ricorda il Joker del Batman di Tim Burton, il naso aquilino, il sorriso sarcastico, lo sguardo arcigno che ti portano subito dentro il dramma. C’è infine un’ultima contraddizione di cui Cicchitto è simbolo: contro Berlusconi nel Pdl sono insorte le culture politiche che pre-esistevano alla sua discesa in campo: ex democristiani come angelino Alfano, ex radicali come Gaetano Quagliariello, ex socialisti come lui. È il paradosso della seconda Repubblica fondata da Berlusconi, che entra in fibrillazione mentre sulla scena si affaccia la terza Repubblica, ventilata da Beppe Grillo. Ma è – soprattutto – il paradosso della seconda Repubblica che entra in crisi perché riceve l’attacco più letale dagli uomini simbolo della prima repubblica.  

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