Civati critica Renzi nella sua mozione (senza citarlo)

Pd, una mozione al giorno 3

Quella presentata da Pippo Civati è una mozione diversa dalle altre. Lunga quasi il triplo rispetto ai documenti degli altri candidati, a tratti sembra un dettagliato programma di governo. Un testo di sessantanove pagine (curiosamente lo stesso numero del suo banco nell’emiciclo di Montecitorio, come ricorda nel blog). E una particolarità: «Dalla delusione alla speranza» è una mozione viva, in movimento. Aperta ai contributi di tutti gli interessati, che saranno raccolti nei prossimi giorni e opportunamente inseriti nella versione finale.

Lapalissiano il sottotitolo, «Le cose cambiano, cambiandole». Non particolarmente accattivante l’incipit, che ricorda vagamente il libretto di istruzioni di un elettrodomestico. «Cara elettrice, caro elettore. Il manifesto che stai iniziando a leggere è dedicato a te e a te immediatamente rivolto, perché troppo spesso le decisioni sono state prese senza consultarti e senza coinvolgerti». Ma entrando nel vivo della mozione non sfugge la cura dei dettagli. Il documento congressuale si articola in tre grandi capitoli: un manifesto politico, un passaggio sul partito e una lunga disamina del progetto per il Paese. Tanti, e fantasiosi, i paragrafi che suddividono gli argomenti. “La crisi di vocazione”, “La forma informe”, “Le fondazioni, le fondamenta e i fondamentali”. Il più curioso? “Voice, non exit”. Perché il Partito democratico – spiega Civati parafrasando Albert Hirschman – deve essere un movimento che «preferisce sempre la voice, anche quando è dura e scomoda, all’exit silenzioso dei delusi».

Le critiche al governo delle larghe intese affiorano con frequenza. L’esecutivo di Letta? «Non c’era scelta, si è detto. Dopo aver escluso ogni altra alternativa». Civati parla di «una coalizione innaturale che assume sempre più i connotati di un disegno politico nato in un accordo di Palazzo anziché da una proposta elettorale» ma anche dell’abuso di termini come “pacificazione” e “compromesso storico”. Una serie di polemiche che non risparmiano neppure Matteo Renzi. Senza mai nominarlo, Civati dedica un passaggio della mozione alla filosofia della rottamazione. «Una espressione (non a caso) meccanica e a tratti luddista delle sacrosante istanze di rinnovamento anagrafico del personale politico». Per dirla in altre parole, non troppo immediate: «Una terapia d’urto che si applica troppo a ridosso del problema: (la rottamazione, ndr) è la figlia primogenita del fallimento tanto della rimozione che della postumità».

Tante, e diversissime tra loro, le citazioni contenute nelle settanta pagine della mozione. Quasi un’enciclopedia. Civati riporta una lettera dello scrittore antifascista Giaime Pintor e ricorda l’economista francese Jacques Delors. Cita «l’austerità di Berlinguer, così diversa dall’austerity che oggi ci viene rappresentata». Ma anche «il modo in cui Aldo Moro reagì alla rivoluzione del sessantotto». C’è spazio per Walter Tocci e il politologo Piero Ignazi. Un pantheon civatiano in cui non manca un riferimento alla “mobilitazione cognitiva” di Fabrizio Barca. Se Gianni Cuperlo cita Papa Francesco, l’ex consigliere lombardo inserisce nella sua mozione gli studiosi della globalizzazione Ulrich Beck e Vandana Shiva. E con loro gli autori di “Perché le nazioni falliscono” Dron Acemoglu e James Robinson. Particolarmente azzeccato un testo dello scrittore americano premio Nobel William Faulkner, a proposito di integrazione e immigrazione. «Essere oggi contro una società multiculturale – il passaggio scelto da Civati – è come vivere in Alaska ed essere contro la neve». Non manca una menzione per i movimenti no-global, indignados, #occupy e continui rimandi alla Costituzione italiana.

Tanti i contenuti. Un vero e proprio programma di governo. Del resto «se le cose si spiegano, si capiscono. Altrimenti è un po’ complicato» ammetteva l’autore qualche giorno fa sul suo blog. E allora spazio a urbanistica, acqua, rifiuti, energia, trasporti. Scuola e ricerca. Civati propone una lista di riforme costituzionali e presenta in dettaglio le caratteristiche che dovrà avere la nuova legge elettorale. Grande spazio è dedicato a cittadinanza, integrazione e lavoro. Si può essere più o meno d’accordo, ma non si può non riconoscere il coraggio di alcune proposte. In tema di diritti e “amore civile” Civati ipotizza l’estensione del matrimonio civile a coppie formate da persone dello stesso sesso. Ma anche l’estensione della possibilità di adozione «a persone singole o coppie formate da persone dello stesso sesso».

Numeri, cifre e statistiche rendono il progetto tutt’altro che teorico. Una proposta particolarmente simbolica ed efficace ha già attirato l’attenzione di qualche giornale. Per quanto riguarda gli stipendi degli alti funzionari pubblici Civati spiega: «Nessuno può guadagnare più del 90 per cento del presidente della Repubblica, incluso il primo presidente della Corte di Cassazione, a cui molte delle remunerazioni della pubblica amministrazione sono legate». Insomma, un tetto di 210mila euro lordi valido per tutti.

Mancano riferimenti alla Giustizia. Non mancano le critiche al gruppo dirigente del Partito democratico. Civati torna più volte sulla svanita elezione di Prodi al Quirinale e sul cambio di linea politica del Pd che ha permesso la nascita del governo di larghe intese. Se la prende con chi non capisce che il partito «si dovrebbe collocare tra Rodotà e Prodi, per ritrovare se stesso». Eppure, forse in modo un po’ inatteso, tende la mano all’ex segretario Pierluigi Bersani. «L’unico che si sia davvero dimesso e a cui va comunque reso l’onore del lavoro svolto». In confronto «i dirigenti attuali non sembrano rassegnarsi a fare alcun passo indietro».  

(3 – fine)

X