Eni non riesce a svegliarsi dall’incubo kazako

Lo sfruttamento del Kashagan/1

Aggiornamento del 25 giugno 2014: le notizie che circolano, confermate dalle autorità del Kazakistan, sono sempre più pessimistiche. I campi offshore del maxigiacimento di Kashagan, gestiti da Eni e altre sei società petrolifere, rischiano un fermo fino a tutto il 2016. Come ha riportato il quotidiano MF, si sono allungati i tempi previsti per il ripristino della produzione dopo la fuga di gas che ha danneggiato le tubature dell’ottobre 2013. La società italiane ha già investito 8 miliardi di euro. E il consorzio (composto, oltre che da Eni, da Exxon Mobil, Kaz MunaiGas, Shell, Total, Cnpc e Inpex) ha chiesto la proroga delle concessioni fino al 2061. 

Da una settimana l’oleodotto di Kashagan nel Mar Caspio è di nuovo fermo. È la seconda volta da quando è entrato in funzione lo scorso 10 settembre: un primo stop il 25 settembre, poi il riavvio il 6 ottobre, e la nuova interruzione. Il motivo è sempre lo stesso: un guasto agli impianti del perimetro di produzione che ha provocato una perdita nei tubi che portano dall’isola artificiale di Bolahashak a quelli che trasformano il petrolio sulla terra ferma.

La North Caspian Operating Company (Ncoc), il consorzio che annovera anche l’italiana Eni, ha spiegato alla Reuters che «come misura preventiva la parte del gasdotto è stato depressurizzata ed è stata lavata con azoto per renderlo accessibile per l’ispezione. Non sono stati rilevati danni alle persone o all’ambiente. I lavori di riparazione continuano». Ma non è stato specificato quando sarà avviato l’impianto. Dall’Eni si limitano ad affermare a Linkiesta che si tratta di normali incidenti che capitano in una fase di posa e aggiustamento delle strutture. Il problema però è più serio di quanto si possa pensare. Anche perché secondo contratto il consorzio deve produrre alla fine del mese (31 ottobre ) circa 75.000 barili al giorno, per non incorrere nelle sanzioni del governo del Kazakhstan.

La storia dei problemi del maggiore giacimento scoperto negli ultimi trent’anni si perde ormai nella notte dei tempi. E c’è chi ricorda, tra i corridoi della sede Eni di San Donato, che nel 2008 costò il posto all’ex direttore generale Stefano Cao. Del resto, un’operazione che sulla carta doveva costare 10 miliardi nel 2000 oggi è lievitata a 50 miliardi, per 13 anni di lavori che non sembrano ancora terminati. Il Kazakhstan, noto alle cronache italiane per la vicenda di Anna Shalabayeva, è la più grande economia dell’Asia centrale e il secondo più grande produttore di petrolio post-sovietico dopo la Russia: le riserve recuperabili sono stimate tra i 9 e 13 miliardi di barili di petrolio. Una fortuna ingente insomma, a cui, insieme con Eni, partecipano ExxonMobil, Royal Dutch Shell e la francese Total, ciascuna con 16,81% di Kashagan. Non solo. La Inpex del Giappone detiene 7,56% e quest anno è arrivata la China National Petroleum Corp (Cnpc), che ha acquisito una quota del 8,33 per cento.

I giacimenti del Kashagan (Fonte: Eni)

In Francia, però, hanno iniziato a storcere il naso. E il quotidiano economico Les Echos del 16 ottobre ha definito Kashagan come un «incubo». Aymeric de Villaret, esperto nel settore energetico per il quotidiano economico transalpino, punta il dito sulla mancanza di leadership del consorzio e soprattutto fa le pulci all’oleodotto sostenendo che il flusso di olio in uscita «non si può definire un lungo fiume tranquillo». Come spiega un esperto del settore a Linkiesta, «in questo mese Kashagan sta facendo dei test per misurare la produzione: diciamo che sarebbe stato meglio non strombazzare l’inizio delle operazioni l’11 settembre scorso. È stato controproducente». Riferimento nemmeno troppo velato a quando l’ad di Eni Paolo Scaroni parlò appunto di inizio delle operazioni.

Lo sfruttamento del giacimento, per Eni, si è rivelato più complesso del previsto. Oltre che estremamente costoso: 23 miliardi di euro, tre volte l’utile netto 2012. Cifra che Eni non conferma né smentisce, limitandosi ad affermare che nel progetto sono stati investiti ufficialmente 7 miliardi di equity. Già nel 2007 Ronald Spogli, ex ambasciatore Usa a Roma sotto l’amministrazione Bush, riportava un colloquio con Gianni Manfredi, funzionario presso il ministero degli Esteri: «Il governo kazako sta usando presunte accuse di violazioni ambientali come parte di una strategia di negoziazione mirata a ottenere più soldi dal consorzio internazionale di sviluppo del giacimento». «Il nostro contatto al ministero degli Esteri», scrive ancora Spogli in un cablo pubblicato su Wikileaks, «nota che il consorzio dovrà decidere qual è il modo migliore per trasportare il gas kazako in Europa, costruendo una pipeline che attraversi il Caspio o accordandosi con Gazprom sulle tariffe di transito». 

In un altro cablo risalente al 2010, riportando un colloquio con Lorenzo Fanara, primo segretario dell’Ambasciata italiana a Mosca (oggi a Londra), l’ambasciatore americano a Mosca John Beyrle ricostruisce: «Gazprom ha acquisito una partecipazione di controllo in Severenergia da Eni ed Enel, che hanno creato la società Severenergia per acquistare alcuni attivi dell’ex Yukos dopo la bancarotta della compagnia». Qualche giorno fa la Rosneft dell’oligarca Igor Sechin – «con cui noi e l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, abbiamo regolari contatti», dice Fanara nel medesimo cablo – ha acquistato per 1,4 miliardi di euro per rilevare il 19,6% di Severenergia detenuto da Enel tramite la joint venture Artic Russia (60% Eni, 40% Enel). Una mossa che ha lasciato a bocca asciutta l’altro pretendente, la Novatek (controllata dal magnate armeno Gennady Timchenko e partecipata da Gazprom al 10%), pronta a rilevare il 29,4% di Severenergia in mano a Eni per circa 3 miliardi di euro, stando a quanto rivela il quotidiano russo Kommersant. Il piatto è piuttosto ricco: SeverEnergia è titolare delle licenze per nove giacimenti e riserve pari a 7,3 miliardi di barili di olio equivalente. 

Fonte: Eia

La partita kazaka e russa non sono scollegate. Non è infatti chiaro come sarà trasportato il greggio estratto dal Caspio. L’Eia, l’agenzia Usa per l’energia, scrive in una nota diramata a pochi giorni dall’avvio della produzione, lo scorso 9 settembre: «portare il greggio dal giacimento al mercato presenta significativi ostacoli logistici. Dal momento che i membri del consorzio di sviluppo sono azionisti del Caspian pipeline consortium (Cpc), e hanno i diritti di sfruttamento dell’omonimo oleodotto, è probabile che Cpc possa essere la rotta prescelta per il primo petrolio estratto. Le pipelines porteranno il petrolio al porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero, da cui poi raggiungerà i mercati internazionali attraverso il Bosforo».

Per chi non ha accesso all’oleodotto Cpc – capitanato da KazMunaiGaz al 19%, Eni è azionista al 2% – l’unica strada è il collegamento con l’oleodotto russo Samara-Atyrau, che si collega alla rotta cinese (da Atyrau ad Alashankou, nel nordest della Cina). ll Kazakhstan ha pianificato la costruzione di un oleodotto (Kazachstan-Caspian Transportation System – Kcts) lungo la costa est del Caspio, per collegarsi poi al terminal di Kuryk ed entrare nell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) da Baku. KazMunaiGas, compagnia di Stato kazaka e azionista di Kashagan, ha stimato il suo costo a quota 4 miliardi di dollari, ma ci vogliono anni per portare a termine l’infrastruttura. Per questo, per l’Eni, è molto meglio fare cassa con ServerEnergia cedendola ai russi, per poi negoziare le condizioni migliori per vendergli il petrolio kazako. 

Twitter:  @antoniovanuzzo @aroldering
 

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