Ho giocato sette giorni a Gta V, senza sparare un colpo

Grand Theft Auto V: il videogame

Se state pensando «ecco un altro articolo in cui si parla della violenza di Grand Theft Auto V», vi sbagliate. Il mio analista direbbe che siete prevenuti o vagamente passivo-aggressivi. No, non il mio vero analista, quello che incontro settimana dopo settimana in GTA. Sì, perché il videogioco capolavoro di Rockstar Games non è solo violenza e crimine. È un mondo virtuale in cui si possono fare centinaia di cose, compreso andare dallo psicologo (a dire il vero, dopo una sessione, non visto, gli ho rotto il fanale della Porsche con un calcio, perché non mi era piaciuto quello che mi aveva detto). Ho passato l’ultima settimana dentro la gigantesca città virtuale di GTA, senza ammazzare nessuno.

Ma procediamo con ordine. Siete mai stati a Los Angeles? Forse no, forse l’avete vista solo in qualche film, un mondo fatto di strade larghissime, spiagge ancora più grandi, ispanici in canottiera e bandana che ti guardano male, musica rap, ragazze in bikini, quartieri orribili accanto a posti da sogno. Come un barbone seduto accanto a un manager alla fermata dell’autobus. Magari pensate sia un’immagine stereotipata, che non sia veramente così. D’altronde lo diciamo di tutti i posti, no? «Non è veramente così, devi viverci per capire». E invece Los Angeles è veramente così, un posto brutto. Ma un brutto posto dove sembra sempre stia per succedere qualcosa di interessante. Il più bel brutto posto del mondo. È questo il bello dell’America. Ce la siamo vista così tanto nei film che sono gli stereotipi ad adattarsi a lei, e non viceversa. Per questo è così facile farne una parodia. Per questo la Los Santos di GTA V è uno specchio fedele della più grande città della California, e di ciò che è diventata la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi. Nonché il modo migliore di visitare Los Angeles (e dintorni) senza muoversi dal divano, credete alle parole di chi ogni anno la visita per L’E3, la più importante fiera mondiale di videogiochi.

Il bello dell’ultimo titolo Rockstar, un videogame in grado di incassare un miliardo di dollari in tre giorni (con buona pace dell’Avatar di James Cameron che ci ha messo tre settimane) è proprio questo: ti offre mille modi violenti di passare il tuo tempo (pagandone spesso le conseguenze), ma ti permette anche di stare ore e ore senza sparare un colpo, se non al poligono. Alla faccia del gioco violento. A essere onesti, nel corso della settimana non violenta in GTA V, qualcuno si è fatto male: un bagnino che mi urlava di non fumare sulla panchina vicino alla spiaggia si è preso un pugno in faccia. Ma vi giuro che non è morto nessuno.

Per prima cosa, è bene ricordare che i protagonisti di Grand Theft Auto V sono tre. Ognuno con i propri modi di fare e con il proprio stile di vita. C’è Franklin, il ragazzo di colore che sembra preso di peso da un pezzo rap della West Coast, tutto gergo da strada e corse clandestine, un tipo senza particolari tare mentali, ma che non si fa molti problemi se c’è del «paper», ovvero, dei soldi. Poi abbiamo Michael, creato appositamente per piacere ai giocatori più datati: rapinatore di banche che vive sotto il programma di protezione testimoni, che però non può proteggerlo dalla sua crisi di mezz’età, da un figlio che lo disprezza, una figlia affamata di celebrità e una moglie ex stripper che lo tradisce col maestro di yoga. Sì, è lui quello che va dallo psicologo.

E infine abbiamo Trevor, dei tre senza dubbio il personaggio più sgradevole. Antisociale, drogato, ingestibile. Una scheggia impazzita in grado di prendere a calci in testa un uomo e subito dopo parlare con i resti della sua materiale cerebrale rimasti attaccati allo scarpone. Vive nella zona più rurale, per non dire redneck, della regione di Los Santos, coltivando sogni di grandezza e cucinando metanfetamina, in pieno stile Breaking Bad. Insomma, difficilmente vedremo il buon Trevor fare yoga con la sua canottiera sporca di sangue e logori pantaloni di una tuta da lavoro. Quella è una cosa che può fare Michael nella sua villa con piscina. In compenso, in sua compagnia ho passato mezza giornata a cacciare Wapiti, i cervi del Nord America, nei boschi che circondano la metropoli. E non crediate che sia una cosa semplice. Prima di tutto bisogna fare amicizia col bracconiere locale, poi bisogna trovare la zona giusta, usare il richiamo e stare sottovento per non farsi fiutare dagli animali. Senza dimenticare di tenere le orecchie aperte per il ruggito dei puma di montagna, che potrebbero farci finire nel bel mezzo di una di quelle trasmissioni di Discovery Channel in cui la gente viene sbranata da qualche animale.

Il buon Franklin invece, da bravo ragazzo cresciuto nel ghetto, non può farsi mancare un cane che tenga fede alla sua fama di «gangsta», il rotweiler di nome Chop, che possiamo portare a spasso lungo la spiaggia o educare con un’apposita applicazione su iPhone (quello vero, fuori dal gioco). Trevor e Franklin possono anche dedicarsi a due attività particolarmente folli. Il primo può raccogliere memorabilia delle celebrità per conto due una coppia di sessantenni inglesi pazzi (letteramente) per le star del cinema. Il secondo può lavorare come paparazzo per conto di un fotografo locale, inseguendo le limousine di vip (o presunti tali) per rubare foto scandalose di sesso in piscina o starlette ubriache che vomitano fuori dai locali. Ma non è finita qui, queste sono solo le attività esclusive per ognuno dei tre personaggi. Poi ci sono quelle a disposizione di tutti, ore e ore di gioco di cui non sentirete assolutamente parlare nei telegiornali. Perché non muore nessuno.

Che ne dite di una partita a tennis? O qualche buca a golf? Preferite forse fare il triathlon, una corsa con le moto ad acqua, partecipare a una gita turistica per vedere le case delle star, toccare il sedere a una spogliarellista mentre il buttafuori guarda altrove? O magari avete voglia di tirare su qualche soldo lavorando per la compagnia di rimozione veicoli o come tassista, girando la città in cerca del prossimo cliente?

E se invece i soldi fossero qualcuno di più, e ottenuto giocando su internet con il mercato azionario, magari comprando quote di una compagnia di auto per poi sfasciare le sue macchine e incrementarne la produzione? In GTA V si può fare anche questo. Già che siete su internet potrebbe venirvi voglia di dare un’occhiata alle decine di siti che potete navigare direttamente da dentro al gioco. E che fanno da ulteriore compendio a un titolo che ha fatto del prendere in giro la società occidenale il suo passatempo preferito.

Tanto per cominciare, anche il mondo di GTA ha il suo social network: si chiama LifeInvader ed è una specie di via di mezzo tra Facebook e Twitter vestito di rosso il cui motto è «Rendi la tua vita personale di dominio pubblico». LifeInvader si contende gli utenti con un sito molto simile: Bleet, che al posto del famoso uccellino ha una pecora, in cui gli aggiornamenti di stato sono perfino meno patetici di quelli che trovate sui social network reali. C’è poi Weazel News, sito di news razzista e vagamente destrorso, dove potete trovare i resoconti dei vostri colpi, spesso associati a terroristi di matrice sconosciuta o immigrati illegali. Non mancano neppure il sito paranoico dove fare un test per capire se vostro figlio è in pericolo quando naviga in rete, o quello dedicato ad una serie di cartoni giapponesi vagamente erotici che si giustifica dicendo «è cultura, non perversione!».

E tutto questo senza neppure nominare i canali televisivi, dove il punto più alto sono senza dubbio i Republican Space Rangers, un cartone animato (vagamente ispirato al videogioco Halo) in cui ogni occasione è buona per eliminare qualche hippie spaziale.

Insomma, una tonnellata di materiale che la maggior parte dei giocatori neppure consulta, perché troppo impegnata a sparare, quando invece le soddisfazioni maggiori Gran Theft Auto V le dà nei momenti in cui si affida alla serendipità, e si sceglie di vagare senza meta. Sì, perché vagare in GTA è come meditare, è l’unico modo per arrivare al momento perfetto. Cos’è un momento perfetto? Più che un luogo, è una sensazione. È quando il sole sta per sparire dietro le colline e gli ultimi raggi rossastri si riflettono sulle piscine dei più facoltosi, tu sei li che giri una decappottabile, la radio canta Baker Street, una bella ragazza sul marciapiede si scatta una foto col telefono e tu guardi la campagna che ti si apre piano piano di fronte… questo è un momento perfetto, quel momento in cui GTA smette di essere un gioco e diventa… arte? No, forse no, ma di sicuro diventa un’esperienza. Perché i giochi ruotano attorno a uno scopo, ma che scopo può esserci nel scalare la montagna su alta solo per godere della vista di un mondo artificiale e farsi una foto da mettere su Facebook?

Nota: quasi tutte le foto di questo articolo sono selfie, autoscatti, fatti con il cellulare che ogni personaggio ha a disposizione. Un’altra delle nostre manie di cui GTA fa abbondante parodia.

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