I contratti anti-suicidio delle università cinesi

I nodi del sistema educativo

«Se mi suicido, l’istituto non sarà responsabile»: è il contratto (scioccante) che hanno firmato 5mila studenti del City College of Dongguan University of Technology, nella provincia cinese del Guangdong. Secondo il quotidiano China Daily, il fatto sarebbe avvenuto il 15 settembre, al momento dell’iscrizione.

L’ateneo ha distribuito alle matricole un carteggio denominato Accordo di gestione e autodisciplina dello studente. Il documento riguardava l’atteggiamento da tenersi nei dormitori e, di fatto, scaricava sui ragazzi ogni tipo conseguenza nel caso in cui fossero morti o si fossero fatti male durante il percorso degli studi. Nonostante i dinieghi di responsabili dell’Università, fonti locali collegano l’iniziativa al caso dello studente che, rifiutato, aveva accoltellato una ragazza nei dormitori. Il China Daily sostiene che molti studenti non si sono stupiti della richiesta, perché suicidi e atti autolesionistici non sarebbero nuovi nelle aule. Non avrebbero «niente a che fare – però – con la pressione per gli studi, bensì avverrebbero a causa di delusioni amorose o familiari, disoccupazione, problemi personali». L’accusa respinta è che il sistema scolastico sia troppo stressante e questo provochi cedimenti tra gli alunni.

«La Cina è molto diversa rispetto alla Francia, qui la scuola è facilissima», racconta Xhang, venuto in Europa a completare gli studi e intervistato dal magazine francese Les in Rocks. «In Cina abbiamo molto lavoro, molti compiti. Lavoriamo sostanzialmente sempre, tutti i giorni, tutte le sere, senza mai una pausa». «Ogni anno qualcuno si suicidava», racconta invece Remì, francese che ha studiato all’Università di Hainan. Dei suoi compagni locali dice: «Dai 13 anni non fanno altro che studiare e prepararsi al diploma, studiando e studiando. Una volta che l’hanno ottenuto, hanno perso il contatto con la realtà. In Francia, a 19 anni sei un adulto, là non del tutto. All’università c’è chi lascia, perso e solo, senza poter mai dire niente alla propria famiglia. Impossible riconoscere una sconfitta».
I voti pare siano l’unica cosa che le università guardano, ancor prima che gli studenti diventino matricole: niente colloqui, test d’ingresso che richiedono di avere in mente tutto quanto imparato dalle elementari, selezione che guarda ai voti delle scuole superiori. Giugno, il periodo dei test d’ammissione alle facoltà, è definito il «mese nero» degli studenti cinesi. Anche in questo caso la cronaca finisce col parlare di suicidi. 

Che un contratto sia una buona idea per fermarli è discusso e discutibile. La gran parte dei genitori non commenta l’iniziativa della scuola, ma la signora Li, intervistata da Time, sostiene che questo tipo di accordo scritto «non è corretto, e dubito che avrà effetti sul comportamento degli studenti». Per lei sarebbe meglio che l’università si dotasse di consulenti per aiutare i giovani ad affrontare i problemi invece che lavarsene le mani.

Certo è che il problema non sembra avere facile soluzione. A lungo, nella cultura del Paese, lo studio sarebbe stata considerata una strada sicura per il successo, suscitando ansia da prestazione negli studenti, anche per le forti aspettative delle famiglie. Attualmente, anche a causa della crescente scolarizzazione, la connessione studio-lavoro starebbe cambiando: quest’anno solo il 35% dei 7 milioni di neolaureati ha trovato un’occupazione. E questo provocherebbe stress aggiuntivo negli universitari. 

Già quattro anni fa il fenomeno era noto, tanto che il ministero della Salute e dell’educazione aveva chiesto gli atenei di prendersi cura anche del benessere mentale degli iscritti: la Central South University a Changsha, ad esempio, si era dotata di apposite stress room con pareti di gomma e musica rilassante, oltre che di psicologi. Alla Harbin University of Commerce, invece, gli studenti si sfogherebbero urlando a piacimento in stanze insonorizzate. La pratica degli “scarichi” di responsabilità, invece, è usata da altre università come la Shandong Jianzhu University.

Il Centro di prevenzione e controllo cinese riporta che la Cina ha il più alto tasso di suicidi al mondo, con 22 persone su 100mila che si tolgono la vita. E dire che fino agli anni ‘90 parlare di suicidio era un tabù: recentemente, dicono gli esperti, il tasso è addirittura calato, sembra grazie al minor uso di pesticidi e al maggior supporto medico. Più a rischio sarebbero le donne che vivono in zone rurali, però, secondo Pechino, ad oggi sta diventando la maggior causa di morte nella popolazione tra i 15 e i 34 anni.

«C’è una chiara connessione col sistema educativo del Paese» dice Xu Kaiwen, professore associato di psicologia clinica all’Università di Peking. Ha davanti a sé una statistica secondo la quale il 17% delle ragazze delle scuole superiori del Foshan ha pensato al suicidio: «Le ragazze sono state educate a lavorare sodo – spiega – e a prendere voti alti fin dall’infanzia. Ma benché lavorino bene in classe, mancano di educazione sul valore della vita».
La prima linea verde anti-suicidio cinese ha aperto nel 2002 a Pechino. Zhang Qi, deputy director del consultorio psicologico alla East China Normal University, sostiene che per i ragazzi siano preferibili piattaforme specializzate nelle quali possano parlare dei loro problemi.

Se molti esperti sembrano d’accordo con lui, è evidente che non tutti gli istituti propendono per questa soluzione, come dimostra l’ateneo di Dongguan. La formula dei contratti anti-suicidio, di fatto, non è un’invenzione delle università: celebre è il caso della ditta Foxconn, del taiwanese Terry Gou, che tre anni or sono ha fatto siglare ai 300 mila dipendenti un impegno a non togliersi la vita, dopo i numerosi casi verificatesi nelle strutture dell’azienda.