Il Fondo Monetario Internazionale si scopre keynesiano

Troppa austerity fa male

Troppa austerity fa male, gli stimoli economici possono essere utili, e la Bce fa bene a immettere liquidità e a tenere bassi i tassi di interesse. Concetti di sapore keynesiano sentiti tante volte ma che questa volta, incredibili dictu, a sostenerlo è quello che è considerato – magari con qualche esagerazione – il tempio del verbo ultraliberista all’insegna della Chicago School: il Fondo Monetario Internazionale. Proprio quello che Naomi Klein nel suo celebre The Shock Economy accusa di essere stato lo strumento principe di diffusione (forzata) delle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Freedman.

Da qualche tempo si è intuito che le cose stanno cambiando al Fmi, molto più che alla Commissione Europea. Lo dimostra anche la research note di qualche giorno fa, scritta (secondo il Financial Times) con il sostegno di due personaggi di primo piano dell’organismo di Washington: il capo economista Olivier Blanchard e l’ormai ex direttore del dipartimento degli affari fiscali, Carlo Cottarelli, appena nominato a Roma commissario speciale per la spending review. Due personaggi finora di visioni piuttosto diverse.

Il documento di certo non rinnega la necessità di risanare i bilanci e di imporre una curva discendente del debito, sottolineando oltretutto l’importanza della «credibilità»; tuttavia, presenta una serie di considerazioni , anzitutto sullo stimolo economico, che non possono che colpire. Nel documento si ricorda la grave recessione che ha colpito molti Paesi del G20, salvo poi aggiungere: «Vista la relazione tra politica di bilancio e crescita, la contrazione economica e l’aumento del rapporto debito/Pil sarebbero stati ben peggiori senza stimoli» (inclusi quelli monetari, come gli interventi Fed e della Bce), anche se questi contano in media per il 17% dell’aumento del debito dei 20 Paesi.

Il concetto che gli stimoli non siano dannosi, ma anzi possano essere positivi, viene ribadito anche altrove. Ad esempio lo studio mette in guardia dal ridurre gli investimenti pubblici in tempi di crisi pur di ridurre deficit e debito – anche qui una vera novità per il Fmi: «è importante la composizione dell’aggiustamento (di bilancio, ndr). Sul fronte della spesa tagliare investimenti pubblici, o il sostegno ai più vulnerabili, colpirà le prospettive di crescita» – Grecia docet, potremmo dire. Inoltre, dice il Fmi, «È ragionevole pianificare il cammino di risanamento in termini strutturali per evitare una stretta pro-ciclica […] Questa può essere evitata, ad esempio, concentrandosi su un insieme di misure di bilancio che tengano conto della necessità di proteggere i più vulnerabili e salvaguardino programmi con impatti positivi sulla crescita, ad esempio i progetti di infrastrutture pubbliche». In altre parole, in tempi di crisi, anche se il debito è alto e il deficit va tenuto sotto controllo, guai a fermare i grandi investimenti pubblici e guai a dimenticare – com’è invece accaduto in quasi tutti i Paesi in crisi dell’eurozona – le fasce più deboli.

Chiaramente, il documento riconosce che i Paesi con debiti più elevati devono attuare politiche «più ambiziose» di riduzione dell’indebitamento rispetto a quelli in situazioni migliori. Tuttavia, «il consolidamento di bilancio – spiega il Fmi – può colpire la crescita ed esacerbare i livelli di debito a breve termine. Per questo, se le condizioni di finanziamento lo consentono, l’aggiustamento deve essere condotto a un ritmo che consenta ai bilanci di migliorare l’avanzo primario (al netto degli interessi del debito, ndr) senza minare la ripresa economica». Troppa fretta, insomma, è controproducente.

Come abbiamo visto in questi anni nelle economie del Sud Europa l’austerity, in tempi di recessione, raramente è di aiuto: «gli sforzi di bilancio – recita infatti il documento – hanno più probabilità di avere successo nei periodi di crescita sostenuta. Solo il 26% di tutte le esperienze di consolidamento fiscale […] sono state efficaci nel ridurre i livelli di debito quando la crescita era al di sotto della media di lungo periodo». Al contrario, «il successo sale al 41% quando la crescita è sopra la media». Praticamente una bocciatura della strategia imposta in questi anni dalla Commissione Europea ai Paesi periferici. Non a caso, già nei mesi scorsi si è assistito a dure e risentite repliche nei confronti del Fmi da parte del commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn.

Con buona pace dei dubbi tedeschi, il Fmi sposa in pieno anche la politica attuata dal presidente della Bce Mario Draghi. «Con il consolidamento di bilancio che agisce da freno alla crescita – afferma infatti la research note del Fmi – lo stimolo monetario deve proseguire, soprattutto nei paesi con maggiore gap di crescita. Questo significa mantenere i tassi di riferimento a livelli bassi, garantendo ampia liquidità». Non basta, «se la congiuntura peggiorerà ulteriormente – leggiamo ancora nel paper – si dovranno considerare ulteriori riduzioni dei tassi nonché nuove misure non convenzionali». Insomma, si tratta di un documento su cui i fautori dell’austerity a tutti costi farebbero bene a riflettere, a Bruxelles come a Berlino o Helsinki.

Twitter: @Jeohlin

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