Il sipario che non cala mai sul delitto di Cogne

Esce dal carcere e lavora in una onlus

Annamaria Franzoni esce dal carcere. Detto così sembra che la donna, condannata a 16 anni di reclusione per aver ucciso 11 anni fa il figlio Samuele, abbia già riconquistato la libertà. Ovviamente non è così. Si tratta di un’impiego nella onlus che, nel carcere femminile della Dozza a Bologna, organizza corsi di cucito e gestisce la bottega, che vende borse e capi di abbigliamento. Insomma, un programma di reinserimento nella società per i detenuti. Tutto normale, fin qui. Solo che adesso l’ospite è speciale, o meglio: famoso. Annamaria Franzoni e il delitto di Cogne sono entrati nella memoria collettiva degli italiani, con una scia di momenti non sempre degni di essere ricordati. Tutti ricordano il plastico di Bruno Vespa a Porta a Porta; il dibattito tra colpevolisti e innocentisti; gli psichiatri in televisione; l’ingresso della depressione post partum nel lessico comune; l’avvocato Taormina; le parentele (false) con la famiglia Prodi. Una bagarre morbosa che ha gonfiato la storia triste della madre che uccide, per follia, il figlio, e che è finita, scemando poco a poco, fino alla condanna.

Oggi se ne parla ancora, come protagonista di un’epoca lontana che ritorna e che, come allora, divide e fa discutere. Ma è passato il tempo, l’Italia è invecchiata e dei plastici di Vespa nessuno ha più interesse. Su queste storie, ora in mano all’ordine stabilito della giustizia, è meglio davvero che cali il sipario. 

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