La storia di Yoannes: “Così sono arrivato a Lampedusa”

Il racconto di un migrante

Riportiamo il racconto di Yoannes Tesfay, 21 anni, arrivato in Sicilia da Asmara a bordo di un barcone, e dei suoi primi giorni in Italia

È stato un viaggio difficile. C’erano una bambina di tre mesi, trenta viaggiatori. La barca, come un delfino, arrivò puntuale alle 6 del 13 novembre sull’isola che si chiama Lampedusa in Italia. Dei pescatori ci hanno visti e sono venuti verso di noi, ci hanno aiutati ad attraccare. Toccata la terra, ci siamo chiesti: «È sogno o verità?» Sorpresi, ci guardavamo negli occhi. Arrivati a terra, la polizia ci ha circondati, ci ha fatto salire su un piccolo furgone. «Va al campo», dicevano. Prima di noi, degli uomini di origine araba erano stati condotti al campo. Lì, erano loro a guardarci tra le sbarre del cancello.
E noi, fila dopo fila, abbiamo raccontato la storia di ciascuno. Finito di rispondere alle domande, ci hanno dato il cibo. Non mangiavamo da tre giorni. Eravamo stati sistemati tutti in una sola stanza per dormire. Ci siamo addormentati subito. Alle otto di sera, un mio amico mi ha svegliato. «John, John, John!». Mi ha detto, «fai presto, l’aereo arriva per portarci via». Mentre diceva questo, si sono svegliate altre persone. Mi sono svegliato, ho seguito la fila. Vicino al campo c’era un piccolo aeroporto. Lì c’era un grande aereo fermo ad aspettarci. Attendevamo in fila, gli ufficiali ci hanno chiamato con il nostro nome e con il nostro cognome, ci hanno fatto salire sull’aereo. In quel momento, prima di salire, mi è sembrato di vedere il mio paese da lontano.
Eravamo 200. Una volta seduti, l’aereo è decollato. Nella mia vita per la prima volta ho viaggiato con l’aereo perciò non mi sono addormentato, ho guardato dalla finestra distraendomi. Siamo arrivati in una città, si chiama Crotone. Quando siamo scesi dall’aereo, ai due lati della pista la polizia e di fronte un autobus ci aspettavano. Con l’autobus siamo arrivati in un campo (Cie, ndr) grandissimo. L’ufficiale di quel campo ci ha ordinato nelle stanze. La mia stanza era un lungo container. Eravamo in otto. Sono stato fortunato, avevo una stanza con altri eritrei così ho capito facilmente come si viveva lì.
Il giorno dopo, con i miei tre amici, abbiamo cominciato a girare. Ho ritrovato tante persone che avevo conosciuto in Libia. Per caso ho incontrato un mio amico. Quel ragazzo è arrivato in Italia cinque giorni prima di me, ci siamo salutati. Un mio caro amico aveva viaggiato con quel ragazzo. Immediatamente gli ho chiesto: «Dov’è Ahmedin?». Lui mi ha risposto: «Ahmedin è qui». Ma con un gesto mi ha chiesto di parlare vicino ad un grande albero. Quel ragazzo non riusciva a parlare, ha abbassato lo sguardo. Non mi è piaciuto quel gesto: «Hey Alex, quale è il problema?», gli ho chiesto. «Sto bene, John», mi ha detto. Per cominciare gli ho chiesto come fosse andato il suo viaggio. Mi ha risposto: «Male, troppo male. Voglio parlare con te di questo». Io ero sorpreso: «Quale problema hai avuto?», gli ho chiesto. Lui ha cominciato a raccontare il suo viaggio. Mi ha detto: «Siamo rimasti a largo per otto giorni, abbiamo finito cibo e acqua. Non avevamo scelta. Così abbiamo iniziato a masticare plastica e dentifricio. Dei 35 viaggiatori, 18 persone non hanno resistito, sono morte. Gli altri 17 tra cui io, senza speranza, aspettavamo la morte. Per caso una barca di pescatori italiani è arrivata e ha salvato le nostre vite». Quando ha continuato la sua storia gli ho chiesto: «E Ahmedin?». Lui mi ha risposto: «Ahmedin non ha avuto fortuna, è morto». Quando ho sentito questo ho abbassato lo sguardo, il pianto ha bagnato le mie guance, nella mia vita dopo la morte di mio padre, piangevo per la prima volta.

La porta d’Europa a Lampedusa

Ho ricordato le cose passate con Ahmadin in Libia per tre mesi in prigione insieme. I miei amici hanno provato a consolarmi ma non ci sono riusciti. Dopo pochi giorni da quella triste notizia, ho superato ogni paura. Ho iniziato ad adattarmi alla vita nel campo. Ogni giorno la stessa vita. Mi svegliavo alle otto, facevo colazione. Dopo, fino a mezzogiorno giocavo a calcio. A mezzogiorno in punto pranzavo, dormivo per due ore. Mi svegliavo ed andavo ad imparare la lingua italiana. Uscito dalla scuola parlavo con i miei amici. Quella vita era sempre uguale, mi annoiavo. Dopo due settimane, due ufficiali ci hanno preso le impronte. «Lavate le mani!», ci hanno detto. Ci hanno fatto delle foto, hanno preso le impronte di tutte le dita, poi solo del pollice e dell’indice, della mano destra e sinistra. Chi sapeva a cosa servissero ha bruciato prima le dita. Chi no, come me, iniziava a capire che forse non saremmo potuti andare via dall’Italia. In quel campo, abbiamo fatto una cosa nuova per me. Lo sciopero della fame per un giorno. In Eritrea fare sciopero è come giocare con la vita. Eravamo nel campo da troppo tempo, volevamo uscire ed una casa. Non ci hanno dato niente.

Dopo un mese e due settimane mi sono diretto alla Commissione, dopo due settimane ci hanno dato il permesso di soggiorno di un anno.
Ci hanno fatto salire su un pullman. Sul pullman ci hanno dato un biglietto per ogni persona da usare da Crotone a Roma, ci hanno lasciato alla stazione di Crotone, da Crotone siamo partiti alle 9 in punto, di sera. Dentro il treno, in una cabina, ero con il mio amico e un anziano marocchino che abitava in Italia da tanti anni. Nel volto dell’anziano si vedeva la povertà. Lui sapeva che eravamo appena arrivati. Così ci ha salutati in lingua araba. Noi siamo stati felici. Volevamo chiedergli dell’Italia. Lui ci ha detto, «se volete sapere com’è la vita in Italia io posso raccontarvi la mia vita». Ha sistemato la voce. Ha cominciato a guardarci negli occhi. «Da 30 anni vivo in Italia. Parlo bene italiano tanto che ho quasi dimenticato la mia lingua. La vita in Italia è molto pesante. Abito in affitto non ho moglie né figli. Non sono mai ritornato al mio paese, come ritornare senza niente?». Ha abbassato lo sguardo.
Io ho pensato all’Italia dei film e all’Italia di quel vecchio. Ma ho subito iniziato a riflettere su altri problemi: «Quando arrivo a Roma, dove vado?», mi chiedevo. Alle sei in punto sono entrato nell’Antica Roma. Con gli altri eritrei del treno abbiamo cercato gente del nostro Paese lì da tempo. Ad un uomo di 50 anni gli abbiamo chiesto dove fosse un posto di cui ci avevano parlato, Collatina. Anche lui per caso andava lì, c’erano circa 20 persone.
Ci siamo vestiti con le divise nere tutte uguali che ci avevano dato nel campo. Sembravamo una squadra di calcio. Quell’uomo avanti, noi 20 dietro. Siamo arrivati a Collatina: un palazzo di 7 piani di eritrei ed etiopi. Tutti dormivano. I due piccoli ristoranti erano chiusi. Nella stanza per i nuovi arrivati non si poteva entrare per la gente che dormiva a terra. Non c’era posto dove mettere i piedi. Noi, nuovi ospiti, aspettavamo fuori del palazzo per cercare qualcuno per chiedere di abitare là. Tanti hanno trovato parenti e vicini di casa. Io ed i tre miei amici nessuno. Una donna, verso le otto di mattina, ci ha detto: «Se volete mangiare vi indico dov’è la Caritas». Non abbiamo fatto altre domande perché non avevamo un euro in tasca.
Alla Caritas mi è venuto in mente il vecchio marocchino perché le persone intorno a me erano anziane e non avevano speranze né obiettivi. Avevo sete ma non arrivavo all’acqua. Allora ho pensato che io qualche obiettivo ce l’avevo. Ho mangiato, avevo di nuovo fame. Nel
Phone Center Da Bangladesh, là nei pressi, ho incontrato per caso un mio vicino di Asmara, ci siamo abbracciati. Viveva in Italia da sei mesi con una ragazza a Ponte Mammolo. Questa casa è di legno. Lui ha saputo che non avevo casa per dormire ed ha detto: «Vieni da me, la mia casa è piccola». Dormivo per terra. I miei amici mi hanno detto di andare con lui, è inutile dormire fuori. La sua casa non aveva corrente, né bagno: era una baracca, il freddo era tagliente come un coltello. Sembrava grande tre metri per tre metri, lui e sua moglie dormivano in un piccolo letto ed io su un vecchio divano. Ho provato vergogna. 

Twitter: @stradedellest

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