“La Tobin tax denota l’autolesionismo italiano”

Il balzello sulle transazioni

Nonostante l’Europa sia pronta a definire la Tobin Tax incostituzionale e contraria ai principi stessi che fondano l’Unione, l’Italia ha deciso di andare avanti. Lo scorso 3 ottobre ha ritoccato le norme relative ai derivati, ma non ha accennato all’idea di fare un passo indietro. Ovvero cancellare l’imposta. Così ci si avvicina a quello che molti avevano preventivato. Bassissimo gettito e soprattutto impatto quasi zero sui derivati, gli strumenti per la quale era stata ufficialmente varata la legge. Ingenti perdite di transazioni invece sui future del FtseMib, nonostante la Borsa in questo momento stia correndo. Abbiamo chiesto a Stefano Sardelli, direttore generale di Invest Banca, di tirare le prime somme dei danni.

A distanza di alcuni mesi dall’entrata in vigore della TobinTax è disposto a fare il punto in termini di efficacia e capacità di gettito?

I due aspetti sono strettamente connessi: da un punto di vista di efficacia, se la ratio della normativa era quella di dare un segnale rispetto agli eccessi speculativi sui prodotti derivati di una “certa” finanza, il gettito avrebbe dovuto essere maggiore di quanto stimato. Il fatto che, al contrario, le attività che avrebbero dovuto generare i proventi per il fisco siano aumentate, mentre le transazioni soggette all’imposta siano molto deludenti, segnala che c’è molto da rivedere. A questo punto si potrebbe scegliere di togliere questa imposta più “propagandistica” che dai reali effetti pratici, oppure, se lo si ritiene necessario, concordare a livello internazionale un sistema che raggiunga gli obiettivi prefissi, senza nessuna via d’uscita o possibilità di elusione.

Il governo, a suo tempo, parlò di possibili entrate per 1,1 miliardi mentre in molti sostengono che non si supererà complessivamente i 300 milioni. É d’accordo?

Sì, probabilmente il gettito sarà intorno ai 250-300 milioni, molto sotto le attese del governo. Se in un mercato in cui i capitali possono circolare liberamente solo pochi Paesi applicano una tassa, è chiaro che chi può scegliere dove operare andrà a farlo dove questa tassa non si paga.

Dal 5 ottobre sono in vigore le nuove norme relative agli strumenti derivati. Sono una modifica del decreto attuativo del 21 febbraio scorso. Come valuta questi ultimi interventi legislativi? Come valuta nel suo complesso l’imposta applicata ai derivati?

I derivati sembravano essere il primo obiettivo di questa tassa: in un certo senso si cercava di limitare le turbolenze prodotte dall’uso esclusivamente speculativo di questi strumenti, che in realtà sono nati per ridurre i rischi di chi detiene il relativo sottostante, sulla scia dell’onda emotiva della grande crisi finanziaria partita nel 2008. Però viste le esenzioni per tipologia di strumento (quelli più complessi e più utilizzati dalla cosiddetta speculazione) e quelle per certe categorie di operatori, di fatto si va a colpire solo gli utenti retail o quasi-retail che in questo modo pagano per colpe non loro.

Medesimo giudizio le chiedo per quanto riguarda tutti gli altri strumenti finanziari coinvolti.

Un’imposta del genere, applicata d’iniziativa da un solo Paese, è un “non-sense” che denota cecità e autolesionismo. Si creano solo motivi di viscosità nelle transazioni che invece avrebbero bisogno di massima fluidità. Il rischio è quello di incidere negativamente su tutta l’industria finanziaria riducendone i profitti e quindi potenzialmente il gettito fiscale derivante dalla redditività del settore. Sarebbe stato sicuramente più logico ed efficace aumentare di qualche punto l’imposta sul capital gain che introdurre la Tobin Tax all’italiana: ha molteplici costi anche di adeguamento dei sistemi informatici degli intermediari e vorrebbe colpire anche le transazioni su titoli italiani effettuate all’estero.

Avete riscontro di quanto si siano contratte in Italia le transazioni interessate dall’imposta?

È ancora presto per fare delle stime, dobbiamo comunque considerare che l’andamento positivo del mercato azionario porta i trader a fare molte operazioni, quindi la recente fase rialzista del mercato potrebbe aver generato più operazioni di quanto previsto in fase di stima del gettito della nuova normativa. Comunque sul future FtseMib alcune analisi registrano un calo del 12% dei volumi e del 28 del numero di contratti. Invariati i lotti sul mini-future, ma con un calo dei contratti di circa il 10%; incremento per opzioni e strumenti trattati al Sedex a conferma che il mercato crescente di quest’anno ha in qualche modo ridotto o annullato gli effetti negativi della nuova tassazione. L’impatto sui derivati è comunque molto limitato – nell’ordine di pochi centesimi di euro – e sono soggette tutte le operazioni anche chiuse intraday e sia venditore che compratore, mentre sulle azioni è soggetto alla tassa il solo compratore se le azioni sono detenute in portafoglio a fine giornata (escluso il trading intraday).

Il comparto bancario coinvolto secondo lei quanto ne risentirà?

Così come è oggi, l’impatto per il settore dovrebbe essere di entità non troppo rilevante viste le esenzioni degli strumenti (i dividend swaps, i credit default swaps e i future su Index Dividend; i derivati aventi come sottostante le azioni quotate di società sottocapitalizzate – incluse nell’allegato al Dm -, il riacquisto di derivati cartolarizzati connesso con il successivo) e quelle di determinate categorie di operatori (i market maker sui titoli).

L’Europa applicherà mai la Tobin Tax?

Difficile pensare che l’Europa continentale possa dare questo vantaggio competitivo alla piazza londinese, già principale hub finanziario dell’intero continente. Sappiamo che su Londra le pressioni da parte della lobby finanziaria sul governo sono molto forti e ben motivate, quindi credo che quest’ultimo non possa che osteggiare questa regolamentazione che metterebbe a rischio la crescita e lo sviluppo dell’industria più fiorente del Regno. Non dimentichiamo che ci sono anche pareri legali che decreterebbero l’illegalità di una simile normativa perché in contrasto con i principi di libera circolazioni dei capitali e perché discriminerebbe i Paesi che non la prevedono.

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