Lampedusa, questa volta per favore niente lacrime

Perché va cambiata la legge Bossi-Fini

Questa volta niente lacrime. Non per cattivismo, sia chiaro, ma piuttosto per spirito di dignità, per senso del decoro. Le lacrime non ce le possiamo permettere. Quando una tragedia è così grande, quando due o trecento vite – uomini e donne, ragazzi e bambini – finiscono sepolti dentro la tomba del Mediterraneo, noi abbiamo il dovere di chiederci se abbiamo fatto tutto quello che potevamo per cambiare la legge Bossi-Fini.

Questo e non altro dobbiamo chiederci. E non per cadere nella caricatura del suo contrario, «le porte aperte a tutti» che i piccoli razzisti di casa utilizzano da anni, con mestiere e arguzia, per spaventare i benpensanti. Ma per chiederci se si possono piangere calde lacrime a cuor leggero, sapendo che da dieci anni in questo paese bisogna fare salti mortali per far entrare legalmente un raccoglitore di pomodori o una badante.

L’unico modo che abbiamo, per non tradire questi morti che diventano umanissimi e vicini perché hanno pagato un biglietto per affondare, è non avvertire come distanti ed estranei i loro fratelli che ce l’hanno fatta e sono chiusi dentro un Centro di detenzione. Oppure quelli che rimpatriamo. Oppure i superstiti che sono diventati nostri nemici perché li abbiamo dichiarati clandestini. Niente lacrime per noi e nemmeno per i politici: bisogna cambiare il futuro dei sopravvissuti, non celebrare l’innocenza degli scomparsi.

Twitter: @lucatelese

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