Le imprese in banca, qualche verità scomoda

Bancocentrismo e il futuro dei prestiti

La Banca d’Italia sta diventando mese dopo mese la sola coscienza critica del Paese quando si discute di finanza per le imprese. Lo ha sempre fatto, per la verità, ma con un certo olimpico distacco perché in fondo non aveva grattacapi dalle sue banche vigilate. Le cose sono profondamente cambiate e le analisi sono diventate esortazioni (a fare) sempre più incisive e pressanti. L’ultimo intervento di un portavoce della Banca Centrale è di qualche giorno fa nell’audizione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati dove Giorgio Gobbi ha nuovamente indicato i difetti strutturali del sistema imprese Italia:

Con circa 1.300 miliardi di debiti finanziari e 1.400 di patrimonio netto (valutato ai prezzi di mercato), alla fine del 2012 il leverage delle imprese italiane, pari al rapporto tra i primi e la somma di entrambe le voci, era del 48 per cento; il credito bancario rappresentava quasi il 70 per cento dei debiti finanziari; per la media dei paesi dell’area dell’euro i valori erano più contenuti, rispettivamente 42 e 50 per cento (figure 6 e 7).

Sia l’incidenza del debito tra le fonti di finanziamento, sia la dipendenza dai prestiti degli intermediari sono più elevate tra le imprese di piccola e media dimensione. Queste caratteristiche della struttura finanziaria delle imprese si accompagnano alla dimensione assai modesta dei mercati dei capitali. Il valore delle azioni delle imprese non finanziarie italiane quotate in borsa è pari a circa il 20 per cento del PIL, un rapporto molto più contenuto rispetto a quello dei principali paesi dell’area (oltre il 50 per cento in Francia, circa il 40 in Germania) e dei paesi anglosassoni (oltre l’80 per cento sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti; ). I titoli obbligazionari, infine, erano pari al 9 per cento dei debiti finanziari, in linea con il dato della Germania, ma molto più bassi rispetto al 23 per cento della Francia, al 30 per cento del Regno Unito e a circa il 50 per cento degli Stati Uniti.

Il modello di finanziamento delle imprese riflette alcuni tratti strutturali del nostro sistema produttivo. La piccola dimensione delle aziende e la natura familiare della proprietà rendono gli imprenditori restii ad aprire il capitale all’ingresso di nuovi soci o a reperire fondi sul mercato o presso investitori istituzionali diversi dalle banche. Si tratta infatti di scelte che comportano costi, elevati e permanenti, legati alla maggiore trasparenza richiesta dai finanziatori o ai volumi contenuti degli strumenti finanziari collocabili dalle singole aziende, poco adeguati alle esigenze degli investitori. Pesano anche fattori fiscali che, storicamente, hanno determinato un largo vantaggio del ricorso al debito rispetto al capitale di rischio.

Questo modello di finanziamento presenta due rilevanti punti di debolezza. Il primo è legato agli effetti di retroazione che si innescano durante le recessioni tra fragilità finanziaria delle imprese e capacità delle banche di erogare credito. Nelle fasi negative del ciclo aumenta la quota di imprese che incontra difficoltà nel rimborso dei prestiti con ripercussioni negative sui bilanci delle banche. A sua volta l’aumento dei rischi ha l’effetto di indurre le banche a politiche di offerte più prudenti e la rarefazione del credito accresce le difficoltà delle imprese. L’esperienza più recente mostra che le aziende più colpite da questa sequenza di effetti sono quelle patrimonialmente più deboli e con minore capacità di accedere a fonti di finanziamento non bancario.

Gobbi non ha citato il rating di Basilea che sta al centro del modello di erogazione del credito, ma avrebbe dovuto farlo. Tutto il resto non è altro che ciò che vado dicendo da 3 anni sul circolo vizioso del credito bancario alle piccole imprese, circolo che nessuno ha mai tentato di spezzare con misure che fossero diverse dalla sfruttatissima moratoria ABI. E ora che si fa? Quello che serve al sistema produttivo italiano è capitale, non altro debito, chiaro? ma il capitale non si crea dal nulla…

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Le imprese guadagnano sempre di meno e questo non consente di accantonare utili e metterli a patrimonio è sempre più raro, anche con l’incentivo dell’ACE appena potenziato. I margini sono in forte contrazione come ci fanno notare le stesse tavole presentate da Gobbi. Neppure 1/3 delle imprese italiane è in utile, è un’evidenza spaventosa.

Le imprese italiane sono più indebitate di quelle estere… 

e prendono il debito soprattutto da banche che oggi hanno poca voglia di continuare a concederlo.

Da qui inizia la riflessione sull’accumulo di capitale nelle PMI.

– se il problema italiano sono imprese troppo indebitate con le banche, con bassi margini e bassa capacità di generare patrimonio netto quali investitori e quali mercati vorranno mai intervenire in società di questo tipo, che si tratti di angeli o diavoli (venture capitalist o fondi di private equity)?

– se il razionamento del credito agisce in modo differenziato colpendo (giustamente o ingiustamente) le imprese più piccole e più fragili finanziariamente, queste imprese saranno in grado di sostituire credito bancario con credito che arriva da investitori in obbligazioni?

La risposta è ovviamente è un duplice NO. Ecco perché nessuno (Governo, ABI, Confindustria) deve illudersi di avere risolto il collo di bottiglia finanziario anche avviando e facilitando i mercati del capitale (Borsa, Elite e quant’altro) e del debito (bond e mini-bond). Solo qualche centinaio di imprese potranno affacciarsi su questi mercati. E le altre? Naufragio nei debiti? La soluzione va trovata in qualche altro modo e l’unica strada possibile sembra quella di convincere investitori esterni -banche incluse- pesando molto poco i risultati 2011-2013 delle imprese e molto di più i progetti e piani industriali, che dovranno essere scritti in modo molto convincente.

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Se vogliamo agevolare qualcosa per le PMI è questo: la capacità interna o esterna di presentarsi a investitori di capitale o di debito con dei business plan eccellenti, che facciano apprezzare la capacità realistica di generare profitti e capitale dal 2014 in avanti. Come ha fatto ad esempio la Regione Lombardia con una misura specifica nel POR/FESR 2013-17. (1) Su larga scala, scala nazionale affiancando tutte le competenze di cui il sistema Italia è dotato, perché non ci bastano 500 o 1000 fortunati vincitori, ma decine di migliaia di imprese medie e piccole che ripartono, investono e accumulano capitale. Se la prospettiva di ri-crescita e accumulo del capitale è mostrata in modo ragionevole gli investitori compreranno, le banche finanzieranno la quota parte.

Ci sarebbero altre cose da fare, ad esempio per debellare la cattiva abitudine di molte imprese nel pagare in ritardo, e la scarsa protezione dei creditori nei tribunali. Perché anche questo incoraggerebbe l’investimento in imprese italiane, come vorrebbe il piano Destinazione Italia.

(1) Linker è uno dei fornitori ammessi dalla Regione Lombardia per la preparazione dei Piani di Rilancio Aziendali

*Originariamente pubblicato su Linkerblog.biz

Twitter: @linkerbiz

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