L’emergenza carceri ci costerà 420 milioni di euro

Dopo l’appello di Napolitano, è polemica

Quattrocentoventi milioni di euro. È questa la stima (per ora empirica) dei risarcimenti, che il governo italiano dovrebbe pagare a migliaia di detenuti, se non verranno approvate presto riforme strutturali per ridurre il sovraffollamento e alleviare le condizioni degradanti nelle carceri italiane.

Nel suo solenne messaggio-appello alle Camere con cui ha chiesto al Parlamento un provvedimento di amnistia-indulto, il presidente Giorgio Napolitano ha affrontato la tragedia umanitaria dei carcerati, costretti a vivere in uno spazio di tre metri a testa.

Eppure, esiste anche un altro risvolto, di natura finanziaria, che graverebbe ancora di più sulle casse esangui dello Stato. Una stima calcolata per difetto sulla base del numero dei detenuti, che, grazie al sostegno legale dei Radicali Italiani e dell’Associazione Antigone, potrebbero far ricorso alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per i trattamenti disumani o degradanti subiti durante l’espiazione della loro condanna.

Per ora sono circa mille i carcerati che hanno cercato una compensazione, grazie a un giudice a Berlino, ma il  38% dei detenuti in attesa di giudizio sono in cella a causa di una mancata applicazione delle misure alternative,  per reati commessi contro la legge sugli stupefacenti . E i primi sette detenuti, che hanno vinto il ricorso alla Corte dei diritti dell’Uomo, a Strasburgo, hanno ottenuto un risarcimento complessivo di 100mila euro. E infatti il Dap, il dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha calcolato un danno, per ora teorico, di un miliardo di euro.

Forse il capo dello Stato, al quale il M5s (e una parte più intransigente del Pd) ha rimproverato di voler aiutare il Cavaliere ad aggirare le pene accessorie della sua condanna, (come l’interdizione dai pubblici uffici), nell’eventualità di un provvedimento di amnistia e indulto, dovrebbe preparare un ulteriore messaggio alle Camere, didattico, da rivolgere ai giustizialisti di tutti gli schieramenti politici, che affrontano in modo strumentale ogni dibattito su indulto e amnistia. Per quei forcaioli che, per ragioni di bottega, di consenso elettorale (e di deriva identitaria) continuano  a resuscitare lo spettro delle leggi ad personam favorevoli a Silvio Berlusconi.

Come se i destini di 25mila detenuti in eccedenza nelle carceri italiane (negli istituti penitenziari ci sono 65mila detenuti) fossero irrilevanti. O non riguardassero tutto il Paese. Ecco perché il capo dello Stato ha replicato alle polemiche di bassa lega con un linguaggio desueto per il Colle, da cui è trapelata la sua esasperazione. Al M5s, che lo ha accusato di voler favorire il Cav, ha risposto così: «Chi lo dice se ne frega del Paese». Anche questo, (il giustizialismo) è un nodo gordiano che ci portiamo appresso da vent’anni, da quando è sceso in campo Silvio Berlusconi, e che ora, forse, verrà tagliato grazie a dei provvedimenti strutturali per risolvere finalmente l’emergenza carceri.

Per chi, infatti, non avesse letto con attenzione il messaggio in cui Napolitano ha esortato il Parlamento a varare un provvedimento di amnistia-indulto e a promuovere riforme strutturali, ricordiamo che l’Italia è stata condannata dalla Corte dei Diritti dell’Uomo da una sentenza pilota nel gennaio del 2013  a risarcire sette detenuti che avevano fatto ricorso per denunciare la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (divieto di tortura) che, come ha rammentato  il capo dello Stato, “pone il divieto di pene e di trattamenti disumani o degradanti  a causa del sovraffollamento carcerario in cui i ricorrenti si sono trovati”.

E ricordiamo che l’Europa ha dato all’Italia un anno di tempo, il termine scade il 28 maggio del 2014,  per ridurre il sovraffollamento e «far rientrare il sistema penitenziario nella legalità», dice a Linkiesta Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. L’iniziativa del Colle non arriva inaspettata, anzi. Napolitano ha manifestato più volte la sua sensibilità sull’emergenza carceraria e la sua volontà politica di trovare una soluzione. «Il Governo ha poco tempo per porre rimedio a un’emergenza ormai purtroppo strutturale nelle galere italiane, perché in caso di inerzia e ignavia del Parlamento la corte di Strasburgo a giugno avvierà una procedura veloce per rendere esecutivi i risarcimenti», osserva Patrizio Gonnella di Antigone.

Nel messaggio, seppur solenne dello Capo dello Stato, si trova traccia anche dei timori finanziari, oltre che umanitari, poiché Napolitano ha tacciato la soddisfazione pecuniaria di essere “inidonea a tutelare il diritto umano del detenuto, oltre che irragionevolmente dispendiosa per le finanze pubbliche”. Un problema, che va ben oltre le dinamiche contorte innescate nel e dal sistema politico durante il ventennio berlusconiano, e che riguarda il sistema dei diritti e delle pene.

Ecco perché la palla è passata alla Corte Costituzionale, che ha dovuto pronunciarsi sulla legittimità dell’articolo 147 del codice penale, che prevede  il rinvio dell’esecuzione della pena per malattia, gravidanza, ma non per ragioni di sovraffollamento e/o trattamento inumano. La richiesta era arrivata dai tribunali di Sorveglianza di Venezia e Milano, che volevano sottolineare in questo modo il carattere emergenziale delle condizioni carcerarie provocate dal sovraffollamento, ma la Consulta ha ritenuto inammissibili le questioni di legittimità sollevate. Perciò ora la partita si può giocare solo in Parlamento,  attraverso un provvedimento di amnistia-indulto. Con buona pace dei militanti antiberlusconiani, orfani del Cav, che sperano di puntare ancora dritti alle viscere degli italiani, a colpi di demagogia.  

Twitter: @GiudiciCristina

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