Libia divisa, senza Gheddafi proliferano i terroristi

Dopo sequestro lampo del premier Zeidan

Il premier libico Ali Zeidan è stato prelevato all’alba di giovedì scorso da uomini armati nel suo hotel a Tripoli e poi rilasciato poche ore dopo. Il portavoce del Dipartimento anti-crimine del ministero dell’Intero, Abdel Hakim Albulazi ha annunciato che il premier Ali Zeidan era «in custodia per un mandato di arresto» della magistratura. L’annuncio del rilascio è arrivato invece per bocca del leader dei Comitati supremi di sicurezza Hashim Bishr, pochi minuti dopo le preoccupazioni espresse per il presunto rapimento da parte del segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.

Il sequestro di Zeidan è giunto pochi giorni dopo il raid condotto dalle forze speciali americane, che sabato scorso a Tripoli avevano catturato il 49enne Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, noto anche come Anas al Libi, nella lista dei ricercati dell’Fbi. Al Libi è accusato negli Stati Uniti di aver organizzato gli attentati dell’estate 1998 contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, che causarono oltre 220 morti. Il raid non aveva mancato di suscitare proteste. La cattura di Al Libi aveva causato non poche contestazioni: a Bengasi una piccola folla è scesa in strada ed ha bruciato alcune bandiere degli Stati Uniti, per denunciare l’operazione condotta in territorio libico senza il permesso delle autorità locali. Mentre la famiglia di al Libi ha definito il suo arresto un «atto di pirateria».

La Camera dei rivoluzionari e il nazionalismo libico
Poche ore dopo il sequestro, la milizia filo-governativa, Camera dei rivoluzionari di Libia, ha rivendicato il rapimento del premier. Zeidan è stato accusato dal gruppo armato di essere al corrente dell’operazione degli Stati Uniti che ha portato all’arresto di Abu-Anas al Libi, esponente libico dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda, a Tripoli. Per il gruppo armato la colpa di Zeidan non sarebbe tanto l’aver favorito l’arresto di un islamista radicale, ma piuttosto di aver permesso un’operazione, organizzata all’estero, in territorio libico. Non solo, i sequestratori hanno fatto riferimento a un mandato di arresto della Procura per giustificare l’azione. In altre parole, le stesse milizie armate che minano la costruzione di una solida Libia accusano il primo ministro di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale.

In primo luogo, la Camera dei rivoluzionari ha rapporti ufficiali con il ministero dell’Interno e della Difesa, per questo esercita compiti di polizia e di controllo delle frontiere, soprattutto nel sud del Paese in assenza dell’esercito regolare. Dopo la fine della guerra il Consiglio nazionale transitorio (e più tardi il governo eletto) si sono trovati a fronteggiare l’annoso problema delle armi. Una delle conseguenze di molte lotte popolari è quella di ritrovarsi con un intero popolo armato alla fine delle rivolte. Il governo ha applicato, e sta applicando, diverse strategie per fronteggiare il problema, una delle quali è quella di reintegrare le milizie nell’esercito regolare. Non ci si può certo aspettare che la cosa si risolva in tempi brevi. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è il fatto che tutte le parti in causa coinvolte nella questione del rapimento di Zeidan usino un “linguaggio nazionale” per giustificare le proprie azioni. Naturalmente, l’episodio getta luce sull’attuale fragilità delle istituzioni libiche, ma mostra anche che i libici, persino alcune milizie, hanno un “pensiero nazionale”.

Solo due anni fa la Libia era governata da un regime che ha fatto del suo meglio per distruggere il concetto di “nazione”. Per quattro decadi il colonnello Gheddafi ha mantenuto divisioni interne (tra gruppi tribali, gruppi religiosi, frange politiche) per poter legittimare il suo presunto ruolo di collante politico-sociale. I libici, secondo Gheddafi, si sarebbero dovuti riconoscere in lui, non in un impersonale modello di nazione importato dall’occidente. L’Europa e gli Stati Uniti hanno spesso accettato la bugia del colonnello come baluardo alle divisioni interne per convenienza, ma i libici del dopo-Gheddafi hanno avuto solo due anni per fronteggiare il problema dell’assenza di una nazione-Libia. E così, che ci siano fragilità e divisioni non sorprende. Quello che invece sorprende è che l’idea di nazione come fonte di legittimità sia, anche solo simbolicamente, presente.

Qual è il potere delle qataib nel post-Gheddafi
L’arresto lampo del premier Ali Zeidan getta luce poi sulla spinosa questione delle qataib, o milizie armate. È importante comprendere che non ci troviamo semplicemente dinnanzi a uno scenario caotico di divisione, ma piuttosto di fronte a gruppi che spesso cercano una legittimità nazionale per giustificare le loro azioni. La differenza è sottile ma molto significativa, particolarmente alla luce dell’assenza di  una “nazione” che ha caratterizzato la Libia prima della rivoluzione. La Libia di oggi appare come un Paese comprensibilmente diviso che percepisce se stesso, in modo sorprendente e incoraggiante, come una nazione. 

Non si può negare che le milizie abbiano giocato un ruolo fondamentale nella lotta contro Muammar Gheddafi. Queste brigate sono state protagoniste della presa di Tripoli nel 2011 e mantengono ancora un vasto controllo territoriale. Ufficialmente la Libia ha un corpo di polizia nazionale e un esercito. Ciò nonostante, a seguito della disintegrazione dell’apparato di sicurezza messo in piedi dal colonnello, le brigate armate sono emerse come unico sistema di polizia e di esercito funzionante all’interno del paese. In alcune zone del Paese le qataib pattugliano le strade, arrestano (e a volte detengono) presunti criminali, organizzano posti di blocco per il controllo dei documenti, e spesso dirigono persino il traffico. Un ufficiale di polizia da noi intervistato nel corso della nostra ultima visita in Libia ci rivelò di non lavorare da mesi, di avere un’uniforme piegata nel cassetto: le milizie erano ormai la nuova polizia.

Le brigate costituiscono un panorama differenziato e complesso. Alcune qataib professano un’agenda religiosa e auspicano una stretta applicazione della legge islamica nella Libia del futuro, mentre altre si presentano solo come corpi di protezione nazionale senza connotazioni politiche o religiose. Alcune milizie hanno giurato fedeltà al governo libico e si descrivono come una «polizia provvisoria», in attesa che il Paese possa tornare ad avere delle forze dell’ordine regolari e operative. Le milizie hanno una gerarchia interna che spesso rispecchia quella dell’esercito regolare, ma nella maggior parte dei casi le brigate non hanno centri di addestramento o dinamiche di appartenenza ben precise. Molte qataib appaiono come organizzazioni informali. Le loro sedi sembrano spesso dei «centri sociali» armati: baracche o case dove i ragazzi vanno a passare il tempo. Ciò nonostante le recenti vicende di Bengasi testimoniano la pericolosità di alcune di queste organizzazioni. Il governo libico sta valutando diverse soluzioni al problema delle milizie. Tra le proposte un tentativo di regolarizzare alcune delle brigate offrendo addestramento per coloro che vogliono unirsi alla polizia o all’esercito.

Alla luce delle dinamiche della rivoluzione libica, il fenomeno delle milizie non appare sorprendente e neppure inaspettato. Nei suoi quarant’anni al potere, Gheddafi aveva creato un monopolio assoluto delle forze armate. La resistenza contro il colonnello, pertanto, non poteva che assumere la forma di una lotta organizzata da bande armate indipendenti. I fatti di Bengasi evidenziano però come la questione delle milizie sia una delle aree più importanti nelle quali il governo libico può costruire la sua capacità di controllo nazionale. Ciò nonostante, solo dimostrando una ferma volontà nel risolvere il problema delle qataib il Paese potrà provare ad essere un’entità nazionale integra.

L’assenza dello Stato, e prima ancora un’identità nazionale in formazione, mettono a rischio la tenuta della nuova Libia, sempre più in mano a milizie armate alla ricerca di legittimità. Gli attentati a sedi diplomatiche straniere e l’enorme quantità di armi, che circola nel Paese dopo la caduta di Gheddafi, rendono così la Libia uno dei luoghi più fertili per i gruppi legati al terrorismo internazionale.

Twitter @stradedellest

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