“Non ho l’assicurazione, preferisco accendere un cero”

Lo shutdown contro l’Obamacare

Per 14 milioni di americani la corsa all’assicurazione medica è cominciata: in questi giorni stanno affollando i siti internet governativi a caccia di una copertura medica che non hanno mai avuto, o di una polizza più conveniente di quella di cui dispongono.

Jazmine Roberts, 51 anni, di Oakland in California, è una di loro. Lei, dice, un’assicurazione medica non l’ha mai avuta. Al momento sta frequentando un corso serale da infermiera e allo stesso tempo si aggiusta con “odd jobs”: lavoretti che vanno dall’assistenza agli anziani al dog-sitting, dall’impegno saltuario come stiratrice in una lavanderia a quello altrettanto occasionale come aiuto-panettiera. Per lei sborsare 400 e passa dollari al mese per un’assicurazione sarebbe impensabile. Ma grazie alla riforma Obama, che in parte è entrata in vigore qualche giorno fa, sta ora cercando sull’apposito sito governativo da poco in rete una polizza sui cento dollari al mese, 1.200 annui (883 euro) che prevede però 70 dollari (52 euro) extra per ogni visita di un medico generico e il doppio per un consulto con uno specialista (104 euro). “In Europa coperture di questo tipo potrebbero forse sembrare salate,” dice Roberts. “Ma per gente come me sarebbero un grosso affare. Se non si prova, non si può capire quanto sia snervante vivere pensando che se ti ammali sei spacciata. Specie per una persona molto sovrappeso come me”.

Sara Allen, 37 anni, video-editor a Brooklyn, si trova in una situazione apparentemente migliore. Lei un’assicurazione ce l’ha (come altri 11 milioni di liberi professionisti americani l’ha acquistata in modo diretto dalle compagnie). Ma è così costosa che erode pesantemente le sue entrate. Allen guadagna all’incirca 30mila dollari (22mila euro) all’anno: di questi ben 5mila (3.683 euro), dice, se ne vanno in fumo per l’assicurazione medica. Adesso sta scandagliando il sito internet governativo (chiamato ‘insurance exchange’ o ‘marketplace’) per trovare qualche offerta che riduca in modo significativo la spesa. “Per l’assicurazione sono disposta a scucire al massimo 2mila dollari (1.473 euro) annui,” ci dice. “Tra affitto della stanza che è sui mille dollari, le bollette, l’attuale polizza sanitaria di 400 dollari (295 euro) al mese o giù di lì, la rata della macchina e il resto, si sopravvive senza mai mettere un soldo da parte”.

Eppure tra molti aventi diritto, specialmente tra gli ispanici che pure costituiscono il gruppo etnico più sprovvisto di assicurazione medica, sono in parecchi a ritenere che sia meglio continuare come si è sempre fatto, ovvero senza assicurazione, sperando in bene. Di quest’idea è per esempio Alberto Orozco, 42 anni, ecuadoriano, muratore a cottimo e taxista abusivo part-time, residente nel quartiere del Queens a New York. Il suo reddito, dice, si aggira sui 23mila dollari all’anno. “Sono andato avanti dieci anni senza assicurazione”, spiega con tono disteso. “Spero di campare fino a 60 anni senza particolari problemi, poi torno al mio Paese e casomai mi curo lì. Mettiamo pure che con questo nuovo sistema di Obama debba pagare ‘solamente’ 200 dollari (147 euro) al mese, be’ dove li trovo io questi soldi? Per me è più conveniente andare in chiesa e accendere un cero”.

I non assicurati negli Stati Uniti sono ben 48 milioni, il 15,4% della popolazione. Sono loro a seguire con più apprensione questa prima fase dell’attuazione della riforma. Di questi si calcola che nel giro di un anno 14 milioni riusciranno a comprare una qualche forma di copertura medica (più o meno sovvenzionata dagli Stati in cui abitano o dal governo federale). La maggior parte dei non-assicurati sono parte di famiglie dal reddito annuale inferiore ai 50mila dollari (37mila euro). Si concentrano nel Sud-Ovest degli Stati Uniti (Texas, Nevada, Oklahoma) e nella parte meridionale della Florida, zone in cui la presenza ispanica e afroamericana è più marcata. Al contrario lo Stato con la percentuale più alta di assicurati è il Massachusetts, dove, dal 2006, è in funzione un sistema sanitario in parte a carico del governo locale.

Benché l’80% della popolazione americana non sia direttamente interessato dalla nuova normativa (171 milioni di cittadini sono assicurati dai loro datori di lavoro e 101 milioni e mezzo rientrano in programmi governativi come Medicaid) la riforma sanitaria di Obama è di portata storica per gli Stati Uniti. Quando appena eletto, nel novembre 2008, il presidente disse di volerla realizzare, a Washington erano in pochi a prenderlo sul serio. Inclusi quelli del suo partito. A suo tempo ci aveva già provato, invano, Bill Clinton. Obama, sia pure approvando una legge molto più blanda di quella tratteggiata in origine, ci è riuscito. Con un margine di voti, però, risicato. Adesso il presidente paga in parte le conseguenze di questa mancanza di ampia convergenza su un tema tanto centrale.

L’opposizione durissima di una frazione oltranzista del partito repubblicano che sta bloccando il governo rifiutandosi di finanziare il nuovo bilancio (e quindi le agenzie federali) con il fine dichiarato di costringere Obama a modificare in modo sostanziale la riforma sanitaria, costituisce un tentativo di risollevare il Grand Old Party colpendo il presidente democratico sul provvedimento finora più importante dei suoi due mandati. L’Obamacare, come viene comunemente chiamato l’Affordable Care Act, è da anni bersaglio principe del partito repubblicano, che la ritiene, in estrema sintesi, uno spreco di quattrini pubblici a vantaggio di persone che non hanno lavorato abbastanza per meritare una copertura medica.

L’Obamacare è divenuta il principale terreno di battaglia tra i due partiti dal 2008 a oggi. Non solo per il peso che riveste nella vita dei cittadini, ma perché in qualche misura definisce il ruolo della mano pubblica nell’economia americana. Che per un Paese dal Dna individualista come gli Stati Uniti è un aspetto molto serio. I più falchi tra i repubblicani, infatti, temono che il Paese si stia avvitando in una sorta di “socialismo”. Ed è questa la ragione alla base di un atteggiamento così granitico.

In questo modo, però, il partito repubblicano appare sempre più in balia di un gruppo dirigente estremista e miope. A non gradire questo atteggiamento radicale non sono solamente i suoi elettori più moderati, ma persino organizzazioni pro-business da sempre legate al Grand Old Party come la Camera di Commercio americana. Se in passato era uno dei suoi principali finanziatori per l’atteggiamento positivo del partito verso corporation e piccole e medie imprese, oggi sta perdendo la pazienza: prese di posizione come lo shutdown, dice la Camera di Commercio Usa, non aiutano le aziende.   

Twitter: @damianobeltrami