Povero Magni, dimenticato dai modaioli pro Lou Reed

La scomparsa del regista

Ieri qualcuno diceva, non con cinismo ma con rammarico: povero Magni, dimenticato anche nell’ultimo giorno. Perché a dominare ovunque era il doo-doodoo-doodoo-doo-doodoo (peraltro vagamente cino-berlusconiano) intonato per la morte di Lou Reed. Effettivamente uno dei massimi autori del rock. Un divo assoluto. Ma sostanzialmente un illustre sconosciuto per la maggioranza delle sue prefiche internettiane che andavano oltre Walk on the wild side per fermarsi al massimo a Perfect day. Perché anche solo Coney Island Baby o Future farmers of America (per non dire del capitolo Velvet Underground, di cui c’è unica inconsapevole conoscenza di quella Sunday Morning usata in uno spot dell’Eni) li getterebbero nello sconforto del non-la-conosco. E allora vai con doo-doodoo-doodoo-doo-doodoo, ballata newyorkese su transessuali e ragazzi di vita e sesso orale, linkata e condivisa da chi se solo finisse casualmente in una foto pur pudica con un trans cadrebbe vittima di convulsioni fulminanti. Doo-doodoo-doodoo-doo-doodoo. Che senso ha ricordare chi non si conosce o si conosce male o si ricorda peggio? Che triste la retorica della memoria obbligata, del souvenir alla celebrità scomparsa, com’è bolsa, ipocrita, e anche piuttosto lurida. O lou-reed-a.

Nella triste domenica dell’opinionismo no-cost a 140 caratteri, spesso in un tripudio di refusi killer, ci si imbatteva in perle come: “È morto Lou Reed. Lo confesso, il suo rock mi fa sempre coinvolto. RIP”, firmato Roberto Formigoni. Hai capito, sì? “Dopo Califano Lou Reed, che tristezza”, Pierluigi Battista. Che tristezza. “Noooo Lou Reed no! Sembravi immortale, come la tua musica! Ciao compagno di una vita!”. Pure! (Ah, questo era Emanuele Filiberto).

In questa sbornia di retorica e RIP digitali e doo-doodoo-doodoo-doo-doodoo come se piovesse, è passata quasi sotto silenzio la scomparsa del regista Luigi Magni, retoricamente definito il narratore della Roma papalina, e in realtà uno dei più acuti e sottovalutati indagatori del potere e del conflitto morale sulla giustizia del nostro cinema. In nome del Papa Re del 1977 rappresenta forse il punto più alto di questa riflessione, rileggendo l’ultima condanna a morte comminata dall’autorità pontificia nel 1867: un film che non solo tratteggia il travaglio interiore sulla giustezza della legge, ma in controluce prova a ragionare sul terrorismo che insanguina l’Italia in quel decennio (argomento poco battuto allora: basti pensare che Ecce Bombo, film certamente geniale che Nanni Moretti fa uscire pochi mesi dopo, nel marzo ‘78 a Cannes, praticamente in contemporanea col rapimento di Moro a Roma, pur parlando di giovani extraparlamentari capitolini non ha neanche un accenno sulla lotta armata).

In realtà tutta la trilogia sul Risorgimento visto dall’Urbe (oltre a In nome del Papa Re, il precedente Nell’anno del Signore e il successivo In nome del popolo sovrano) si esercita sul tema del potere e sul suo rapporto con le masse. A questo filone tematico appartengono altri due film storici di Magni come Scipione detto anche l’Africano e Secondo Ponzio Pilato, in cui le due figure, pur agendo in ambiti diversi, sottopongono le proprie azioni di uomini di potere al tribunale più alto che è quello della propria coscienza, e la sentenza è sempre sfavorevole a se stessi.

Magni si muove nel solco della commedia all’italiana, da cui mutua gli attori più popolari (Nino Manfredi su tutti, ma anche Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Aldo Fabrizi), ma la innova creando un suo stile immediatamente riconoscibile (perfino il grande Monicelli in fondo fa un film alla Magni con Il Marchese del Grillo). Per quanto non accreditato, a lui si deve la riscoperta del personaggio-maschera trasteverino di Rugantino per uno dei più celebri copioni del nostro teatro leggero novecentesco.

La commedia storico-sociale è affrontata con solida cultura mai inutilmente esibita e uno sguardo morale oggi raro. Gli piaceva essere rigoroso e serio: è per questo che negli ultimi anni non rilasciava più interviste, la memoria non lo aiutava più e non voleva sembrare vago o impreciso. Viveva nel cuore di Roma, città che non amava più come un tempo, tanto da essere tentato una decina d’anni fa d’andarsene a Venezia, ma poi non se la sentì.

Ci piace ricordare con particolare riguardo La Tosca, fra i più bei film musicali italiani (e non solo), che sfida il capolavoro pucciniano con una potente bravura narrativa e la partitura strepitosa di un’altra figura notevolissima che ci ha lasciato quest’anno, Armando Trovajoli. Un grande artista italiano è scomparso, ma la Rete quasi non se n’è accorta.

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