Quel cadavere nazista, come un rifiuto radioattivo

Vendetta postuma del criminale Priebke

È morto come è vissuto, si diceva un tempo. È morto come è vissuto, si diceva, per indicare la coerenza estrema tra la vita e la morte. E dunque ieri Erich Priebke è stato, almeno in questo, drasticamente coerente.

Se la salma dell’ex ufficiale delle Ss ieri ha ballato la sua macabra danza in giro per l’Italia, se ha oscillato fra Roma, Albano Laziale e Pratica di Mare, sotto il controllo difficoltoso della polizia prima e dell’esercito poi, e se domani forse questa salma avvelenata arriverà fino a Berlino, come se fosse interdetta e inseguita da un ostracismo implacabile, un motivo c’è: quel corpo, quel cadavere, quella vita, non sono solo un simbolo del passato, ma un problema del presente. quel corpo era, ed è una bomba a orologeria, la vendetta postuma del vecchio assassino che non si è mai pentito di nulla, che continua a negare l’Olocausto, e che non ha mai smesso di odiare l’Italia. Quella di Priebke era, e soprattutto è, una sfida: una sfida a tutti noi, una sfida alle sue vittime e ai suoi eredi. Era come se Priebke dicesse: la libertà che non ho ottenuto da vivo, io me la riprendo da morto, convocando nel cuore dei Castelli romani un raduno di ex camerati, una coreografia di saluti romani, un coro di offese e di ingiurie, guarda caso proprio nell’anniversario del rastrellamento del ghetto. 

Se ad un vecchio criminale nazista, è stato permesso di fare tutto questo, per giunta da morto, un errore c’è stato: ed il primo ad esserne responsabile è il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, l’unica persona al mondo, che poteva farsi convincere dall’idea che questa storia si potesse concludere con un funerale “in forma privata”, celebrato dentro un convento di estremisti integralisti lefevriani, dal sacerdote un po’ spiritato che per distendere gli animi si è messo a negare l’Olocausto, e sostiene la tesi strampalata secondo cui rastrellare bambini e uccidere innocenti sia meno grave che impartire una comunione a Vladimir Luxuria. 

Parole e dichiarazioni che ieri hanno chiamato a raccolta ad Albano laziale, squadriglie di neonazisti in assetto di guerra. La vendetta postuma dell’ex ufficiale delle Ss è stata questa: trasformare Albano Laziale In un campo di battaglia, renderlo il palcoscenico della sua sfida. Da soldato, e coerentemente, Priebke ha cercato persino da morto, di lasciare la terra organizzando quello di cui per tutta la vita non si è mai pentito: un atto di guerra.

Ecco perché il suo funerale non poteva più essere considerato un rito civile, ma si trasformava in una manifestazione, ecco perché anche i suoi familiari perdevano il diritto ad una cerimonia civile che non poteva non diventare incivile. Alla fine, questo cadavere portato in giro da un capo all’altro dell’Italia, è diventato quello che sappiamo: una storia avvelenata, un rifiuto radioattivo, che può essere smaltito solo nel suo paese d’origine, paese che se lo deve accollare come una colpa.

A noi resta anche la sua annunciata eredità, il video in cui Priebke rivendica il suo massacro. In questo caso, dunque, davvero Priebke è stato coerente fino all’ultimo, e si può dire che sia morto esattamente come è vissuto: da Carogna. 

Twitter: @LucaTelese

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