Raccontare la crisi, dal neorealismo ai reality

La galleria di “Ma cos’è questa crisi?”

Da quanto tempo dura questa crisi? Perché in Italia siamo in crisi, lo ammetterebbe anche il più distratto degli osservatori. Crisi economica, politica, sociale, morale. Dalla finanza in pochi anni si è estesa all’anima, come certifica nelle interviste Papa Francesco. Ma se pensate che sia un’esclusiva di quest’epoca, vi sbagliate di grosso. Con il concetto di crisi, la cultura italiana della seconda metà del Novecento ha una lunga frequentazione. È la tesi di un saggio edito da il Mulino, “Ma cos’è questa crisi” di Dario Tomasello, professore di Letteratura Italiana all’Università di Messina (il titolo viene da una canzonetta del 1933). Un lungo (e non semplice) viaggio tra libri, film, canzoni dagli anni Cinquanta a oggi, senza preoccuparsi dei canoni che vorrebbero distinguere cultura alta e bassa. Lunga è la galleria degli antieroi, a volte popolarissimi, che reagiscono in modo negativo alle trasformazioni del Paese che li circonda.

L’epoca della ricostruzione e del neorealismo passa in fretta. Perde quasi subito «il senso di edificazione morale e culturale di una società rinnovata, dopo la fine del regime autoritario, per snaturarsi in un inconsistente delirio di onnipotenza». Il delirio ha per tutti un nome più accattivante: miracolo economico. Costruito, oltre che sul cemento, sulla negazione del passato recente, quando c’era bisogno di ideali di rigenerazione. Il celebre e celebrato “boom” è un progresso per niente progressista. «Nel momento in cui tutto sembra davvero possibile, l’illusorietà di una realizzazione golosa e immediata delle proprie pulsioni si rivela più beffarda che mai». È di scena il protagonista della Speculazione edilizia di Italo Calvino, amareggiato da un’epoca “di bassa morale” (Calvino). Come il Sordi de Il Boom (1963, diretto da Vittorio De Sica) si rivela attratto da ciò che lo degrada. Prova ad adeguarsi al rapace spirito del tempo, per criticarlo con più rabbia. Ma la spirale della disillusione lo porterà al fallimento, desiderio inconfessabile. Il miracolo economico, intanto, procede spedito per alcuni, mentre urta le vite di molti altri. Movimento che per Tomasello è, al fondo, un cupio dissolvi. Per fare i soldi, il Sordi del Boom ci rimette letteralmente un occhio. Nella realtà dei fatti, le cose vanno ancora peggio: vedi il caso di Maria Martirano, assassinata nel 1958 dal marito per riscuotere l’assicurazione sulla vita.

Intanto nella sobria Milano, all’ombra dei nuovi grattacieli da guardare col naso all’insù, gli intellettuali vengono integrati nel sistema dell’editoria, e il protagonista della Vita agra di Bianciardi (1964) finisce a fare il pubblicitario nell’azienda che voleva far saltare in aria. Una fabbrica come un’altra. Porterà pure benessere, ma nasce dalla partecipazione a una catena di montaggio (letteraria o meccanica che sia). È un’oppressione che fa sentire alienati. Ne fa una parodia persino Giorgio Gaber, nello sketch del tic.

Scrive Ottiero Ottieri: «Per inseguire la speranza devo alzarmi, con la fantasia, in punta di piedi, e sbirciare oltre la realtà». Altri viaggiano. Nel Sorpasso di Dino Risi (1962), la rincorsa agli emblemi del benessere li trova sovrapposti, a forza, su una realtà ancora contadina. Nelle feste di paese si balla il twist, sembra fuori luogo ma è irrinunciabile. Più brillanti sono le esperienze raccontate in Fratelli d’Italia di Arbasino, uscito nel 1963, «spartiacque tra gli anni di più ostentato benessere e la crisi». 

L’economia rallenterà mentre le contraddizioni portate dallo sviluppo economico generano un lato violento. Si vede prima nella crisi della famiglia – I pugni in tasca di Bellocchio (1965) e Teorema (1968) di Pasolini – poi nella rivolta politica. E il Volonté di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) potrà affermare che criminalità e sovversione sono, in pratica, la stessa cosa. È il preludio agli anni di piombo, sorta di età ufficiale del malessere italiano. La “notte della Repubblica”, piena però di stimoli creativi come quelli provenienti dal Dams di Bologna, con in testa Gianni Celati e Andrea Pazienza. Si concluderanno con la tv a colori e un ritorno all’evasione, guidato dalla Febbre del sabato sera (1978), dai cartoni animati giapponesi e dal trionfo della pubblicità, cuore degli anni Ottanta.

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Da notare, alla luce delle polemiche di questi giorni, l’attualità delle pagine di Tomasello sulla pubblicità Barilla. Gli spot ideati da Gavino Sanna sono una sintesi perfetta delle trasformazioni di epoca craxiana. Uniscono «espedienti nazionalpopolari e status symbol della nomenclatura rampante del periodo». In quello del fusillo, la casa è«“raccolta e lussuosa»; il manager che la abita usa auto potenti ma ha nel cuore la bambina che gli infila la pasta in tasca. Il nuovo imperativo è vincere e godersela, ma Marx e la Chiesa sono ancora dietro le spalle: «Il sogno italiano di una vita di successo non deve sacrificare l’apparenza di un attaccamento alle consuetudini più rassicuranti». Basta questa ipocrisia per definire «famigerato» il claim «dove c’è Barilla c’è casa». E ora scopriamo che, nel simpatico quadretto privo di donne adulte («esclusione prepotente»), non era fuori luogo una discreta dose di omofobia.

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Intanto, tra giovanilismo e attaccamento all’Italia di una volta, spunta inevitabile la nostalgia degli anni Sessanta, ultima epoca felice prima del terrorismo. L’epoca delle canzonette estive. Poche note si portano appresso un intero immaginario. A prendere in giro la tendenza, con tutta la sua amarezza di fondo, ci pensa Nanni Moretti in Bianca (1984).

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Ma prima di arrivare a quell’apice del disagio che è Compagni di scuola di Carlo Verdone (più che un film, un incubo: non stupirebbe se le reunion delle superiori fossero calate di colpo, dopo l’uscita nel 1988) più sorprendente, nel libro di Tomasello, è la rivalutazione dei fratelli Vanzina di Sapore di mare e Vacanze di Natale (entrambi del 1983). Altro che goderecci. I film vanziniani trapelano malessere un po’ dovunque: nella non accettazione del passare del tempo, nella paura della vecchiaia, nel contrasto tra morale restrittiva e costumi disinibiti, nel qualunquismo degli arricchiti. Con i soldi finisce che non si capisce più niente, e se Christian De Sica va a letto con un uomo i genitori se ne facciano una ragione: «Papà, a te t’ha fregato il benessere».

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E alla fine, nonostante l’insistenza sui mitici Sessanta e la fede nella scrittura professata da Pier Vittorio Tondelli, il disagio legato all’effimero ha la meglio. Gli italiani sono più ricchi ma le istituzioni restano vecchiotte, il Paese è un’incompiuta, gli equilibri finiscono per saltare, Masini grida Vaffanculo. È il momento di una nuova promessa di miracolo italiano. Ma sono tempi brutali. I Novanta si aprono con le bombe mafiose e continuano con la letteratura della cosiddetta “gioventù cannibale”. Sangue nelle strade e sulla carta. Presto il malessere diventerà sistematico con la precarietà nel mondo del lavoro. Negli anni Zero la letteratura ritrova un interesse diretto nella società, e il successo più clamoroso lo ottiene Roberto Saviano con la non fiction di Gomorra. La realtà quotidiana invade anche gli schermi tv, via reality. Ma l’ultimo malessere, guarda caso, sembra proprio quello di «non può sopportare troppa realtà». Con tanti saluti ai sogni di futuro, in una realtà che sa di crisi dovunque ti giri. 

Twitter: @frank_riccardi

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