FiscoSul fisco l’Italia sbaglia, ecco il che fare del Fmi

Servono meno populismo e riforme vere

Tempo di tasse. A dirlo da mesi è il G20. Gli ultimi governi tricolore non hanno avuto bisogno di dichiararlo, è bastato alzarle. Da buon ultimo è arrivato il Fondo monetario internazionale. Che ha dedicato all’argomento il recente fiscal monitor di ottobre. Intitolato appunto: tempo di tasse. Sottotitolo: Can countries tax more, better, more fairly? (i governi possono tassare di più, meglio e più equamente?). Il Fmi non fornisce risposte univoche. Si limita a fare analisi e suggerire strade da percorrere. Il report ha già fatto il giro della stampa internazionale. Ma quasi esclusivamente per il box di pagina 49: lì si discute dei prelievi forzosi.

Gli analisti calcolano che se l’Unione europea volesse tornare al debito pre 2007 in un’unica soluzione dovrebbe intervenire con una mega patrimoniale del 10 per cento. Non è però un suggerimento, dice il Fondo. Appare già sufficientemente inquietante che si voglia simularne l’ipotesi di per sé. Cosa da far rabbrividire. Contestualizzando però il box con la panoramica intera del report, si capisce che gli aspetti negativi di un prelievo sarebbero molti e soprattutto non si tratterebbe di una scelta risolutiva se non preceduta o seguita da radicali interventi di riforma fiscale. E proprio qui si dipana la ricerca. Fermarsi alla provocazione del box (se di questo si tratta e lo speriamo) è un peccato.

Forseè bene tornare alla domanda iniziale del paper: le nazioni possono tassare di più, meglio e più equamente? Risposta: i Paesi Occidentali e quelli emergenti possono – a detta del Fmi – trovare il modo di alzare le tasse e renderle più equilibrate e redditizie. Si tratta di bilanciare i conti tenendo presente che i trend sul costo del lavoro e sul welfare sono da decenni in continua ascesa e non ci saranno inversioni di rotta nemmeno nel lungo termine.Dunque, il Fmi spiega che non basterà tagliare la spesa (cosa che molte nazioni – non l’Italia – hanno fatto), ma sarà necessario studiare una riforma fiscale il più possibile globale e basata su tre pilastri.

Il primo riguarda il sistema di tasse internazionale sui commerci e sui servizi. In pratica impedire che le multinazionali spostino di qua e di là nel mondo le proprie basi imponibili. Il secondo pilastro vuole spostare verso l’alto le imposte dei più ricchi, soprattutto negli Usa sotto tassati. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo o giù di lì, i sistemi fiscali hanno avuto la tendenza a diventare regressivi per via del maggiore ricorso a imposte indirette, che pesano sui meno abbienti. Nonostante questa tendenza, l’imposta sul reddito in senso stretto è ancora progressiva. A livello globale il primo 10% dei contribuenti versa il 30%-50% di tutte le entrate da imposta sul reddito. Il top 1% da solo paga l’8% del totale. In proporzione ai patrimoni posseduti.

Questo è un processo di calcolo molto complesso. Perché se in alcune nazioni si è arrivati a un’aliquota del 60% per i primi contribuenti, negli Usa si è scesi di 10 punti al di sotto della media. Riportando – suggerisce il Fondo – il prelievo agli anni Ottanta il Tesoro incasserebbe 150 miliardi in più all’anno e avrebbe risolto gli attuali problemi di budget. È chiaro che senza il primo pilastro anche il secondo diventerebbe inefficace. Vale pure per l’Italia e dalla tabella allegata (figura 20, sotto) appare chiara la differenza di patrimonio tra il 50% medio dei contribuenti e quelli che stanno nella top 10. Per questo il Fmi suggerisce il terzo pilastro e lo chiama property tax. Si tratta della colonna più importante delle tre. Secondo il Fmi potrebbe essere la strada più semplice ed equilibrata che gli Stati potrebbero intraprendere per massimizzare il gettito e al tempo stesso pesare meno sulla crescita economica.

Le imposte sui beni immobili rappresentano per quanto riguarda i Paesi occidentali circa 1,1% del Pil (5,5% delle imposte totali). In quelli a minor reddito la percentuale scende addirittura allo 0,4% del Pil. Ovviamente con grandi differenze (Figura A.3.1 pag 56 del paper Fmi). Queste disparità di gettito fiscale riflettono senza dubbio gradi diversi di opposizione popolare all’uso di tali imposte e dei vincoli tecnici che la loro amministrazione richiede. Il Fondo però si spinge a suggerire che nel lungo termine i Paesi ad alto reddito dovrebbero portare le imposte sui beni immobili al 2/3% del Pil. Ovviamente la premessa fondamentale è che serve un catasto efficiente e aggiornato.

Sebbene quelle del Fmi siano solo suggerimenti e ipotesi (peraltro condivisibili anche a livello spannometrico), nell’ultima legge di stabilità Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni hanno seguito le indicazioni del Fondo? Dell’intera manovra 1,9 miliardi provengono da interventi fiscali di vario genere. Circa 900 milioni dall’aumento del bollo sulle attività finanziarie e il rimanente da modifiche delle agevolazioni fiscali. Salvo che i tagli alla spesa (come fino a oggi è sempre avvenuto) diventino realtà. In caso contrario saremmo di fronte a un nuovo aumento della pressione a livello Irpef.

Per quanto riguarda la casa, poi, a Roma siamo riusciti a fare ciò che il Fmi non è riuscito nemmeno a immaginare: fondere imposte sui servizi e proprietà immobiliare (Trise). Insomma, nulla che nel medio e lungo termine possa far pensare che il fisco tricolore prenda una buona china. In pochi avevano dubbi. Per il Fmi tassare i patrimoni nella loro completezza aiuta però a calcolare un gettito preciso, diminuire l’evasione e ridistribuire la ricchezza nel modo migliore. Ovvero facendo girare il Pil e dando la possibilità a un numero più ampio possibile di persone di farlo girare. Purché nello stesso lasso di tempo si riducano le tasse sul reddito. A leggere il Fmi verrebbe da dire che siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda. Il problema che la tassa più equa, quella sulla casa, sarebbe anche la più impopolare. E i politici si fanno votare. Quando si tratterà di affrontare la rata Imu di fine anno che farà il governo? Catasto e riforme vere o populismo a manetta? Tutto per la tranquillità del Pdl.

LEGGI IL PAPER DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE 
(clicca sull’immagine)

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta