
Esiste una logica per cui “il film più bello, surreale e spaventoso dell’ultimo decennio” (a detta di uno che si chiama Werner Herzog) in Italia è sostanzialmente clandestino? Formalmente uscito il 17 ottobre, in realtà è in un’unica sala a Roma, un paio di giorni sta in unica sala a Firenze e Venezia, poi un giorno solo a Palermo, a Merano, a Bologna. A Milano, niente. Torino, uguale. Napoli, Genova, Bari: non pervenuti.
Che dire? Date un occhio ogni tanto qui e raggiungete il posto a voi più vicino in cui dovesse arrivare. Potrà anche non piacervi, ma di certo non lo dimenticherete mai.
The act of killing è un film di varie complessità, di dislocazioni. In pratica è l’opera di un texano meno che quarantenne, Joshua Oppenheimer, che vive a Copenhagen e con soldi danesi ha realizzato questo documentario in Indonesia. Tema: la repressione anticomunista del 1965, rivissuta nelle parole di chi la compì. Parliamo di circa un milione di morti, uccisi per motivi politici. Niente archivio né repertorio: il film è sugli assassini di allora con le loro parole e facce di oggi. Erano piccoli gangster di strada, reclutati dai militari del golpe per seminare il terrore in strada, e uccidere, uccidere tutti. Noi però li vediamo per come sono diventati, dei settantenni piuttosto arzilli, lucidi, che indossano camicie colorate, si tengono in forma, sono trattati con rispetto e stima in società, vengono perfino omaggiati dai ministri indonesiani attuali come fossero patrioti. In realtà sono dei mostri.
Lo capiamo sin dalle scene iniziali, quando in un contesto domestico, anonimo,quasi rassicurante, ci mostrano le tecniche di tortura e uccisione: fili di ferro intorno al collo, piedi del tavolo usati per rompere la giugulare, e via così. E se la complessità non fosse già abbastanza, si forma un ulteriore strato narrativo: questi uomini non si limitano più a simulare un’uccisione, ma mettono in scena i massacri. E si apre così la dimensione metacinematografica dell’opera: diventa un film nel film. Giustificato dal fatto che questi banditi in gioventù facevano bagarinaggio sui biglietti dei cinematografi, ramo florido dell’attività criminale nella Giacarta anni Sessanta. Assidui spettatori speculatori. Western, noir, musical, si andava molto al cinema, navigando nell’immaginario segnato da eroi a stelle e strisce come John Wayne, Gary Cooper, Elvis Presley; e intanto per strada, nelle case, nelle assemblee, si trucidavano i marxisti.
Per il film nel film gli assassini interpretano gli assassinati. Una scelta che non è del regista Oppenheimer, ma di loro stessi. Vogliono mostrare come hanno servito il Paese, e lo hanno fatto così: sterminando. Immaginano perfino il paradiso degli assassinati, con tanto di cascate, foreste lussureggianti, giovani donne danzanti, dove i morti ringraziano gli uccisori perché così gli è stata offerta la beatitudine eterna. Quali misteriose, perverse strade percorre l’autoindulgenza. E tuttavia il film delle stragi, la rappresentazione della violenza pura, lavora nella coscienza, scava nei sensi di colpa degli assassini, e alla fine il regista ce li mostra che cominciano a stare male, che hanno incubi, conati di vomito. Potenza del racconto, della narrazione: la Storia non è solo quel che accade, ma come quel che è accaduto viene restituito, con che senso morale, che trasparenza, quale capacità di leggere i fatti in un contesto. Per mezzo secolo i gangster hanno creduto di essere eroi della patria, come il resto dell’Indonesia. Adesso, entrando nel gorgo delle loro azioni, nell’atto dell’uccidere, realizzano di essere stati solo brutali assassini: la banalità del male. La finzione ha disvelato il vero, a quegli stessi occhi che avevano rimosso.
Il film, di cui c’è un director’s cut di 159 minuti, è sconvolgente e straordinario. Per la capacità di racconto, per la bravura nel riflettere sull’operazione cinema (ogni grande narrazione è sempre anche una riflessione sul narrare). Per come Oppenheimer sa mettere in scena i suoi personaggi: senza barriere, e soprattutto senza complicità. The act of killing è un capolavoro. Che il dio italico della distribuzione si ravveda e provveda.