Serie mon amourThe Guilty: la Nera non sbaglia

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Non ci è dato sapere se è la morbosità per la cronaca nera a rendere tanto cool i drama che ripercorrono omicidi o fatti di sangue, oppure se è l’artificio narrativo di raccontarli come se fossero un film o una serie televisiva a rendere l’opinione pubblica sensibile all’argomento. È il dilemma dell’uovo e della gallina riletto in chiave moderna.

Certo è che funziona. In TV e sui giornali. L’elenco dei nomi reali che sono entrati nell’immaginario collettivo è lunghissimo: c’è Yara, c’è Meredith, c’è il piccolo di Cogne. Sul piccolo schermo ci sono stati Laura Palmer (Twin Peaks), Rosie Larsen (The Killing), Danny Latimer (Broadchurch), solo per menzionare i più famosi. Se ne aggiunge un altro, uno nuovo, l’ultimo nome di un lungo elenco di giovani vittime televisive: Callum Reid, il bambino di 4 anni intorno alla cui morte ruota la miniserie inglese di tre puntate trasmessa da ITV, The Guilty.

In Inghilterra l’hanno da subito soprannominata “the new Broadchurch”, che a sua volta era stato paragonato a Top of The Lake, a Mayday, fino a tornare indietro ai segreti di Twin Peaks. E gli ascolti premiano. La classica vicenda del whodunit legata alla morte di una giovane ragazza o di un piccolo bambino piace. Da sempre e in tutto il mondo. Lo insegna la storia: palese è il caso Tropmann, il borghese ghigliottinato per aver ucciso un’intera famiglia, mamma e sei figli, i cui corpi sono stati trovati sepolti in un giardino (un po’ come succede per Callum) nella Francia della seconda metà dell’800.

La vicenda Tropmann ha caratterizzato per il quotidiano francese Le Petit Journal un vero e proprio trampolino di lancio: raccontando la storia con aneddoti macabri, condendola con enfasi, pause, momenti di tensione, diffondendola a puntate, è riuscito a passare da 250mila copie vendute altre oltre 500mila, cifra record raggiunta nel giorno dell’esecuzione capitale dell’uomo.

In TV è lo stesso: la Nera tira. E il motivo è semplice: è facile immedesimarsi, è facile soffrire con i protagonisti e sentire quel nodo alla gola di fronte alle urla disperate dei genitori (quella di Sarah, mamma di Laura Palmer, è ormai diventata celebre, ma le altre non sono da meno). Tutto viene amplificato grazie al contesto: non sono quasi mai le grandi e anonime città, ma i piccoli quartieri di provincia, i borghi residenziali, i “porti” sicuri. La distruzione dell’idillio della comunità ristretta (la piccola località sulla scogliera in Broadchurch o il quartiere dove tutti si conoscono e dove si organizzano le feste di vicinato in The Guilty) trasforma i telespettatori in vittime paranoiche, pronte a guardare con occhio truce vicini, amici, membri della famiglia coinvolta nel lutto.

The Guilty, ultima rivisitazione contemporanea di Twin Peaks, ha puntato su un realismo estremo: dimenticate l’eccentricità di Dale Copper e le sue derive divinatorie e oniriche, l’agente che investiga sulla morte di Callum (interpretata da una bravissima Tamsin Greig) è così concreta e pragmatica, priva di fronzoli e determinata, da sembrare vera. Ed è proprio questa sua caratteristica che conferisce alla storia, oggi, a oltre 20 anni dall’opera di David Lynch, quel tocco di drammatico pathos in più. Che ci rende empatici, coinvolti, straziati. Morbosi o spiccatamente sensibili, a voi la scelta. 

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