Prima c’era George A. Romero. Poi è arrivato Frank Darabont. Dimenticatevi gli zombie anonimi de La notte dei morti viventi o di Zombi, i morti non-morti per i TV series addicted hanno volti ben definiti. Quello di Sophia, mentre esce tremolante dal granaio di Hershel. Quello di Merle che divora corpi maciullati sotto lo sguardo attonito e disperato del fratello Daryl. O quello di Lori che i produttori non ci hanno fatto vedere, ma la scena è stata girata, eccome, e in rete circola una versione tratta dai contenuti extra dei Blue Ray. Insomma per noi gli zombie sono solo loro, quelli di The Walking Dead.
La serie ha spazzato via nelle nostre menti sessant’anni di storia di genere: se gli zombie romeriani erano lenti e goffi, con quella andatura traballante, in The Walking Dead, a partire dalla seconda stagione, sono diventati veloci, molto più aggressivi, pericolosi. Sono una delle due facce della trasposizione delle nostre paure: l’altra è rappresentata dagli umani, che a volte sanno essere tanto minacciosi quanto i non morti.
La scena tagliata di Lori
La quarta stagione è iniziata ieri in Italia (due giorni fa negli Stati Uniti) e l’attesa era alta: del resto è uno degli show che ha maggiore seguito, eccezion fatta per i casi “fenomeno” da teenager (come Glee o The Vampires Diaries). Complice la produzione, la zombie-mania è completamente esplosa: fumetti, videogiochi, cinema, televisione, ci sono state persino manifestazioni di zombie in carne ed ossa. Il successo è ancora più strano e significativo se si pensa che quella che per le prime due stagioni è stata considerata la famiglia protagonista (Rick, Lori e Carl) è sempre stata priva di appeal. Insomma le donne non si sono di certo immedesimate in Lori, odiata sin dal primo momento: meglio (la povera) Andrea, la camaleontica Carol (trasformatasi da donna impaurita in combattente), meglio persino l’inutile Beth. Del piccolo Carl non parliamone: onestamente, chi non ha mai desiderato che ci lasciasse le penne? Incerto il parere su Rick, anche se dal confronto con il bello e dannato Daryl esce sicuramente perdente. Eppure, lo show ha tenuto incollati sempre più spettatori: negli States il debutto nel 2010 ne ha registrati 5 milioni, sono diventati più di 12 nel finale della terza stagione.
E dimenticate le connotazioni politiche: non è la rivolta delle masse a spaventare, quanto piuttosto la trasformazione della psiche umana di fronte alla fine dei giorni. Insomma, è una serie che dietro la facciata apocalittica in realtà contiene una forte analisi introspettiva che ci fa riflettere su chi siamo e chi vogliamo essere. Regalandoci di tanto in tanto qualche scena splatter. Preparatevi, avvisano i produttori: questo nuovo capitolo rincarerà la dose.
Norman Reedus e Melissa McBride in una scena della quarta stagione / FOXtv
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