Vajont, cinquant’anni fa l’Hiroshima del Cadore

Cosa scrissero allora i giornali

Il 10 ottobre 1963, ovvero il giorno successivo a quella che Marco Nozza, nell’Europeo, definrà l’Hiroshima del Cadore, i giornali titolano sulla base delle notizie d’agenzia. Gli inviati della carta stampata ancora non non ci sono. Arrivano il 10 e i loro pezzi vengono pubblicati nei giornali del giorno successivo. Qui di seguito una rassegna stampa dei giornali dell’11 ottobre 1963, con gli articoli di chi c’era (Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa) e di chi invece non c’era (Dino Buzzati), ma che essendo nato e cresciuto da quelle parti, ha scritto le parole più convincenti sull’accaduto. Una piccola nota: Tina Merlin, bellunese, corrispondente dell’Unità, aveva capito e previsto tutto. Aveva raccontato, ma non era stata creduta: scriveva per un giornale sovversivo, e poi, eh sì, era una donna, facile alla lacrima e all’emozione.
LEGGI ANCHE: Il giornalista Rai Ambrosi: “Così arrivai per primo sul disastro del Vajont”«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E il monte che si è rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e vi rimarrà per sempre. Ragione per cui chi scrive si trova ad avere la gola secca e le parole di circostanza non gli vengono.» Dino Buzzati, Corriere della Sera.

«Qui non c’è più nessuno da salvare e da soccorrere. Qui ci sono solo dei morti da portar via. Che notizie posso mandare da un cimitero?» Alberto Cavallari, Corriere della Sera.

«Andando e venendo due o tre volte, l’ondata ha strappato, divelto, scavato, segato, polverizzato, spostato, impastato; ha nascosto cose e corpi sotto cinque o dieci metri di ghiaia o terra.» Egisto Corradi, Corriere della Sera.

«Sto scrivendo queste righe col cuore stretto dai rimorsi per non aver fatto di più per indurre il popolo di queste terre a ribellarsi alla minaccia mortale che ora è diventata una tragica realtà. Oggi tuttavia non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa.» Tina Merlin, l’Unità.

«Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Tutto è accaduto in meno di dieci minuti. I parenti delle vittime, giunti dai paesi limitrofi o da altre località del Veneto, si aggirano impietriti di fronte a tanta rovina. C’è chi piange in silenzio, e chi grida, come una giovane signora che si è gettata di corsa nel fango verso la casa scomparsa del fratello, urlando il suo nome fra le lacrime.» Giampaolo Pansa, La Stampa.

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«I morti di Longarone, così tanti che ci vorrà tempo per contarli tutti, partono a piccoli gruppi sugli autocarri dei pompieri diretti al cimitero di Belluno. Gli altri, forse i più, rimarranno dove sono, nell’atroce bara di fanghiglia e pietre che l’onda immensa gli ha scaraventato addosso.» Francesco Rosso, La Stampa.

«Purtroppo piuttosto che di plasma, di coperte, di viveri, c’è bisogno soltanto di bare. Migliaia di bare. Questi poveri corpi straziati sono tutti completamente nudi: non uno che abbia indosso, non so, una scarpa, una maglietta, un lembo di camicia. La furia delle acque, della ghiaia, dei detriti, li ha spogliati, scorticati, lacerati. E tutti, tutti senza eccezione, hanno le mani davanti al volto, coi gomiti irrigiditi rivolti verso l’alto, nel disperato tentativo di ripararsi dalla catastrofe.» Gaetano Tumiati, La Stampa.

«Non è rimasto nulla. Non nulla per dire poca roba: proprio nulla. Del resto, già di primo mattino si trovano corpi a valle sulle rive del Piave, a Ponte nelle Alpi, a Belluno, cioè a otto, a venti chilometri.» Franco Nasi, Il Giorno.

«Ecco la valle della sciagura nel crepuscolo del mattino: fango, silenzio, solitudine. E capire subito che tutto ciò è definitivo: più niente da fare e da dire. Cinque paesi, migliaia di persone: ieri c’erano, oggi sono terra.» Giorgio Bocca, Il Giorno.

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«L’orrore ha bisogno di un grido, di un nome gridato nell’angoscia, ha bisogno di un gesto di reazione, di ribellione…Invece niente: è sceso soltanto un silenzio più agghiacciate dell’orrore.» Aldo Lualdi, Avanti!

«Longarone. Una tomba fatta di fango che ha sepolto le case, il paese e le frazioni.» Pino Di Salvo, L’Italia.

«In sei minuti l’ondata di terrificante violenza ha raggiunto gli abitati e li ha spazzati via accanendosi contro la montagna per farsi strada. In sei minuti migliaia di persone sono perite senza un lamento, senza aver nemmeno il tempo per una disperata invocazione, ingoiati, nel sonno, dalle acque rossastre e melmose. In sei minuti migliaia di case sono state strappate dalle fondamenta, rase, seppellite sotto i sassi e il fango. Una incredibile catastrofe. Sassi e fango e ancora fango e sassi per quattro chilometri di lunghezza e uno di larghezza. Un’atroce desolata visione. Raccapricciante per i morti che affiorano, per altri morti che l’acqua ha abbandonato, sazia, contro gli olmi e i salici. Dovunque. Si cammina su un cimitero.» Vittorio Cossato, Il Gazzettino.

Marco Nozza, nell’Europeo del 20 ottobre, scrive: «Questo è un rapporto su un incubo collettivo. L’incubo del monte Toc e della diga del Vajont, prima che la vallata di Longarone diventasse l’Hiroshima del Cadore».

Twitter: @marzomagno