Come l’alcol rese schiava la grande madre Russia

Scelto per voi dall’Atlantic

Pensate al tipico alcolizzato russo: naso rosso, viso non rasato, una bottiglia di vodka ben stretta in mano. Accanto, un barattolo mezzo vuoto di sottaceti e un pezzo di pane alla segale per far scendere quella sostanza diabolica. L’uomo canta allegro, grazie all’euforia provocata dall’alcol. Il suo mondo potrà non essere perfetto, ma l’ebbrezza gli fa credere che lo sia.

Oggi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un russo su cinque muore per cause legate all’abuso di alcolici, nel resto del mondo è il 6,2%. Patricia Critchlow, nel suo articolo del 2000 “First Steps: AA and Alcoholism in Russia”, calcolava che circa 20 milioni di russi sono alcolizzati, in una nazione che conta solo 144 milioni di abitanti.

L’alcolista russo era un’istituzione già durante l’epoca zarista, poi lo è stato ai tempi della Rivoluzione, poi quelli dell’Unione Sovietica e durante la transizione dall’autocrazia socialista alla democrazia capitalista e continua a essere così nella società della Russia di oggi. Come lo ha descritto Heidi Brown nel suo articolo apparso su World Policy Journal, il prototipo dell’alcolista russo sta seduto sulle panchine rotte del parco, o sui gradini della stazione del treno, fumando una sigaretta e pensando alla sua prossima bevuta, da dove farla saltar fuori e se sarà in grado di pagarsela.

Il governo ha provato in più tempi a combattere il problema, ma con scarso successo: «Quattro riforme prima del 1917, poi sono state prese altre misure su larga scala durante il periodo sovietico nel 1958, nel 1972 e nel 1985. Dopo ogni campagna anti-alcol – sempre condotta con molta forza – la società russa si ritrovava con problemi di diffusione e abuso di alcol ancora più grandi», spiega G. G Zaigraev, professore di Scienze Sociali e associato all’Istituto di Sociologia all’Accademia russa di Scienze, nella rivista Sociological Research.

«Tutti questi tentativi di staccare i russi dalla bottiglia sono stati vanificati dalla stessa dipendenza del Cremlino dai ricavi derivanti dalla vendita di liquori», spieg Mark Lawrence Schrad sul New York Times. «Già Ivan il Terribile incoraggiava i suoi sudditi a spendere le loro ultime copeche nelle taverne di stato», in modo da riempire la borsa dell’imperatore.

E, secondo Critchlow, «prima che Michail Gorbaciov salisse al potere negli anni ’80, anche per i leader sovietici le vendite di alcolici erano viste come una fonte di guadagni e non come un importante problema sociale». Nel 2010 il ministro delle finanze russo, Aleksei L. Kudrin ha spiegato che la cosa migliore che i russi potessero fare per aiutare «la debole economia nazionale fosse fumare e bere di più, e di conseguenza pagare più tasse».

Facilitando la vendita e la distribuzione di alcolici il Cremlino ha avuto, nella questione, una responsabilità notevole negli ultimi anni. Ma la storia russa con l’alcol è vecchia di secoli.

Nel 988, come spiega Brown nel suo articolo pubblicato World Policy Journal, il principe Vladimir convertì il paese al cristianesimo Ortodosso, in parte perché – a differenza di altre religioni – non impediva di bere alcolici. Secondo una leggenda, furono i monaci del monastero di Chudov nel Cremlino i primi a immergere le loro labbra nella vodka, verso la fine del 15esimo secolo. Ma, come fa notare lo scrittore russo Victor Erofeyev, «Di questa storia quasi tutto sembra fin troppo simbolico: la presenza di monaci, il nome del monastero – che non esiste più (chudov significa “miracoloso”), e la sua ambientazione nella capitale». Nel 1223 quando l’esercito russo venne sconfitto con durezza dagli invasori mongoli e tartari, la colpa fu, in parte, da atribuire al fatto che scesero sul campo di battaglia del tutto ubriachi.

Ivan il Terribile, nel 1540, istituì dei kabak (esercizi dove si producevano e vendevano alcolici) e nel 1640 divennero monopoli. Nel 1648, scoppiarono rivolte nelle taverne in tutto il paese, perché almeno un terzo della popolazione maschile era in debito con i gestori. Nel 1700 i regnanti russi cominciarono a sfruttare la tendenza all’alcol dei loro sudditi, spiega Brown, che ha passato 10 a coprire la Russia per Forbes. «[Pietro il Grande] decretò che le mogli dei contadini che avessero osato trascinare i loro mariti alcolizzati fuori dalle taverne fossero frustate». Pietro il Grande creò anche un esercito di lavoratori non pagati: permise a chi si era indebitato a causa delle bevute a restare fuori dalla prigione purché servisse 25 anni nell’esercito.

«L’abuso e la diffusione di alcolici era un cosa tollerata, se non incoraggiata, proprio grazie alla sua capacità di generare profitti», scrive Martin McKee sulla rivista Alcohol e Alcoholism. Secondo Brown, nel 1850 i ricavi dalla vendita di vodka componevano almeno la metà degli introiti fiscali del governo russo. Subito dopo la Rivoluzione del 1917 Lenin la mise al bando. Dopo la sua morte, però, Stalin impiegò i ricavi dagli alcolici per finanziare l’industrializzazione dell’Unione Sovietica. Ancora negli anni settanta gli alcolici erano un terzo delle entrate dello stato. Secondo uno studio, il consumo di alcol si è raddoppiato tra il 1955 e il 1979, fino ad arrivare a 15,2 litri a persona.

Il largo consumo di alcol, a detta di alcuni, venne impiegato come metodo per ridurre il dissenso politico e come forma di repressione. Lo storico e dissidente russo Zhores Medvedev diceva, nel 1996, che «questo “oppio dei popoli”, la vodka, forse spiega perché in Russia si riuscì a ridistribuire la proprietà di stato, e al tempo stesso a trasferire le imprese di stato nelle mani dei privati in così poco tempo senza che nascesse, da popolo, nessuna protesta di rilievo». Insomma, dalla vodka non derivano solo i soldi (come sempre) ma, a quanto pare, anche i regimi.

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A oggi, ci sono state solo due campagne anti-alcol di una certa ampiezza in Russia. Entrambe durante l’Unione Sovietica. Una sotto Lenin e l’altra con Gorbaciov. Tutti gli altri hanno ignorato il problema, lo hanno visto ma non hanno fatto nulla di sostanziale sulla questione. Come scrive Critchlow, «furono imposte pene molto dure sotto i regimi di Stali, Crusciov e Breznev che riguardavano chi commetteva reati sotto l’effetto di sostanze intossicanti, ma l’abuso di alcol non era considerato una minaccia alla società. Forse perché i leader – che, a loro volta gradivano alzare il gomito – vedevano l’alcol come una valvola di sicurezza».

«Gorbaciov annunciò una legge in merito nel maggio del 1985, dopo una campagna di alto livello che pubblicizzava la nuova guerra del Cremlino all’alcolismo – la terza causa di morte per i sovietici dopo le malattie al cuore e il cancro», scrivono Nomi Morris e Jack Redden su Maclean’s. Quello è stato il piano più determinato e più efficace mai realizzato: le nascite crebbero, aumentò anche l’aspettativa di vita, le mogli videro di più i loro mariti e migliorò la produttività sul lavoro. Tuttavia, dopo un picco nei prezzi degli alcolici e una diminuzione della produzione, alcuni cominciarono a far scorta di zucchero per fabbricare alcolici di nascosto, mentre altri si intossicavano con l’antighiaccio – spiega Erofeyev. Il malcontento del popolo dovuto alla campagna anti-alcol di Gorbaciov può essere riassunto con una vecchia battuta sovietica: «Un giorno, come sempre, c’era una coda lunghissima per la vodka. Un uomo, povero, non ce la faceva più. E allora disse: “Basta, vado al Cremlino per uccidere Gorbaciov”. Dopo un’ora tornò indietro. “Allora, l’hai ucciso?”, gli chiesero gli altri, ancora in coda. “No. E come facevo? C’era una coda più lunga di questa”».

Malgrado i tentativi di Gorbaciov, alla fine dell’era sovietica l’alcolismo era un fenomeno ancora ben saldo. Paradossalmente, fu proprio il successo della campagna a determinarne il fallimento: la spesa nelle rivendite di alcolici statali era diminuita di miliardi di rubli tra il 1985 e il 1987. Le autorità avevano previsto che la perdita sarebbe stata compensata da una crescita della produttività del 10 percento, ma questi calcoli si sono rivelati sbagliati.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, fu abrogato il monopolio statale sugli alcolici. La cosa portò a un aumento esponenziale dell’offerta. Nel 1993 il consumo aveva raggiunto i 14,5 litri di alcol puro a testa, come rivela, nel 1995 , World Health. I russi divennero il popolo più alcolizzato del mondo.

A oggi «la tassazione sugli alcolici resta bassa: le bottiglie di vodka meno care costano solo 30 rubli (quasi 1 euro) ognuna», ricorda Tom Parfitt su Lancet. «Ed è questa la risposta al perché così tanti russi sono caduti preda dell’alcol: costa poco. Tra il 30 e il 60% dell’alcol è di produzione clandestina e perciò sottratto alla tassazione. Una grande quantità è sottratta con “spostamenti notturni” dalle fabbriche autorizzate: qui gli ispettori statali sono pagati con tangenti per togliere le etichette dalle catene di montaggio alla fine della giornata di lavoro». […] 

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*Pubblicato sul sito The Atlantic il 25 settembre 2013 con il titolo “How Alcohol conquered Russia”

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