Questa è la storia di come ho scoperto Agnes Obel e il suo ultimo disco, Aventine. Era un giorno come un altro. Il sole non brillava nel cielo nemmeno per sbaglio e avevo la casella piena di album zippati da aprire e apprezzare, o non apprezzare.
Una cosa che non sapete, ma forse immaginate, è che noi addetti ai lavori riceviamo una quantità di album strepitosa: via mail, via posta, via piccione viaggiatore, sotto la porta di casa come le confraternite segrete di The Social Network. Aggiungete al quadro questo fatto: viviamo in tempi molto interessanti. Tempi in cui, oltre ai dischi che compriamo (si spera) e otteniamo, abbiamo a disposizione tutta la musica del mondo grazie ad agenti della liberazione come Deezer e Spotify. Piove sul bagnato ma questa ricchezza è meravigliosa e, naturalmente, ascoltare è il nostro lavoro. Solo che – cosa ve lo dico a fare – la quantità è quella che è, e a volte si rischia di cannare l’elenco delle priorità.
Così, qualcuno ha dovuto insistere parecchio, con me, perché ascoltassi Agnes Obel. Quel qualcuno forse sapeva che me ne sarei innamorata perché Aventine contiene una serie di elementi chiave destinati a catturare un profilo specifico di ascoltatore. C’è un pianoforte, una voce penetrante e precisa come una freccia, un gusto spiccato per il minimalismo che riprende Erik Satie, Michael Nyman, Phillip Glass. Ci sono gli archi. C’è la cantautrice.
Infatti. Agnes Obel piacerà a voi, come è piaciuta a me, se vi piacciono le cantautrici. Qualche tempo fa si diceva che ce ne fossero troppe in giro, che fossero difficili da distinguere l’una dall’altra; eppure la nozione di “troppo” non sussiste al cospetto della qualità. Datecene cento, o mille di songwriter come la Obel e noi ne consumeremo le note a dispetto di un esercito di epigone di Cat Power, P.J. Harvey, Joni Mitchell e Vashti Bunyan.
La forza del buon cantautorato femminile di Aventine – a parte la scrittura delle canzoni, insinuate nella crepa tra la classica, il folk e il pop – è quel che chiamo “la bolla” (per non scomodare la poetica) con una semplificazione volontaria. La bolla è la capacità di un’artista di proiettare il fruitore in un mondo proprio, chiuso e parallelo rispetto a quello attuale; uguale e diverso, al tempo stesso, da quello condiviso. È una visione che coinvolge tutti e cinque i sensi e finisce per essere una sorta di griffe, qualcosa che potrebbe avere il suo equivalente cinematografico in un tipo particolare di soggettiva. Certo, la bolla ha anche le caratteristiche proprie del sostantivo: basta smettere di ascoltare, di guardare o leggere un particolare lavoro per spezzare l’illusione e tornare alla vita di tutti i giorni; ma stare nella bolla è quasi una droga e, nel migliore dei casi, quando se ne esce, si vuole solo tornare dentro.
Aventine è un album che non lascia andare. Che si vuole ascoltare un numero infinito di volte fino a che non ci si è stancati delle immagini che evoca; di nuovo, del mondo che costruisce tutt’intorno anche in un giorno in cui il sole non brilla nel cielo nemmeno per sbaglio e i dischi zippati da ascoltare sembrano un miliardo. È per questo, forse, che Agnes Obel si è guadagnata l’epiteto di “impressionista”: nella sua musica non contano i testi, ma – per una volta non è trito dirlo – le atmosfere Guardate l’Aventino al tramonto. Gli uccelli volare nel cielo. Spiate una ragazza danese in terra straniera che si sente perfettamente a suo agio, ovunque vada: ha gli occhi verdi e trasparenti come l’acqua del mare. Infine, andate a conoscerla domani, 5 novembre, al teatro Martinitt di Milano dove sta per suonare.