Cosberg, la multinazionale che non vuole i laureati

Viaggio nell’economia reale

Ogni volta che Gianluigi Viscardi arriva a un’assemblea di imprenditori o a un dibattito sulla crisi e sui modi per uscirne, qualcuno gli confida che vorrebbe fare un film sulla storia della sua impresa, cominciata in una “baracca” di un piccolo capannone trent’anni fa, con i due fratelli, Ermanno e Antonio. E oggi diventata un’eccellenza internazionale, meta per visite scolastiche, delegazioni straniere, appassionati di meccatronica. E persino giornalisti vagabondi, in cerca di spunti per raccontare quelle isole (abbastanza) felici, che emergono ogni tanto nei luoghi più inaspettati, fra le tempeste della recessione. 

infatti il quartiere generale della Cosberg, tra le principali aziende nell’automazione dei sistemi dell’assemblaggio, si trova nella bassa bergamasca, nella parte più remota della pianura padana, in un Comune che si chiama Terno d’Isola. Dove si progettano e si costruiscono prototipi di macchine ideate al Pc in 3D, che a vederle sembrano un video-game, di cui si serve la filiera della meccatronica nazionale, e diverse multinazionali, compresa l’Ikea. A tutti quelli che lo interpellano, quando la sua azienda viene sbandierata come vessillo del rinascimento del manifatturiero, Viscardi non fa che ripetere la stessa cosa: «il mio segreto è solo uno: la conoscenza globale. O meglio condivisa. Ossia mettere nelle condizioni chiunque di fare le stesse cose. Così se perdiamo qualche dipendente – ma spesso accade che tornino indietro – lo possiamo sostituire in fretta con un altro membro della nostra squadra», dice ridendo, appena varco la soglia della Cosberg.

Ed ecco perché lui, che segue direttamente la progettazione di prototopi di macchine commissionate da aziende italiane e straniere, bada poco ai curriculum, ma preferisce affidarsi al suo fiuto. «Vede questo ragazzo?», chiede, indicando un giovane che fa scorrere sul Pc frame di macchine da assemblare, e sorride, impacciato. «Era un magazziniere. Un ragazzo sveglissimo. Appena ho avuto l’occasione, l’ho messo alla prova. Conosceva i nostri prodotti, il software, la nostra filosofia, e ora progetta  i prototipi, che poi costruiamo in reparto«. Come un artista (quotato) che mostra i suoi quadri già venduti da cui sa di dover separarsi, a malincuore, Viscardi mi mostra  le macchine commissionate in esclusiva, che costano come diamanti. «Abbiamo ordini per un anno e mezzo, fino al 2015», dice orgoglioso. E lui, che è vicepresidente della Confindustria bergamasca con la delega per l’Innovazione, sa che oggi dire di «avere ordini per un anno e mezzo» è come confidare di possedere la lampada di Aladino. l suoi prodotti sono moduli che vibrano e rigurgitano in continuazione, minuterie meccaniche. I nomi dei suoi gioielli sono ostici: Ader circolari, unità avvitatrici autoalimentate, bracci elettro-pneumatici, pick and place meccanci. Piccoli robot che fanno muovere le cose, gli oggetti, un mercato in bilico. Macchine che, assemblate, possono costare fino a due milioni di euro, come quella consegnata a un’azienda meccanica bergamasca, per costruire cerniere che vengono vendute negli Stati Uniti. O per assemblare impianti frenanti che finiscono nelle motociclette che sono entrate nella mitologia cinematografica: Harley-Davidson.

E infatti la Cosberg ha ideato 12 brevetti di ingranaggi da assemblare, fra cui gli autodistributori elettrorisonanti Piezo, ha preso il premio governativo per l’Innovazione, intercettando anche una generazione di studenti delle scuole medie, che vengono qui a fare visite nei reparti, nella speranza di poter un giorno far parte della filiera della conoscenza globale della meccatronica. E a sentire lui chiunque può fare co-design e concurrent engineering, anche se non sono molte le aziende della piccola e media impresa, che possono permettersi di seguire tutto il ciclo. Dalla progettazione alla manifattura di macchine complesse per l’automazione, che vengono vendute in diversi mercati industriali: automotive, carpenteria, elettronica. 

Perché il valore aggiunto della Cosberg è quello di seguire l’intero processo della sua filiera: dalla progettazione alla costruzione, fino alla manutenzione. E per questo motivo la catena creata da Viscardi è come una piccola università della meccatronica, dove anche i tecnici e i disegnatori dei loro clienti vengono a seguire i lavori di assemblaggio. E ricevono un corso di formazione per la manutenzione delle macchine. Il segreto della Cosberg, infatti, è non avere segreti, per non essere ricattabili. Gianluigi Viscardi progetta, è lui l’inventore che, grazie alla collaborazione della sua squadra, crea un know-how che finisce nella libreria telematica dell’azienda. E chi si mette dietro un Pc, non deve inventare  nulla, ma seguire il protocollo veloce, flessibile, sempre in evoluzione, visto che ogni anno si spende un milione di euro per la ricerca. Creando un prototipo di una macchina, che il giorno dopo può essere rivisto, per essere migliorato, con il sussidio della ricerca e dell’innovazione.

Nell’ufficio tecnico ci sono otto persone seguite da Gianluigi Viscardi, fra le quali nessun ingegnere. «L’unico che abbiamo, lo abbiamo messo nell’ufficio commerciale perché sa parlare tedesco e segue i nostri clienti in Germania», scherza, ma non troppo suo fratello, Antonio Viscardi, responsabile della linea di produzione. Si investe molto sul capitale umano: «I disegnatori arrivati qui dentro possono anche dimenticare i loro studi. Imparano il nostro modo di lavorare, e poi ricevono corsi di formazione per affinare le conoscenze tecniche», spiegano. «Fra i disegnatori abbiamo anche ragazzi che hanno fatto solo la terza media o preso un diploma in istituto tecnico, non abbiamo bisogno di laureati. Fra loro c’è anche un tecnico che, prima, vendeva galline».

Così anche un magazziniere che sappia a giocare alla PlayStation e conosca il loro modello di software può diventare un progettista. Per costruire macchine semplici, ergonomiche, modulari, con cui  gli i tecnici dialogano, a colpi di mouse perché a bordo macchina si trova un Pc per assemblare in 3D, per vedere tutti i dettagli dell’assemblaggio in tripla dimensione. Con un motto semplice: la qualità è figlia dell’esperienza, l’esperienza è figlia della qualità.

Certo, non è sempre stato così. All’inizio, Gianluigi Viscardi era il classico patròn che gestiva con paternalismo la sua azienda  dove non esistevano sindacati e si stava, come si usa dire in questi casi «come in una famiglia». Viscardi vagheggiava campi da tennis e dare benefit di ogni tipo per i suoi dipendenti, prendeva i lavoratori con le famiglie e le portava in giro per l’Italia, o in Svizzera a fare soggiorni di formazione per conoscere altre aziende, per aumentare la loro conoscenza. Poi, un incidente di percorso con un dipendente, che si è messo di traverso, gli ha fatto prendere un’altra strada. Dopo un momento di incertezza, in cui aveva ipotizzato di smettere, di prendersi un pausa e addirittura di cedere la sua azienda, ha cambiato pelle. Niente più figli e padri, sulla base di architettura imprenditoriale ancora diffusa fra le piccole e medie aziende italiane, di stampo familistico.

Così ha creato una governance moderna, che gli ha permesso di internazionalizzarsi e di passare dal modello familiare della piccola azienda a quello più avanzato del team, della squadra. Con tre filiali all’estero, in Francia e in Brasile e in Slovenia. E 12 milioni di fatturato annui, di cui l’8% viene investito nella ricerca. Risultato: oltre ai brevetti depositati, un’importante onorificenza. Il “Premio dei premi”, istituito dalla Presidenza della Repubblica nel 2008, dedicato all’innovazione e alla ricerca. Ottenuto dalla Cosberg l’anno scorso «per essersi distinta nell’innovazione, e vincere le sfide della concorrenza internazionale».  Difficile capire quanto lavoro ci sia dietro quei cilindri che girano da cui escono cascate di minuterie meccaniche, perché a sentire il presidente della Cosberg, sembra tutto facile, quasi un ciclo naturale.  «È facilissimo imparare, ecco perché quando qualcuno se ne va, far partire una nuova staffetta è una cosa da niente», spiega con orgoglio.

Si deve fare ricorso alla fantasia per immaginare Gianluigi Viscardi che, lasciata la stalla da ragazzo – visto che il nonno era contadino, aveva la mucca in cortile -, ha messo in piedi con i fratelli e le mogli una baracca, dove all’inizio progettavano delle macchine semplici come i pedalò. Per poi arrivare a costruire macchine complesse, che finiscono in tutto il mondo, anche in Turchia e in Marocco. Si parla tanto del modello della multinazionale tascabile che, grazie all’alta tecnologia, sta facendo rinascere il manifatturiero, ma vederlo all’opera in un capannone di vetro, ai margini di un piccolo comune di tremila anime, dove si arriva solo se si sbaglia strada, be’, è un’altra storia. Al di là dell’abusata retorica d’impresa, constatare i risultati che si possono ottenere grazie al matrimonio felice fra una filosofia artigianale e la conoscenza globale, fa un certo effetto. Se non altro consolatorio, ai tempi della crisi e della ripresa, per ora, mancata.

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