Dal Kuwait si finanzia la jihad su Twitter

Gli aspetti grotteschi del conflitto

Centosettantacinque dollari per il “talloncino d’argento”, il doppio per quello “d’oro”. E con 2.500 dollari si può “adottare” un intero jihadista. È questo il tariffario corrente nelle campagne di raccolta fondi a favore dei movimenti jihadisti che combattono in Siria, sponsorizzate quasi esclusivamente da privati kuwaitiani.

Un video di ringraziamento che mostra le armi acquistate dai jihadisti

In Kuwait – piccolo stato petrolifero governato da una monarchia parlamentare – lo stato di polizia non è capillare e opprimente come nelle altre monarchie assolute del Golfo, e questo dà maggiore spazio di manovra ai gruppi integralisti che desiderano sponsorizzare la Jihad internazionale. Le campagne assumono spesso contorni grotteschi, con talloncini dorati o argentati a seconda se si è contribuito ad acquistare 50 proiettili da cecchino (o 500 da fucile) oppure 8 proiettili da mortaio. Pochi mesi fa una campagna è riuscita perfino – a detta dei suoi organizzatori – a formare un’intera brigata di 12.000 uomini armati da mandare a combattere in Siria, facendo finanziare agli abbienti donatori 2.500 dollari per ogni combattente.

Ma chi sono gli organizzatori di queste surreali campagne, e quali gruppi sostengono? Spesso i donatori fanno capo a un singolo “sheikh”, un capo religioso locale che ha contatti propri in Siria. Altre volte sono gruppi legati perfino a rappresentanti del parlamento, dove la minoranza salafita ha una sua piccola delegazione. I soldi vengono trasferiti attraverso travel-check, trasferimenti bancari o perfino valige zeppe di contanti che vengono fatte pervenire direttamente nel paese. I gruppi che ricevono questi fondi e li usano sono spesso piccole unità appartenenti a quella galassia di brigate– normalmente indipendenti l’una dall’altra – che combattono il regime di Bashar al-Assad. Il più delle volte per accedere a questi fondi tali unità – spesso formate da stranieri – devono dimostrare le loro credenziali religiose di salafiti e dichiarare la loro ferma intenzione di portare avanti un conflitto di tipo settario contro gli “eretici sciiti” e alauiti (la setta musulmana di cui fa parte il clan Assad). I gruppi di donatori kuwaitiani, dal canto loro, li incitano sui social media ad uccidere quanti più “miscredenti” possibili. Altre volte a ricevere questi fondi sono però gruppi più grandi e organizzati come l’Isis (al-Qaeda in Iraq e nel Levante) e Jihbat al-Nusra, direttamente collegati alla rete di al-Qaeda e diventati col tempo i gruppi meglio equipaggiati e più efficaci dell’opposizione siriana. Spesso, come accade per le “adozioni a distanza”, i mujahidin, grati dell’aiuto ricevuto, mandano ai propri sostenitori dei video di ringraziamento dove mostrano orgogliosamente le armi acquistate con i loro denari.

L’emergere di queste fonti di finanziamento private e sconnesse dai giochi diplomatici imbastiti dai governi coinvolti nel conflitto è un fenomeno crescente, e che potrebbe tramutarsi in un ulteriore ostacolo per la pace nel martoriato paese mediorientale. Secondo gli analisti, che osservano con crescente preoccupazione il fenomeno, esso sta creando delle dinamiche autonome e indipendenti dai progressi della diplomazia. La presenza di ingenti canali di finanziamento privato permetterebbe infatti ai gruppi più oltranzisti di continuare a combattere rifiutando ogni intesa diplomatica raggiunta a livello internazionale. E in parte questo si sta già avverando, con la frantumazione dell’opposizione armata e il progressivo isolamento della sua componente più laica. Quest’ultima, seppur maggioritaria e autenticamente siriana, oltre a combattere un regime brutale, sta combattendo anche per evitare che ricchi e grotteschi personaggi le sottraggano la sua rivoluzione di popolo trasformandola in un insensato massacro settario.

La campagna su Twitter. Il banner dice: «Finanzia col tuo denaro la Jihad!». Nello schemino la questione del talloncino d’argento e di quello d’oro

X