Declino parzialmente onorevole di un galantuomo del sud

Le ragioni del sangue

Qual è il punto? Il punto è che la prosa di Tom Wolfe non è essenzialmente cambiata dalla prima pubblicazione de Il falò delle vanità, nel 1987. È una prosa più che alta, inarrivabile, ma senza ombra di lode, a questo punto. È una prosa costruita, montata su tacchi troppo evidenti per valorizzarla, stampellata da tutte le parti per essere tenuta assieme e troppo, troppo, troppo sensazionale. Insomma, fuori tempo massimo, come ci si aspetterebbe da un gentiluomo del sud che ha finito le cartucce. 

Va bene, forse come attacco è un po’ duro per parlare di Le ragioni del sangue (21€, traduzione di Giuseppe Costigliola), da poco uscito per Mondadori, ma la sensazione che dà questo romanzo, in inglese così come in traduzione, è quella di assistere a uno spettacolo teatrale e di venire continuamente distratti dall’ingresso in scena dei tecnici, dallo sventolare dei sipari e dall’occasionale schiantarsi a terra di pezzi di scenografia. Troppo leggera, troppo colorata, troppo palesemente finta per lasciare che gli spettatori vengano coinvolti dalla recitazione. 

A tutto c’è una spiegazione, e un marinaio di lungo corso come Tom Wolfe ne merita almeno un paio. La prima è che, diciamocelo, ha ottantatré anni suonati e da almeno due decenni vive in una specie di bolla retrò che lo tiene distante dalla vita reale che vorrebbe ancora raccontare. Le ragioni del sangue è ambientato in una Miami che potrebbe non essere affatto Miami – al netto dei continui cubanismi e i riferimenti alla malavita muscolosa e pompata da trucha – anche per un lettore che a Miami non è mai stato in vita sua. La bolla in cui Wolfe vive è costruita sugli pseudo-razzismi sussurrati di una società in crescita ormai completamente cresciuta, e la sua necessità di realismo nel dipingerla si è trasformata più che altro in una fastidiosa parodia del se stesso degli anni ottanta che parlava del se stesso degli anni sessanta. Autoriferito – ma si direbbe quasi inconsciamente – e piuttosto ripetitivo. Basti pensare che lo stesso titolo originale di quest’ultimo romanzo (Back to blood) è esso stesso un riferimento al Falò, e ammicca – in maniera non troppo sottile per chi conosce il lavoro dell’ottuagenario autore – a una specie di ordine razziale che avrebbe dovuto suonare come una sorta di realismo sensazionalista ma che, già nell’ottantasette, puzzava di antichi rancori mal repressi. Non è un caso che uno degli epiteti più frequenti per definire Tom Wolfe negli ultimi trent’anni sia stato “reazionario”. Non sono completamente d’accordo, ma è così e quest’ultimo libro non depone a suo favore.

Quando si demanda la connotazione geografica al solo accento dei personaggi, e si cerca il realismo attraverso gli ispanicismi, i caratteri latini, i baffetti da tanguero e i muscoli tatuati per dipingere una cosa complessa come può essere la Miami cubana, che oltretutto – niente me lo toglierà dalla testa – Wolfe non conosce, si corre il rischio di imboccare una cattiva strada. E lui l’ha presa in pieno, contromano. 

La bolla di Tom Wolfe, poi – e questa è la seconda spiegazione che mi do – si fonda e si lega indissolubilmente alle sue convinzioni riguardo la scrittura. È noto che si sia auto-insignito del titolo di paladino del realismo giornalistico, quanto è noto e sacrosanto che sia stato l’inventore del New Journalism, un paio di New Journalism(s) fa. I tempi cambiano per tutti, però, anche per l’indubbio mostro sacro in caduta libera che la maggior parte dei critici italiani si fregia di chiamare ancora “galantuomo del sud”, senza osare un passo oltre le scarpe con le ghette e i completi di lino chiaro. E insieme ai tempi cambia il modo di percepire, trasmettere e scrivere la realtà. 

Il dito puntato di Wolfe è su quei romanzieri americani che, a detta sua, hanno smesso di osservare il mondo, sacrificando gli insegnamenti di scrittori come Balzac, Zola o Sinclair Lewis a qualche forma di autobiografismo ostentato, al minimalismo o al realismo sporco. Quello che appare evidente – anche soltanto leggendo le numerose interviste in merito e risparmiandosi Le ragioni del sangue – è che le convinzioni del vecchio leone hanno di gran lunga superato le sue forze e il fatto di continuare a usarle per provare a cementare i suoi scritti non gli fa onore. La scrittura americana moderna si fonda su un eccesso di realismo, di questo bisogna dargli atto, e spesso i tentativi scellerati di restituire la realtà nelle sue sensazioni più intime si traducono in goffi voli pindarici che hanno molto di realistico ma nulla di reale. Di sicuro, però, non supplisce a questa carenza di realtà il mondo esagerato e eccessivamente colorato dei latinos muscolosi di Tom Wolfe. Inoltre, non è sempre detto che la fedeltà e l’accuratezza della realtà superino una bella fantasia. È buona norma per i romanzieri fare ricerche, documentarsi prima di scrivere alcunché, ma questo non significa che l’elemento reale, e spesso fondante, del romanzo sia anche il più avvincente e accattivante per il lettore. Bisogna stare attenti a non confondere le idee e gli insegnamenti di un maestro con le credenze religiose di un guru e, nel caso venisse la tentazione, il rimedio potrebbe essere proprio quello di andare a leggere qualche dialogo – senza risparmiarsi nemmeno un punto esclamativo! – dall’ultima fatica di Wolfe, che per immolarsi al reale ha sfornato un pezzo di realismo che trasuda da tutte le pagine irrealtà grottesca.     

Di Tom Wolfe ammiro lo stile, il lino, il bastone e le scarpe con le ghette, quel suo essere un Newyorchese all’antica che a noi Newyorchesi occasionali fa tanta invidia. Ho imparato l’approccio giornalistico dai suoi grandi reportage e la forma dai suoi articoli, ma i suoi ultimi romanzi non rendono giustizia alla sua carriera e questo non posso perdonarglielo. Sono sicuro che – in nome dell’onestà letteraria – lui non vorrebbe che lo facessi.